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Asparagi

 

Famiglia: Liliaceae

Genere: Asparagus

Specie: Asparagus officinalis L.

 

Storia

Gli asparagi (Asparagus officinalis) sono ortaggi la cui origine è collocata nell’est del bacino del Mediterraneo e nell’Asia Minore. Attualmente a livello mondiale i maggiori produttori sono Cina, Perù, Messico, Stati Uniti e Sudafrica, in Europa Spagna, Francia, Germania e Italia, che presenta le maggiori rese unitarie.

Nel Mediterraneo si prediligono gli asparagi verdi, mentre nell’Europa del Nord e nel Veneto dominano i turioni bianchi; il turione è la parte commestibile della pianta.

 

Tipi di asparago

Sul territorio italiano esistono diversi Riconoscimenti IGP (Indicazione Geografica Protetta) o DOP (Denominazione di Origine Protetta).

 

L’”Asparago Bianco di Cimadolmo IGP” presenta dei turioni totalmente bianchi, interi, di aspetto e odore freschi, sani, puliti e praticamente esenti da ammaccature. Possiedono un odore e un sapore particolarmente delicati, sono teneri e privi di fibrosità. La zona di produzione è formata dal territorio di 11 Comuni situati lungo il corso del fiume Piave, in Provincia di Treviso.

L’”Asparago di Cantello IGP”, che ha ottenuto il Riconoscimento UE con Regolamento 26/01/2016, presenta turioni bianchi, con eventuale punta leggermente rosata, dall’altezza massima di 22 cm. L’odore è intenso ma delicato nel complesso, il sapore è dolce, con un lievissimo retrogusto amaro, con aroma di asparago che può variare da medio a deciso. L’Asparago di Cantello IGP, a differenza di quello di altre zone, se molto fresco può essere utilizzato anche crudo, perché manca quel retrogusto amaro, tipico degli altri asparagi. La coltivazione dell’Asparago di Cantello IGP ricade nel territorio del comune di Cantello, in provincia di Varese, nella regione Lombardia.

L’“Asparago di Badoere IGP” presenta dei turioni di colore bianco-rosato o verde intenso, con sapore dolce e aromatico, che devono essere ben formati, dritti, con apice serrato, interi e non devono essere vuoti, spaccati, pelati o spezzati. La zona di produzione e di confezionamento comprende delle zone delle province di Padova, Treviso e Venezia.

L’“Asparago Verde di Altedo IGP”, che ha ottenuto il Riconoscimento con il Regolamento CE n. 492 del 18.03.2003 (GUCE L. 73 del 19.03.2003), deve essere prodotto esclusivamente nell’ambito delle zone della Provincia di Bologna e di Ferrara.

L’”Asparago Bianco di Bassano DOP” presenta dei turioni di colore bianco-rosato, ben formati, dritti, interi, con apice serrato che non devono essere vuoti, né spaccati, né pelati, né spezzati; devono inoltre presentare bassa fibrosità ed essere teneri in quanto non sono ammessi turioni con principi di lignificazione. La zona di produzione e di confezionamento ricade nella provincia di Vicenza nei territori dei comuni di Bassano del Grappa, Cartigliano, Cassola, Mussolente, Pove del Grappa, Romano D’Ezzelino, Rosa’, Rossano Veneto, Tezze sul Brenta e Marostica.

 

Proprietà nutrizionali

 

asparagi tabella

Valori nutrizionali

Gli asparagi sono noti per le loro proprietà diuretiche, attribuibili al loro contenuto in acqua che supera il 90% ed all’effetto di un aminoacido abbondantemente contenuto nell’asparago, l’asparagina. È proprio questo aminoacido a conferire all’ortaggio il suo particolare odore pungente, ma non è il responsabile dell’altro odore caratteristico che si avverte in bagno dopo un pasto a base di asparagi. I responsabili sono da definirsi i composti contenenti zolfo che si formano nel nostro organismo.

 

A livello di macro nutrienti, i grassi sono quasi del tutto assenti, mentre buona è la concentrazione di fibra, ferro e vitamina C. Inoltre, una porzione copre più della metà del fabbisogno giornaliero di vitamina K e quasi tutto il fabbisogno di acido folico.

 

Benefici

Per quanto riguarda le molecole, gli asparagi ne contengono due particolarmente importanti: la quercetina, con potenziali effetti di protezione sul sistema cardiovascolare e di interazione con alcuni geni della longevità, e il glutatione, composto che il nostro organismo utilizza per neutralizzare i radicali liberi.

 

Interazioni

Il consumo di asparagi potrebbe interferire con l’azione dei farmaci diuretici.

 

Produzione e tecnologia

Caratteri botanici

L’asparago è una pianta erbacea perenne con un apparato radicale costituito da due tipi di radici: principali, disposte a raggiera sulla “corona” che possono raggiungere notevoli profondità e fungono da organo di riserva, e secondarie, fibrose e più sottili, sono presenti lungo le radici principali e specialmente nella parte terminale e hanno funzione di assorbimento. I fiori sono posti in posizione ascellare, solitari, piccoli, giallo-verdastri.

L’asparago è una pianta dioica, ovvero una specie che ha individui maschili e femminili, e l’impollinazione avviene ad opera di insetti. La pianta maschile è più vigorosa, precoce e produttiva rispetto a quella femminile, ma produce turioni più sottili.

Il germoglio, che è la parte commestibile della pianta, viene chiamato turione ed è di taglie differenti. Il turione inizia ad accrescersi e a svilupparsi alla fine dell’inverno; quando non è ancora spuntato dal terreno è bianco, tozzo, con l’apice tondeggiante, invece una volta fuoriuscito diventa sempre più rosato fino a diventare violaceo e poi verde per effetto della fotosintesi, con una forma allungata, più o meno spessa, e con la presenza di alcune foglioline caratterizzate dalla forma a scaglie.

 

Coltivazione

La coltivazione dell’asparago è costituita da diverse fasi: allevamento (primi due anni), caratterizzato da un forte sviluppo vegetativo; produttività crescente (terzo e quarto anno) che corrisponde ai primi due anni di raccolta; produttività stabile (quarto e dodicesimo anno); ed infine produttività decrescente (dodicesimo e ventesimo anno). L’asparago quindi, per la sua permanenza nel terreno per più anni, non può essere inserito in una normale rotazione agraria, ma deve essere coltivato fuori rotazione.

La preparazione del terreno viene effettuata in autunno o, al massimo, nell’inverno precedente l’impianto dell’asparagiaia arando ad una profondità di circa 60 cm. Successivamente si effettua l’impianto creando fosse parallele profonde 20-30 cm e larghe 50-70 cm, alternate a strisce della larghezza di 1-2 m dove viene accumulato il terreno rimosso.

L’impianto dell’asparagiaia può essere effettuato mediante semina diretta, metodo poco utilizzato in Italia, o con zampe di uno o due anni che possono essere messe a dimora sia in autunno sia all’inizio della primavera, oppure mediante plantule in cubetto dell’età di 60-70 giorni, tecnica sempre più utilizzata in cui dopo 12-18 giorni si ha la germinazione e dopo circa 2 mesi le piantine sono pronte per essere trapiantate in pieno campo.

La semina si esegue a marzo, raramente in giugno, in un terreno sciolto e sabbioso, predisponendo solchi tracciati ad una distanza di 30-35 cm e profondità di 3-4 cm che, dopo la semina, vengono coperti in modo da formare una “costa” esposta al sole; questo facilita il riscaldamento del terreno, stimolando la germinazione del seme.

Durante la coltivazione vengono utilizzate delle tecniche di forzatura e la più importante è la pacciamatura con film plastici che, riscaldano gli strati superficiali del terreno, favorisce una produzione anticipata. La pacciamatura con film nero è utile anche per l’imbiancamento dei turioni. Inoltre, soprattutto finito il periodo di raccolta, vengono eseguite una serie di cure colturali quali diserbo chimico o meccanico, irrigazioni e concimazioni azotate (distribuite in tutto il periodo estivo) che hanno lo scopo di stimolare la ripresa vegetativa.

 

Produzione

La produzione di turioni varia moltissimo da regione a regione (da 30 a 140 q.li/ha) in funzione di vari fattori tra cui la varietà, il tipo di turione, ecc.

La raccolta dei turioni è scalare, praticata giornalmente o a giorni alterni, e si esegue manualmente con un coltello a sgorbia appena il turione è emerso per 10-12 cm o, nel caso dell’asparago bianco, appena spunta dalla baulatura. Se si effettua la raccolta meccanica si utilizzano macchine agevolatrici, alcune anche adatte per la raccolta integrale. Nella raccolta integrale i turioni vengono tagliati ad una certa profondità, sollevati e convogliati su nastri trasportatori ed infine scaricati in appositi contenitori; il prodotto raccolto con questi macchinari è destinato soprattutto all’industria conserviera in quanto i turioni non si presentano con una forma ottimale.

Dopo la raccolta, i turioni vengono selezionati, dividendoli in scarto, e commerciabili. Quelli commerciabili a sua volta vengono suddivisi in classi in funzione della lunghezza, del calibro e della presentazione. In seguito vengono legati in mazzi cilindrici uniformi, del peso di 1-2 kg, e di 20 cm di lunghezza e poi lavati. Nella grande produzione la selezione viene effettuata con degli appositi macchinari selezionatori.

 

Il prodotto deperisce molto rapidamente e pertanto si ricorre sempre più spesso all’idrorefrigerazione, immergendo i turioni in acqua a 0,5-1°C; tale tecnica è indispensabile per poter abbassare in fretta la temperatura aumentando così la conservabilità del prodotto.

 

Stagionalità

In Italia gli asparagi sono di stagione da marzo a giugno e il prodotto può essere destinato sia al consumo fresco che all’industria surgelato oppure inscatolato e cotto a vapore.

 

Preparazione e Conservazione

Al momento dell’acquisto vi consigliamo asparagi che siano solidi al tatto e di colore verde chiaro, mentre le punte devono essere serrate. Delle punte color verde scuro o con un tocco di viola sono sinonimo di qualità, mentre se le punte sono ingiallite o secche, l’asparago non è fresco. In generale vi consigliamo di evitare quelli avvizziti, macchiati o rovinati, ma se vi servono solo per una zuppa allora potete anche acquistarli.

È importante adottare degli accorgimenti in cucina per beneficiare di ciò che apportano gli asparagi.

Anzitutto, devono essere conservati in frigorifero per un massimo di tre giorni, oppure possono essere congelati e successivamente cotti senza bisogno di scongelamento. Mentre per limitare la perdita di nutrienti è sufficiente sbollentarli per meno di 5 minuti in poco liquido e, per massimizzare l’assorbimento di vitamina K e quercetina, servirli sempre con una sostanza grassa prediligendo l’olio extravergine di oliva.

Aceto

 

 

Storia

La denominazione aceto o aceto di vino in Italia è riservata al “prodotto ottenuto dalla fermentazione acetica dei vini che presenta un’acidità totale espressa in acido acetico non inferiore a grammi 6% (g/100 ml) e un quantitativo di alcol non superiore all’1,5% in volume […]” (D.P.R. 12.2.1965 n° 162, art. 41)

L’utilizzo dell’aceto risale a tempi antichi, si trova infatti riscontro negli scritti risalenti all’antica Roma dove veniva impiegato come condimento; con molta probabilità solo molti anni più tardi iniziò ad essere usato anche come conservante del cibo. Tutt’oggi rimane un elemento importante nelle cucine europea, asiatica e tradizionale di tutto il mondo.

Il nome aceto deriva dal verbo latino “aceo”, che significa inacidire, e veniva indicato con il termine “vinum acre”; in francese antico tale prodotto veniva chiamato “vinagre”, in inglese vinegar.

 

Tipi di aceto

Nel tempo è stato riconosciuto ad alcune tipologie di aceto la Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) e l’Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.).

L’Aceto Balsamico di Modena I.G.P. nel giugno 2009 ha ottenuto il riconoscimento I.G.P. dalla Commissione Europea a Bruxelles. L’ Aceto Balsamico di Modena I.G.P. in base al Disciplinare di produzione deve essere prodotto esclusivamente nelle acetaie delle province di Modena e Reggio Emilia con i mosti ottenuti dai 7 vitigni più coltivati in Emilia Romagna – Lambrusco, Sangiovese, Trebbiano, Albana, Ancellotta, Fortana e Montuni – che garantiscono acidità e zuccheri perfetti. A questi mosti si aggiungono aceto di vino e una percentuale di aceto di vino invecchiato almeno 10 anni. L’Aceto Balsamico di Modena I.G.P. matura in recipienti di legno pregiato all’interno delle acetaie, ambienti con temperatura e aerazione ideali.

 

L’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena D.O.P. ho ottenuto il riconoscimento D.O.C. con decreto ministeriale 5 aprile 1983 e il Disciplinare di produzione con decreto ministeriale 9 febbraio 1987. Tale denominazione è riservata al prodotto ottenuto da mosti di uve provenienti dai vigneti composti in tutto o in parte dai vitigni Lambrusco, Ancellotta, Trebbiano, Sauvignon, Sgavetta, Berzemino, Occhio di Gatta e dalle uve dei vigneti iscritti alle DOC in provincia di Modena. L’Aceto balsamico tradizionale di Modena, all’atto dell’immissione al consumo deve avere un colore bruno scuro, carico e lucente, una densità apprezzabile in una corretta, scorrevole sciropposità, un profumo di bouquet caratteristico, fragrante, complesso ma bene amalgamato, penetrante e persistente, di evidente ma gradevole ed armonica acidità, ed un sapore caratteristico.

 

L’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia D.O.P. ho ottenuto il Riconoscimento con il Regolamento CE n. 813/2000. L’Aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia deve essere ottenuto dalle uve prodotte nel territorio idoneo della provincia di Reggio Emilia e provenienti dai vigneti composti in tutto o in parte dai vitigni Lambrusco, Ancellotta, Trebbiano, Sauvignon, Sgavetta, Berzemino e Occhio di Gatta. Il disciplinare prevede che venga ottenuto “da mosto cotto a fuoco diretto proveniente dalla pigiatura di uve tradizionalmente coltivate in provincia di Reggio Emilia” con l’invecchiamento che avviene in batterie (mai inferiore a tre) di botti di legni differenti (legni di rovere, castagno, gelso, ciliegio, frassino e ginepro) per un periodo di tempo mai inferiore a 12 anni. il cui numero non deve. L’Aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia all’atto dell’immissione al consumo deve avere un colore bruno scuro, limpido, lucente, una densità apprezzabile e di scorrevole sciropposità, un profumo penetrante e persistente, fragrante con gradevole acidità e bouquet caratteristico anche in relazione ai legni utilizzati e ai lunghi invecchiamenti ed un sapore: dolce ed agro ben amalgamato di apprezzabile acidità ed aromaticità in armonia con i caratteri olfattivi.

 

Esistono diversi tipi di aceto oltre a quello di vino: l’aceto di malto, prodotto dall’orzo da maltaggio, l’aceto d’orzo, l’aceto di mele che viene prodotto dall’affinamento del sidro o del mosto di mela attraverso il processo di acidificazione e spesso viene venduto non filtrato; l’aceto di pere che è il prodotto della fermentazione del mosto di pere delle varietà a più alto contenuto zuccherino, l’aceto di miele si ottiene per fermentazione dell’idromele, ha un sapore acidulo, colore dorato e profumo intenso ed è ricco di enzimi e sali minerali. L’aceto della noce di cocco, prodotto dalla linfa, o “toddy”, della palma da cocco, è usato frequentemente nella cucina dell’Asia sudorientale, l’aceto di canna, prodotto dal succo della canna da zucchero, è molto popolare nelle Filippine e viene prodotto anche in Francia e negli Stati Uniti, l’aceto di birra ha un gusto maltato distintivo ed è prodotto in Germania, in Austria e nei Paesi Bassi.

 

Proprietà nutrizionali

aceto tabella

Valori nutrizionali

Grazie al limitato apporto calorico è un condimento che si presta a essere presente spesso a tavola, in aggiunta all’olio extravergine di oliva.

L’aceto balsamico presenta un buon contenuto di sali minerali, soprattutto potassio, calcio e magnesio, mentre le vitamine risultano scarse.

 

Benefici

Ha importanti proprietà antibatteriche ed antivirali e grazie al contenuto in polifenoli dell’uva è un alimento antiossidante in grado di rafforzare il sistema immunitario, di combattere l’azione dannosa dei radicali liberi e di rallentare l’invecchiamento cellulare.

Inoltre l’aceto di mele è utile in caso di alterazione del gusto.

 

Interazioni

Se ne sconsiglia l’uso ai soggetti con diabete poiché può influenzare la quantità di glucosio e di insulina nel sangue e potrebbe quindi avere un effetto additivo se combinato con altri farmaci per il trattamento di questa patologia. Poiché, poi, l’aceto balsamico sembrerebbe essere anche in grado di abbassare la pressione sanguigna, ne è sconsigliato l’uso a chi è in trattamento con farmaci antipertensivi per scongiurare possibili effetti additivi. In ogni caso si consiglia di chiedere il parere del proprio medico. Il consumo di aceto è in genere sconsigliato a chi soffre di gastrite o di reflusso gastro-esofageo, perché in alcuni casi potrebbe esacerbare i sintomi connessi a questi disturbi.

 

Produzione e Tecnologia

L’aceto può essere prodotto da diverse materie prime contenenti alcol o zucchero.

Le tre fasi della produzione dell’aceto sono la fermentazione alcolica, l’ossidazione acetica e l’invecchiamento.

Nel primo stadio di fermentazione gli zuccheri vengono scomposti in assenza di ossigeno dal lievito per produrre alcol e anidride carbonica. Nella seconda fase l’aggiunta di ossigeno consente ai batteri acetici, appartenenti al genere Acetobacter ed aerobi obbligati, di ossidare l’alcol etilico in acido acetico. La fase successiva riguarda l’invecchiamento che avviene in botti di legno per diversi anni.

Diversi sono i metodi utilizzati per la produzione dell’aceto. Il metodo più antico è quello di Orléans, in cui il vino, in origine Bordeaux o Borgogna, viene diluito e quindi utilizzato per riempire in parte delle botti. Si inocula la madre e si lascia fermentare, rimuovendo periodicamente un poco di aceto e rabboccando con del nuovo vino. In genere sono necessari due mesi per produrre dell’aceto che grazie alla lenta ossidazione ha un aroma e un gusto molto ricchi. Il metodo industriale più utilizzato è quello a fermentazione in superficie, che utilizza tini di grandi capacità nei quali il vino, versato su trucioli di legno di quercia, cola lungo il tino e viene recuperato alla base; il processo richiede dai 5 ai 9 giorni. Nel metodo a fermentazione sommersa si utilizzano invece tini di acciaio contenenti la materia prima. Gli acetobatteri sono immersi nel liquido e l’ossigeno necessario al processo di ossidazione è costantemente insufflato grazie a turbine di areazione; l’aceto così prodotto è molto torbido e va chiarificato e filtrato.

L’aceto industriale prima di essere posto in commercio viene pastorizzato per eliminare i batteri residui e renderlo stabile nel tempo. Gli aceti comuni possono essere conservati soltanto per qualche mese, poiché sul lungo periodo si registra perdita dei caratteri organolettici per azione dell’ossigeno. Gli aceti di pregio hanno vita più lunga e possono essere conservati fino a 2 o 3 anni.

L’aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio Emilia viene prodotto utilizzando solo determinati vitigni e con l’uva che viene raccolta a maturazione avanzata ed il mosto che viene sfecciato e quindi cotto a fuoco diretto in vasi aperti. La temperatura di cottura non deve mai superare i 90°C per evitare la formazione di composti indesiderati. Il mosto si concentra divenendo un terzo del volume iniziale e posto in damigiane di vetro dove viene lasciato per l’inverno. In primavera viene utilizzato per riempire i vaselli delle botti che sono riempite per i 2/3 per permettere una buona areazione e quindi un’azione ottimale dei batteri acetici.

L’acetaia è sempre in un sottotetto per permettere le forti escursioni termiche necessarie alla maturazione dell’aceto. Le botti hanno capacità decrescente e formano delle batterie costituite da 5-10 vaselli di legni differenti, ognuno dei quali cede delle essenze indispensabili a conferire il bouquet finale e a determinare il colore del prodotto. La produzione è al rincalzo, ogni anno si recupera un poco di aceto balsamico dalla botte più piccola, andando a rabboccarla con aceto prelevato da quella precedente e così via, fino ad arrivare alla prima botte in cui invece si va ad aggiungere mosto cotto fresco. Dopo dodici anni d’invecchiamento l’aceto balsamico è pronto e, prima di essere commercializzato, viene sottoposto al giudizio di una commissione di degustatori per garantire massima qualità dal prodotto sul mercato: esistono bollini di diverso colore che indicano il punteggio ottenuto.

L’aceto balsamico di Modena si produce invece aggiungendo aceto di vino a mosto concentrato, con la possibilità di utilizzare caramello, per dare colore, fino al 2%. Si utilizzano sia tecniche che prevedono concentrazione del mosto e successiva acidificazione, sia tecniche di fermentazione in superficie con rincalzi costanti di mosto. Segue un affinamento in botti di legno per 60 giorni, anche se sul mercato si possono trovare prodotti invecchiati in legno fino ai tre anni.

L’aceto presente in commercio viene spesso utilizzato nella creazione di marinate, condimenti e altre salse; è noto anche come rimedio popolare e come prodotto naturale per la pulizia della casa e come diserbante.

 

Preparazione e Conservazione

È tradizionalmente usato come condimento, sia di ricette dolci che salate e può essere utilizzato anche in sostituzione dell’olio d’oliva, ma soprattutto del sale, al fine di ridurre l’utilizzo di quest’ultimo.

Mozzarella

 

La mozzarella è un formaggio fresco a pasta filata, molle prodotto con l’utilizzo del latte di bufala; se invece viene prodotto con il latte di vacca si parla di fior di latte.

Il nome fa riferimento alla modalità di lavorazione, la cosiddetta “mozzatura” (dal verbo “mozzare”), con cui si intende un’operazione praticata ancora oggi in molti caseifici che consiste nel taglio manuale della pasta filata con indice e pollice.

Le origini di questo formaggio in Italia sono legate alla presenza dei bufali sul territorio; attorno all’XI secolo, con l’impaludamento delle pianure costiere del basso versante tirrenico (del Volturno e del Sele), si sono create caratteristiche ambientali più adatte all’allevamento del bufalo.

La mozzarella si riconosce per la sua consistenza elastica, si presenta con una superficie esterna liscia di colore bianco e lucido ed è caratterizzata dalla presenza di una lacrima di siero, la cosiddetta “occhiatura”, che indica la corretta applicazione del procedimento.

 

In commercio si trovano prodotti con riconoscimento DOP (Denominazione di Origine Protetta) e STG (Specialità Tradizionale Garantita).

La “Mozzarella di Gioia del Colle” DOP ha ottenuto il Riconoscimento UE nel 2020. La zona di produzione, di trasformazione del latte e confezionamento comprende il territorio di alcuni comuni della provincia di Bari, di Taranto e parte del comune di Matera in Basilicata. Si presenta in tre diverse forme (sferoidale, di nodo e di treccia) e il peso può variare dai 50 ai 1.000 grammi a seconda della forma e delle dimensioni. Ha una superficie liscia o lievemente fibrosa, lucente, di colore bianco, con eventuali sfumature stagionali di colore paglierino. Al taglio la pasta, che deve avere consistenza elastica ed essere priva di difetti, presenta una leggera fuoriuscita di siero di colore bianco. Il sapore e le note odorose sono di latte/yogurt bianco con eventuali sfumature di burro.

 

La “Mozzarella di Bufala Campana” DOP ha ottenuto il Riconoscimento del marchio il 12 giugno 1996 per effetto del Reg. CE 1107/96 ed è prodotta esclusivamente con latte di bufala intero fresco. La zona di produzione comprende alcune province della Campania (Caserta, Salerno, Napoli e Benevento) e del Lazio (Latina, Frosinone e Roma). Si presenta sotto diverse forme (tondeggiante, bocconcini, trecce, perline, ciliegie, nodini) e ha un peso variabile tra 20 e 800 grammi a seconda della forma. Ha una crosta sottilissima dotata di una superficie liscia di colore bianco porcellanato. La pasta ha una struttura leggermente elastica nelle prime otto-dieci ore dalla produzione che tende a divenire più fondente.

 

La Mozzarella STG ha ottenuto il riconoscimento S.T.G. (Specialità Tradizionale Garantita) dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali in con decreto del 28 giugno 2001.

Per la sua produzione viene impiegato latte vaccino e caglio bovino liquido; si presenta sotto diverse forme (sferoidale o a treccia) e il peso può variare da 125grammi -per la forma a treccia- a 250 grammi. Ha una superficie con consistenza tenera, superficie liscia e lucente, omogenea, di color bianco latte con possibile presenza di distacchi ma non di occhiatura. La pasta ha una struttura fibrosa, a foglie sovrapposte, che al taglio e per leggera compressione rilascia liquido lattiginoso; la consistenza è morbida e leggermente elastica. Il sapore e l’odore sono caratteristici, delicati, di latte lievemente acidulo.

 

La mozzarella viene commercializzata immersa in liquido di governo costituito da acqua, eventualmente acidulata e salata, e viene conservata ad una temperatura compresa tra 0 e 4°C.

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    Dal punto di vista nutrizionale, la mozzarella di vacca e quella di bufala presentano un profilo piuttosto simile. Come in tutti i formaggi freschi, il contenuto di acqua è molto elevato e questo comporta una maggiore deperibilità. A livello di macronutrienti possiamo dire che i carboidrati sono quasi nulli, il lattosio infatti è stato utilizzato dai batteri lattici durante la fermentazione. Le proteine invece sono più presenti nella mozzarella vaccina a discapito di un minore contenuto di grassi, soprattutto acidi grassi insaturi, invece più presenti nella mozzarella di bufala.

    Il colesterolo non supera i 50/60 mg, inferiore quindi sia alla carne che alle uova.

    I micronutrienti più interessanti che contiene sono il calcio e, soprattutto, il fosforo. Il calcio partecipa alla formazione ed il mantenimento delle ossa e dei denti, è essenziale per la funzionalità dei muscoli, dei nervi e per la coagulazione del sangue, mentre il fosforo rappresenta un elemento strutturale di ossa, denti e cellule; è essenziale per il buon funzionamento del sistema nervoso, dei muscoli e per la produzione di energia.

    La porzione di riferimento per la mozzarella è di 100 grammi ed il suo consumo deve rientrare nelle 3 volte a settimana indicati dalle linee guida per una sana alimentazione.

    • La “Mozzarella di Gioia del Colle” viene prodotta utilizzando il latte proveniente da allevamenti in cui le vacche in lattazione devono essere allevate facendole pascolare per almeno 150 giorni per anno su pascoli naturali di erbe spontanee, ovvero erbai monofiti o polifiti autunno-primaverili, composti da essenze leguminose (trifoglio, veccia, favino e pisello proteico) e cereali (avena, orzo, frumento duro, frumento tenero e loietto). L’alimentazione del bestiame è costituita da erba e/o fieno di erbaio polifita, concentrati di cereali (mais, orzo, frumento, avena) carrube e loro sottoprodotti di lavorazione (crusca e cruschello di grano tenero, farinaccio di grano duro), leguminose (soia, fave, favino, pisello proteico), loro farine/fioccati tal quale o sotto forma di mangimi complementari e complessi minerali e vitaminici (integratori). I prodotti per l’alimentazione degli animali devono provenire per non meno del 60% dalla zona geografica del Disciplinare di produzione.

      Per la produzione viene utilizzato solo latte raccolto in due diverse mungiture. All’arrivo al caseificio il latte non deve essere stato trattato termicamente, deve avere un titolo in grasso minimo del 3,4 % e titolo proteico minimo del 3,2 %, e deve essere trasformato entro 48 ore dalla prima mungitura.

      Segue il processo di lavorazione in caldaia in cui avviene l’acidificazione mediante aggiunta di siero-innesto naturale detto “cizza” al latte; in seguito al latte riscaldato (34°C – 36°C) viene aggiunto del caglio di vitello in quantità tale da far avvenire la coagulazione entro 20 minuti. Dopo alcuni minuti che il latte è rappreso per l’intervento del caglio, si procede alla rottura dei grumi caseosi con un attrezzo denominato “spino” che li riduce fino ad una grandezza di poco più di una noce. A partire da questo momento si verifica la separazione tra la fase solida -cagliata- e la fase liquida -siero dolce- del latte (sineresi). La cagliata è lasciata acidificare sotto siero fino a quando sarà definita “matura” o “pronta” per la filatura (tempo non inferiore alle 2 ore a partire dall’aggiunta dell’innesto). È vietato l’uso di additivi e conservanti.

      In seguito si eseguono i processi di filatura, formatura e salatura. L’estrazione della cagliata infatti avviene in prossimità del raggiungimento del pH di filatura (5.1- 5.4). Al termine della maturazione, la cagliata viene posta sul tavolo spersoio, ridotta in strisce e collocata in appositi contenitori per la filatura. La filatura viene effettuata con acqua calda (> 85°C ) e con aggiunta di sale. Dopo la modellatura il prodotto viene immesso in acqua fredda per ottenere il rassodamento.

      La lavorazione della “Mozzarella di bufala campana” prevede l’utilizzo di latte crudo, eventualmente termizzato o pastorizzato, proveniente da bufale allevate nella zona prevista dal Disciplinare. Il latte deve possedere un titolo in grasso minimo del 7,2% e un titolo proteico minimo del 4,2%; deve essere consegnato al caseificio, opportunamente filtrato con mezzi tradizionali e trasformato entro 60 ore dalla prima mungitura. L’acidificazione del latte e cagliata è ottenuta per addizione di siero innesto naturale, derivante da precedenti lavorazioni di latte di bufala; la coagulazione, previo riscaldamento del latte (330°-390°C.) è ottenuta per aggiunta di caglio naturale di vitello. La maturazione della cagliata avviene sotto siero per circa cinque ore dalla immissione del caglio. Al termine della maturazione, dopo sosta sul tavolo spersoio, la cagliata viene ridotta a strisce, tritata e posta in appositi mastelli, anche in acciaio o in filatrici. La cagliata, dopo miscelazione con acqua bollente, viene filata, quindi mozzata e/o formata in singoli pezzi nelle forme e dimensioni previste. Questi ultimi, vengono posti in acqua potabile, per tempi variabili in funzione della pezzatura, fino a rassodamento. La salatura viene eseguita in salamoia per tempi variabili in base alla pezzatura ed alla concentrazione di sale delle salamoie, a cui segue immediatamente la fase di confezionamento. Se il prodotto viene affumicato solo con procedimenti naturali e tradizionali la denominazione di origine deve essere seguita dalla dicitura “affumicata”.

      La Mozzarella STG (Specialità Tradizionale Garantita) viene prodotta utilizzando latte vaccino e caglio bovino liquido. Il lattoinnesto naturale si ottiene per arricchimento selettivo della microflora presente naturalmente nel latte crudo. La filatura viene fatta con acqua calda eventualmente addizionata di sale.

      La mozzarella viene commercializzata preconfezionata all’origine in buste termo-saldate, vaschette e bicchieri; in commercio si trova tutto l’anno.

      • La mozzarella di bufala DOP in commercio si riconosce solo se l prodotto è confezionato recante i marchi del Consorzio di Tutela, della DOP e la denominazione “Mozzarella di Bufala Campana”, oltre le indicazioni di legge. In tavola invece si può verificare dal colore bianco porcellana, dalla superficie liscia, dalla consistenza elastica in superficie. Al taglio ci deve inoltre essere la fuoriuscita di sierosità biancastra dal profumo di fermenti lattici con sapore deciso ma delicato.

        Come conservazione, per la mozzarella fresca di bufala, si consiglia di consumarla il giorno stesso dell’acquisto; altrimenti sarebbe necessario conservarla in ambiente fresco (10°-15°), sempre immersa nel suo liquido.

        Se messa in frigo, occorre tirarla fuori con molto anticipo per consumarla a temperatura ambiente e gustare tutto il suo sapore.

        Un piatto molto apprezzato in estate è la “caprese”: mozzarella, pomodoro, basilico, olio extravergine d’oliva. Un consiglio è sempre quello di abbinare alla mozzarella delle verdure di stagione: oltre ai pomodori, anche melanzane e zucchine. Il potassio contenuto negli ortaggi infatti contrasta il sodio presente nella mozzarella, purché ridotto nel caso di quella di bufala.

        Quinoa

         

        Famiglia: Chenopodiaceae

        Genere: Chenopodium

        Specie: Chenopodium quinoa Willdenow

         

        La quinoa è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Chenopodiaceae. Conosciuta e coltivata da tempi antichi soprattutto nel Sud America, da noi si è diffusa piuttosto recentemente; è ormai diffusa in Inghilterra, Germania, Danimarca, Spagna, Italia, Francia, Russia, Portogallo, l’Himalaya, Sud Est Asiatico, e la Namibia. In generale la produzione di quinoa è aumentata negli ultimi anni.

        Pur non appartenendo alla famiglia botanica delle graminacee o poacee (le sole piante e i loro prodotti sono ascrivibili nei cereali), la quinoa è classificata merceologicamente come pseudocereale. Rispetto agli altri cereali possiede un alto contenuto proteico e può essere consumata dai celiaci per la sua totale assenza di glutine.

        Esistono più di 200 varietà e quella più utilizzata è la quinoa Real per il suo basso tenore di saponina. Altre varietà commercializzate sono: Bear, Cherry Vanilla, Cochabamba, Dave 407, Gossi, Isluga, Kaslala, Kcoito, Linares, Rainbow, Red head e Temuco

        Prima di poter utilizzare la quinoa bisogna eseguire un’operazione di desaponificazione, per eliminare la saponina ed evitare il gusto amaro.

        Viene utilizzata in grani come un normale cereale e può essere utilizzata per minestre, insalate, crocchette e polpette.

        • quinoa-tabella

           

          I semi della pianta sono ricchi di carboidrati complessi ma in quantità inferiori rispetto agli altri cereali. Si differenzia per l’elevato contenuto di proteine, fino al 14% in 100 grammi, oltre che per la qualità biologica di queste. La lisina, aminoacido generalmente carente nei cereali, è presente in quantità doppie rispetto al grano.

          La composizione proteica infine è ideale anche per chi è celiaco, non è difatti presente la frazione del glutine. Come mostrato in alcuni studi, l’introduzione della quinoa in una dieta senza glutine è stata bene tollerata dalle persone che presentano tale condizione.

          Anche la sua composizione in fibra è molto buona, infatti una porzione copre circa un quarto della quantità consigliata dalla Società Italiana di Nutrizione Umana. Il consumo di quinoa quindi arricchisce l’alimentazione di fibre che promuovono il buon funzionamento dell’intestino, contrastando la stitichezza e riducendo l’esposizione delle cellule intestinali a sostanze tossiche. Inoltre aiutano a regolare l’assorbimento di colesterolo e zuccheri, aiutando così a combattere l’ipercolesterolemia e l’ipoglicemia.

          Per quanto riguarda vitamine e sali minerali, la quinoa è fonte di vitamine del gruppo B, magnesio, ferro e zinco.

          Le foglie giovani prima della fioritura, sono ricche in vitamine, minerali e proteine e quindi idonee al consumo umano. Vi ricordiamo infine che la quinoa non lavata contiene saponina, che può causare problemi gastrointestinali, mentre le foglie della pianta contengono acido ossalico; prima di essere consumate devono essere scottate in acqua bollente.

          • La quinoa è una pianta erbacea annuale a radice fittonante, molto profonda, con un sistema altamente ramificato, che le dà una buona stabilità e le permette un’ottima resistenza alla siccità Le radici assumono un colore differente a seconda del terreno in cui crescono.

            Il fusto è legnoso, eretto, può essere ramificato o non ramificato, di altezza variabile dai 30 cm fino ai 3 m a seconda della varietà. Il colore è diverso a seconda delle varietà e delle fasi fenologiche, (può assumere colorazioni dal verde al rosso, spesso mostra striature). All’interno è presente un midollo che scompare alla maturazione, lasciando il gambo secco e vuoto.

            Le foglie sono alternate. La lunghezza dei piccioli e la forma delle foglie (a forma di diamante, di triangolo, lanceolata, piatta o ondulata) sono variabili a seconda della varietà e possono variare anche sulla pianta stessa a seconda della posizione in cui si trovano. Anche il colore delle foglie è molto variabile (dal verde al rosso con sfumature diverse). La pianta resiste bene alla siccità in quanto all’interno delle foglie sono contenuti cristalli di ossalato di calcio che riducono la traspirazione eccessiva.

            L’infiorescenza è una tipica pannocchia con un asse centrale, uno secondario e uno terziario con i pedicelli che tengono i glomeruli. La lunghezza della pannocchia è variabile a seconda del genotipo, il tipo di quinoa e delle condizioni di fertilità del suolo. I fiori sono molto piccoli, privi di petali, costituiti da una corolla composta da tepali e solitamente da cinque sepali di colore verde. I fiori possono essere ermafroditi (il fiore presenta entrambi gli organi sulla stessa pianta) oppure possono esserci piante dioiche. I fiori sono autofertili e l’impollinazione in genere è anemofila (tramite il vento).

            Il frutto è un achenio indeiscente molto piccolo, rotondeggiante, appiattito, con un diametro di circa 2 mm, protetto dal perigonio, che è dello stesso colore della pianta. Il seme è appiattito, ottenuto dai frutti maturi senza perigonio, può avere una forma ellissoidale, conica o sferoidale e può essere di colore bianco, beige, giallo chiaro, marrone chiaro, rosso o nero.

            Per la coltivazione la quinoa richiede una temperatura media di circa 15-20 °C, anche se si sviluppa bene a temperature medie di 10°C sia di 25°C, e il terreno ideale è quello limoso, ben drenato e ben dotato di sostanza organica.

             

            Le condizioni ottimali per la semina si hanno quando il terreno ha una temperatura compresa tra 7°-10°C fino a un massimo di 18-20°C e una buona umidità per facilitare la germinazione dei semi; nel nostro emisfero il periodo ottimale è tra aprile e maggio.

            Per quanto riguarda la raccolta è difficile individuare l’epoca più idonea in quanto i pannicoli presenti sulla stessa pianta maturano in tempi diversi. Solitamente si inizia nel momento di caduta delle foglie, quando i semi cadono facilmente e le piante secche assumono colorazioni giallo pallido o rosse. Il periodo generalmente è compreso tra agosto e settembre nell’emisfero boreale e tra aprile e maggio nell’emisfero australe.

            Le operazioni di raccolta possono avvenire manualmente o utilizzando trebbiatrici fisse, e sono composte da cinque fasi: Taglio, Trebbiatura, Vagliatura della granella, Essiccazione e cernita e Confezionamento e stoccaggio. Durante la vagliatura la granella è posta su appositi setacci e viene lanciata in aria, quindi, sfruttando le correnti d’aria vengono rimosse le impurità (ovvero i residui della pianta come pezzi di foglie, pedicelli, infiorescenze e piccoli rami) ottenendo una buona pulizia. L’essiccazione per rimuovere l’umidità residua si ottiene usando flussi di aria calda; si ritiene che la quinoa sia secca quando i semi non contengono più del 10-12% di umidità. Una volta che la granella è completamente asciutta, si esegue l’operazione di desaponificazione che può avvenire con il metodo secco, con il metodo umido o combinando i due metodi. Questa operazione serve per eliminare le saponine, sostanze antinutrienti che hanno un sapore amaro e impediscono l’assorbimento di alcuni fondamentali sali minerali, come ferro e zinco. Al termine di questo processo si procede alla selezione e alla classificazione per dimensione variando il diametro delle maglie dei setacci attraverso cui devono passare i semi. Ogni varietà ha una diversa composizione e dimensione dei semi e, i semi di grandi dimensioni sono utilizzati come semi perlati, mentre quelli più piccoli per la produzione di farina, fiocchi e altre trasformazioni. In seguito alla cernita dei semi si procede alla fase di confezionamento e stoccaggio del prodotto che deve avvenire in luoghi freschi e asciutti in contenitori adeguati, preferibilmente silos di metallo.

            In commercio la quinoa è disponibile tutto l’anno.

            • Prima di pensare a come cucinare la quinoa, bisogna scegliere la varietà adatta. In commercio si trova bianca, rossa e nera. La bianca è quella con il sapore più neutro, adatta ai neofiti oppure per preparare dei dolci. Le versioni rossa e nera, invece, hanno un gusto più distinto e nocciolato.

              Per consumare la quinoa è fondamentale sciacquare sempre accuratamente i chicchi sotto abbondante acqua corrente: a proteggere questo finto cereale c’è la saponina, una sostanza amara dal sapore sgradevole che non è bene ritrovarsi nel piatto. Per cuocerla in maniera corretta dovete aggiungere ad ogni bicchiere di quinoa ben sciacquato due bicchieri di acqua o brodo e lasciarla cuocere per 10-12 minuti, dopo i quali il liquido verrà assorbito. Non ci sarà bisogno di scolare e rischiare di distruggere i piccoli semi.

              Può entrare a far parte di zuppe durante la stagione più fredda, in estate è ottima da accompagnare con verdure in insalata. Ancora, per colazione si possono consumare chicchi soffiati o fiocchi, utili anche per arricchire le ricette di biscotti o dolci apportando più fibra.

                • Lovato G. “Quinoa (Chenopodium quinoa Willd.)”, Università degli Studi di Padova, Corso di laurea in Scienze e tecnologie alimentari, aa 2011/2012
                • USDA – Food composition databases
                • Zevallos V.F. et al. (2014) “Gastrointestinal effects of eating quinoa (Chenopodium quinoa Willd.) in celiac patients.”, The American Journal of Gastroenterology ;109(2):270-8.
                • www.agraria.org
                • www.celiachia.it
                • www.humanitas.it

                San Pietro

                 

                Famiglia: Zeidae

                Genere: Zeus

                Specie: Zeus faber

                 

                Il San Pietro è un pesce di acqua salata conosciuto anche come pesce di san Pietro o pesce sampietro.

                È un animale solitario che predilige fondali sabbiosi e che spesso è presente anche al livello costiero. Si trova nelle acque temperate e tropicali dell’Oceano Indiano, dell’Oceano Pacifico, dell’Oceano Atlantico orientale, dalla Norvegia al Sud Africa, del Mar Mediterraneo e del Mar Nero. In Italia, è diffuso in particolare nell’Adriatico. Spesso, e non è raro catturarlo in acque basse.

                La caratteristica che lo rende unico è la presenza di una macchia scura sulle squame a sfondo chiaro posizionata centralmente sui fianchi, la cui particolarità ha dato spunto a molteplici leggende. La leggenda narra infatti che San Pietro in persona avrebbe catturato questo pesce imprimendogli così l’impronta del pollice e dell’indice.

                In commercio si trova fresco o congelato.

                • san pietro tabella

                   

                  Le proteine contenute nel pesce san Pietro sono di alto valore biologico e la presenza di acidi grassi essenziali della famiglia Omega 3 ne fanno un alimento buono per il cuore.

                  Buono è anche il contenuto di potassio che regola il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori dalle cellule, è fondamentale per la normale funzione del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso. Un buon apporto alimentare è associato alla riduzione della pressione negli ipertesi.

                  Il consumo del pesce san Pietro non presenta controindicazioni a meno che non si soffra di allergia a questo pesce.

                  • Il pesce San Pietro ha una forma ellissoidale e particolarmente schiacciata; solitamente ha una lunghezza tra i 30 e i 40 cm ma può raggiungere anche i 90 cm e gli 8 kg di peso. La testa possiede diverse protuberanze e spine e la bocca è larga. Dalla spina dorsale si propagano lunghe appendici filamentose. Le pinne pettorali sono di dimensioni medie, quelle ventrali piuttosto lunghe, mentre quella caudale è trasparente e tondeggiante. Presenta un colore grigio violaceo o verdastro con riflessi argentati su cui ci sono delle striature scure o giallastre.

                    La caratteristica che rende unico questo pesce è la presenza di una macchia scura, un ocello nero cerchiato in grigio collocato centralmente sui fianchi che ha dato spunto a molteplici leggende.

                    L’habitat ideale per questi pesci sono i fondali sabbiosi di acque temperate e tropicali; solitamente si trovano ad una profondità di circa 200 metri.

                    È un animale solitario che si nutre principalmente di piccoli pesci, cefalopodi e crostacei, catturandoli con un’improvvisa apertura della bocca.

                    Il San Pietro si riproduce in diversi periodi dell’anno, in base al luogo in cui vive; nel Mediterraneo la riproduzione avviene fra novembre e maggio. Inizialmente le uova pelagiche galleggiano, successivamente, durante il periodo di due settimane di incubazione, diventano più pesanti e schiudono in acque profonde. Le forme larvali fanno parte del plancton mentre i giovani che hanno la forza d’opporsi alle correnti sono bentonici. La maturità sessuale viene raggiunta verso il quarto anno di vita, a 23-29 cm per i maschi e 29-37 cm per le femmine. Il ciclo riproduttivo è lungo: per raddoppiare la popolazione occorrono, secondo la zona, dai 4,5 ai 14 anni.

                    Viene generalmente pescato sia con attrezzi di pesca professionale, come reti a strascico o palangari, che con reti da posta della piccola pesca artigianale. Il periodo migliore è quello estivo perché il pesce si avvicina alle coste pur restando comunque a profondità non inferiore a 50 metri.

                    Anche se è una specie molto diffusa la sua carne pregiata è molto richiesta, quindi bisognerebbe limitarne la pesca fissando la larghezza minima delle maglie delle reti a 37 cm, per permettere ad ogni esemplare di riprodursi almeno una volta.

                    Il periodo migliore per acquistare il San Pietro è tra gennaio e aprile.

                    • Il San Pietro è un pesce considerato pregiato; le sue carni sono molto saporite, è tenero e semplice da pulire. Oltre ad avere un sapore ricco della carne possiede un valore nutrizionale ottimale: infatti per il suo valore nutritivo piuttosto contenuto viene prediletto da chi è attento alla linea e, spesso, inserito all’interno di diete ipocaloriche e piatti light.

                      Prima di consumarlo è necessario pulirlo accuratamente, lavandolo ed eviscerandolo. Si consiglia di consumarlo nella sua interezza, anche se molti preferiscono cucinare esclusivamente i filetti più carnosi. Per il suo gusto deciso, è un alimento estremamente versatile ed al centro di numerose ricette della cucina italiana.

                      Il pesce San Pietro si conserva a -18° fino alla data di scadenza, a -12° per un mese, a -6° per una settimana e per tre giorni nello scomparto del ghiaccio. In frigorifero può essere conservato per un giorno e si consuma entro le 24 ore, previa cottura.

                      A oggi non sono note interazioni tra il consumo di pesce san Pietro e l’assunzione di farmaci o altre sostanze.

                      Scalogno

                       

                      Famiglia: Liliaceae

                      Genere: Allium

                      Specie: Allium ascalonicum L.

                       

                      Lo scalogno o scalogna (Allium cepa var. aggregatum) è un ortaggio a bulbo appartenente alla famiglia delle Liliaceae con caratteristiche simili a quelle dell’aglio e della cipolla ma, a differenza di questi due ortaggi, presenta un gusto delicato e di conseguenza ha una maggiore versatilità in cucina.

                      Per alcuni è una specie originaria della Palestina, per altri delle regioni dell’Asia Centrale; si tratta di una pianta erbacea originaria del Medioriente che si diffuse poi nel Mediterraneo. Il nome scientifico (Allium ascalonicum L.) deriva da Ascalon, antica città della Palestina dove veniva diffusamente coltivato.

                      Ad oggi è un’importante specie commerciale coltivata in tutti i continenti.

                      Lo scalogno è costituito da un 2-3 bulbilli avvolti da una unica tunica.

                      Sono diverse le varietà coltivate:

                      l’Olandese di Jersey o cipolla ascalogna è una varietà precoce, di ridotta vigoria vegetativa, anche se presenta bulbi piuttosto grossi di forma sferica. L’involucro è rossiccio o giallognolo. Il sapore è molto delicato.

                      Lo Scalogno comune è una varietà molto rustica e produttiva, con maturazione tardiva e facile conservazione durante il periodo invernale. I bulbi sono di forma molto allungata, l’involucro violaceo, il sapore pungente e aromatico.

                      Lo Scalogno di Romagna IGP (Indicazione Geografica Protetta) presenta foglie lunghe e slanciate, un bulbo a forma di fiaschetto piuttosto contorto, l’apparato radicale ben sviluppato, le guaine di colore scuro dorato, la polpa con sfumature rosa-lilla e il sapore un po’ piccante. Questa varietà ha ottenuto il riconoscimento IGP con il Reg. CE n. 2325/97 e la zona di produzione stabilita nel disciplinare si estende a numerosi comuni nella provincia di Ravenna (Brisighella, Casola, Valsenio, Castelbolognese, Faenza, Riolo Terme, Solarolo), di Forlì (Modigliana, Tredozio) e di Bologna (Borgo Tossignano, Casalfiumanese, Castel del Rio, Castel Guelfo, Dozza, Fontanelice, Imola, Mordano).

                      Lo scalogno può essere commercializzato fresco o secco.

                      • scalogno-tabella

                        Lo scalogno dal punto di vista nutrizionale è migliore delle cipolle, grazie al suo apporto di vitamine, minerali e antiossidanti tra cui l’allicina derivante da quercetina e kaempferolo, in grado di intervenire efficacemente su alcuni tipi di tumore. L’allicina è una molecola che sembra anche essere in grado di ridurre i livelli ematici di colesterolo, sembra essere dotata di proprietà antidiabetiche, antibatteriche, antitumorali, antivirali e antimicotiche e sembra inibire l’aggregazione delle piastrine riducendo così il rischio di contrarre patologie di natura cardiovascolare.

                        Per quanto riguarda le vitamine, lo scalogno è particolarmente ricco di vitamina C, A e quelle del gruppo B. Per poter trarre i benefici di queste proprietà si consiglia di consumare lo scalogno crudo, in quanto con la cottura le vitamine tendono a disperdersi.

                        La presenza di folati rende questa verdura indicata per promuovere lo sviluppo corretto del sistema nervoso durante la gestazione.

                        • Lo scalogno è un ortaggio a bulbo di tipo perenne, con la pianta che può raggiungere anche un’altezza di 30 cm. La parte aerea è costituita da foglie erette, cave e cilindriche (come quelle della cipolla, anche se più numerose) e quelle giovani sono commestibili La pianta può avere La parte sottoterra è formata da bulbi globosi, allungati e tunicati, ossia fasciati alla base da un involucro comune, dal diametro massimo di 3-4 cm, dalla forma a fiaschetto allungato e di colore bianco-viola sfumato. I singoli bulbilli sono piccoli e allungati, con alcune differenze a seconda della varietà.

                          Lo Scalogno di Romagna IGP presenta dei bulbi di forma regolare a fiaschetto di dimensioni non superiori ai 2 cm con buccia coriacea, gustosi, aromatici e delicati; colorazione, profumi, sapori, aromaticità e finezza lo differenziano da tutte le altre varietà coltivate.

                          La riproduzione avviene per via vegetativa, ossia attraverso l’interramento del bulbillo, esattamente come avviene per l’aglio, e non per impollinazione in quanto questa specie non fa fiori.

                          È una pianta da orto resistente, non richiede cure particolari e viene coltivato con ciclo annuale. Non si può però coltivare in successione a sé stesso o ad altre Liliacee, né Solanacee, barbabietole o cavoli, e si può tornare a piantare lo scalogno sullo stesso terreno solo dopo 5 anni.

                          La messa in dimora dei bulbilli va effettuata a novembre-dicembre, mentre la raccolta si inizia da metà giugno, per il prodotto da consumare fresco e dalla seconda metà di luglio per quello da conservare e trasformare.

                          Il singolo bulbo deve essere interrato a una profondità di circa 10 cm, mantenendo una distanza di 20 tra l’uno e l’altro e di 30-40 cm tra le fila.

                          La raccolta avviene generalmente all’inizio dell’estate quando le foglie iniziano ad ingiallire. Si estirpano i bulbi dal terreno, aiutandosi con una forca o con una vanga, si fanno seccare al sole e poi si conservano per alcuni mesi in un luogo buio, fresco, asciutto e ventilato. Per un mantenimento ottimale dei bulbi sono raccomandati luoghi con una temperatura intorno ai 12-15 gradi.

                          In commercio lo scalogno è disponibile tutto l’anno e si trova all’interno delle classiche trecce o retine.

                          • Lo scalogno ha un sapore molto più delicato e aromatico rispetto agli altri due ortaggi della stessa famiglia, ovvero la cipolla e l’aglio. Come la cipolla, può essere caramellato, oppure cucinato in agrodolce. Può anche essere utilizzato crudo per arricchire e aromatizzare fresche insalate. Lo scalogno è ottimo, in particolare, per esaltare il gusto dei piatti con peperoni, cetrioli, pomodori, radicchio, fave, patate e melanzane.

                            Lo scalogno si conserva fuori dal frigorifero in un ambiente buio, fresco e asciutto (l’ideale sarebbe in una cantina), mentre, una volta tagliato, va conservato avvolto nella pellicola per alimenti, in frigorifero, dove può rimanere al massimo per una settimana. Un altro metodo di conservazione dello scalogno è quello di metterlo in un contenitore, sbucciato e coperto con olio d’oliva, il quale ne assorbirà il sapore e potrà a sua volta essere usato per cucinare.

                            Non si registrano interazioni tra il consumo di scalogno e l’assunzione di farmaci o altre sostanze.

                            • • Arpornchayanon W. et al. (2019) “Antiallergic activities of shallot (Allium ascalonicum L.) and its therapeutic effects in allergic rhinitis”, Asian Pac J Allergy Immunol. 2019 Aug 18.

                              • Mohammadi-Motlagh H-R., Mostafaie A., Mansouri K. (2011) “Anticancer and anti-inflammatory activities of shallot (Allium ascalonicum) extract”, Arch Med Sci;7(1):38-44.

                              • www.agraria.org

                              www.bda-ieo.it

                              www.coltivazionebiologica.it

                              www.politicheagricole.it

                              Semi di girasole

                               

                              Famiglia: Asteraceae

                              Genere: Helianthus

                              Specie: Helianthus annuus L.

                               

                              Il girasole (Helianthus annuus L.) è una pianta di origine americana, secondo alcuni studiosi peruviana, secondo altri messicana che si diffuse in Europa solamente agli inizi del 1500.

                              A livello mondiale oggi è largamente coltivata, si trova infatti al secondo posto, dopo la soia, tra le piante produttrici di olio. In Italia è presente soprattutto nell’Italia centrale.

                              Le varietà coltivate sono diverse e sono suddivise in due gruppi: uno idoneo per la produzione di semi e per foraggio, comprendente piante monocefaloiche e con acheni grandi, e uno per la produzione di fiori ornamentali, caratterizzato da piante ramificate e policefale.

                              Quelli che comunemente vengono definiti semi di girasole sono, in realtà, i frutti secchi, detti acheni. Ogni achenio è costituito da un guscio duro esterno e da una mandorla interna, chiamata impropriamente “seme” e le attuali varietà selezionate danno acheni contenenti anche più del 45% di olio.

                              Per olio di girasole si intende un grasso vegetale ottenuto dalla spremitura dei semi di girasole.

                              • girasole

                                 

                                A livello di minerali quelli più rappresentati sono il ferro, il cui compito è quello di legare l’ossigeno alla molecola di emoglobina, presente nei globuli rossi, il magnesio fondamentale per la normale funzionalità del tessuto muscolare del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso, il fosforo, elemento strutturale di ossa, denti e cellule, il potassio, che regola il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori dalle cellule, ed infine lo zinco coinvolto nella produzione, deposito e liberazione dell’insulina, partecipa al metabolismo degli ormoni tiroidei.

                                I semi di girasole sono anche una buona fonte anche di vitamine come la vitamina E ed i folati e sono utili al mantenimento di una buona salute cardiovascolare, grazie alla presenza di acidi grassi mono e polinsaturi che contribuiscono ad abbassare i livelli di colesterolo cattivo LDL e diminuire la pressione arteriosa.

                                La presenza di acidi fenolici (acido caffeico, acido gallico) e flavonoidi (quercetina) rendono i semi di girasole ulteriormente utili per la prevenzione delle malattie cardiovascolari.

                                L’abbondanza di folati, vitamine essenziali per la regolazione dei processi di proliferazione e differenziamento cellulare, della sintesi di DNA e proteine e per la formazione di emoglobina, fanno dei semi di girasole un cibo ideale da inserire nell’alimentazione delle donne incinte o che si stanno preparando ad una gravidanza. I folati, infatti, prevengono l’insorgenza delle malformazioni neonatali, in particolare quelle a carico del tubo neurale, come la spina bifida.

                                • Il girasole è una pianta annuale di grande sviluppo, con una lunga radice fittonante, il cui fusto nelle varietà da olio può raggiungere fino a 2 metri di altezza. Sullo stelo sono presenti le foglie, che si presentano ruvide su entrambe le facce, munite di un lungo picciolo e di forma diversa a seconda della posizione. Il culmo è eretto e solo a maturità si curva nella parte terminale per l’aumento del peso dell’infiorescenza o calatide. L’infiorescenza esternamente è una corona di fiori sterili dentro cui sono inseriti gli altri fiori, più piccoli, fertili e ermafroditi (da 500 a 3.000). In seguito alla fecondazione si forma un frutto secco indeiscente, detto achenio, costituito in media dal 40-50% di olio. Ogni achenio è costituito da un guscio duro esterno e da una mandorla interna, chiamata impropriamente “seme”.

                                  Una caratteristica del girasole è l’eliotropismo, ovvero il fatto di seguire il movimento della luce durante il giorno; tale fenomeno riguarda l’infiorescenza durante la fase di sviluppo e le giovani foglie e cessa al sopraggiungere della fioritura.

                                  Il ciclo della pianta di girasole è primaverile-estivo e ha una durata variabile, da un minimo di 85-95 giorni per le nuove varietà o i nuovi ibridi a 130-140 giorni fino a un massimo di 180, per le vecchie popolazioni. È costituito da diverse fasi: germinazione, emergenza, formazione delle foglie, differenziazione dei bottoni fiorali, crescita attiva, fioritura, formazione e riempimento del seme e maturazione.

                                  Il girasole è una pianta caratterizzata da un elevato consumo idrico che tollera sia le basse che le alte temperature. È una pianta da rinnovo adatta alla coltura asciutta, è un ottimo preparatore del frumento e tra una coltura e l’altra è consigliabile lasciare un intervallo di 6-7 anni.

                                  Le varietà e gli ibridi presenti sul mercato sono divisi, in funzione della durata del ciclo biologico, in precoci, medi e tardivi.

                                  In Italia la semina viene effettuata nella prima metà di aprile al Nord, verso la fine di marzo al Centro e non oltre la metà di marzo al Sud, e viene fatta a file distanti 60-70 cm con seminatrice di precisione.

                                  La raccolta, effettuata con mietitrebbiatrici, inizia quando si verifica la caduta spontanea degli involcri fiorali portati dal frutto, il viraggio al bruno della calatide e la completa secchezza delle foglie basali e di parte di quelle mediane.

                                  Dai semi di girasole si ottiene l’olio, che possiede un buon valore alimentare, una buona conservabilità e stabilità ed è disponibile sul mercato tutto l’anno. Dall’estrazione dell’olio si ha come residuato un panello molto ricco di proteine che viene impiegato nell’alimentazione zootecnica.

                                  • La tecnologia più adeguata a preservare il valore nutrizionale del frutto del girasole per lungo tempo è l’essiccazione, ma per asciugare il seme è possibile utilizzare:

                                    Essiccatori speciali: Se ci sono molti semi, allora questo metodo è il più adatto. I dispositivi hanno diverse modalità che consentono di tenere conto del contenuto di umidità del frutto e del contenuto di olio in essi contenuto.

                                    Essiccatoio elettrico: A casa è utile. I semi di girasole vengono lavorati in esso da un quarto d’ora a venti minuti ad una temperatura di 50-80 gradi. La durata dipende dall’umidità del frutto.

                                    Forno. I semi vengono essiccati su una teglia allo stato desiderato a una temperatura di 130-150 gradi per venti o venticinque minuti. La porta del forno deve rimanere socchiusa.

                                    Aria fresca: Per asciugare i semi di cui hai bisogno, stendendoli in uno strato sottile su garza o carta. Se il giorno è caldo e soleggiato, il prodotto sarà pronto in tre o quattro ore. I semi devono essere miscelati periodicamente ad asciugare uniformemente.

                                     

                                    Dopo l’essiccazione, i semi di girasole sono disposti in sacchetti di carta o in tessuto. I contenitori in polietilene non possono essere usati: in esso il prodotto diventerà rapidamente rancido. Pacchetti o sacchetti riempiti con semi di girasole possono essere collocati:

                                    In una stanza asciutta e fresca. Condizioni di conservazione ideali: temperatura fino a 10 gradi; umidità – 7%. In tali locali, i semi possono essere conservati per un massimo di sei mesi.

                                    Nel frigorifero in luoghi riservati per le verdure con frutta. I semi rimarranno in buone condizioni fino a un anno.

                                    I semi di girasole possono essere per esempio aggiunti allo yogurt, magari con della frutta e dei fiocchi d’avena, oppure aggiunti ad una macedonia come merenda; ancora per arricchire l’impasto e la superficie del pane o cosparsi nelle insalate o sulle vellutate.

                                      • Guo S et al. (2017) “A review of phytochemistry, metabolite changes, and medicinal uses of the common sunflower seed and sprouts (Helianthus annuus L.)”, Chemistry Central Journal; 11: 95.
                                      • Rauf S et al. (2017) “Progress in modification of sunflower oil to expand its industrial value.”, Journal of the Science of Food and Agriculture;97(7):1997-2006.
                                      • www.agraria.org
                                      • www.bda-ieo.it
                                      • www.humanitas.it

                                      Semi di canapa

                                       

                                      Famiglia: Cannabinaceae

                                      Genere: Cannabis

                                      Specie: Cannabis sativa L.

                                       

                                      La canapa (Cannabis sativa L.) è una pianta originaria delle regioni a nord e a sud dell’Himalaya. La Cina è il Paese in cui viene coltivata da più tempo; a livello mondiale si coltiva soprattutto in Asia (Cina e India), Europa dell’Est e Russia.

                                      Esiste anche la canapa indiana (Cannabis indica), una pianta originaria del Kafiristan, a sud dell’Hindukush, che fornisce una qualità di fibra mediocre e che in Oriente viene coltivata per l’estrazione di alcune droghe dalle estremità fiorite e dalle foglie essiccate.

                                      In commercio la canapa si trova sotto forma di semi o olio.

                                      • canapa

                                        I semi di canapa, così come quelli di sesamo o di girasole, sono composti prevalentemente da lipidi, che costituiscono quasi il 50% del loro peso. I grassi più rappresentati sono quelli insaturi, in particolare acidi grassi polinsaturi della serie omega-6 ed omega-3. Nei semi di canapa, inoltre, gli omega-6 e gli omega-3 si trovano in rapporto 3:1 che, secondo gli studi, è la proporzione utile per ridurre il rischio di patologie correlate all’eccesso di colesterolo nel sangue.

                                        I semi di canapa sono inoltre fonte di fibre, proteine e importantissimi micronutrienti. Una porzione da 30 g, circa 3 cucchiai, copre quasi interamente il fabbisogno giornaliero di magnesio, un minerale fondamentale per la funzionalità di cuore, muscoli e sistema nervoso. Buono è anche il contenuto di zinco, potassio, ma soprattutto di ferro, essenziale per un efficiente trasporto dell’ossigeno nel sangue.

                                        Il cuore ed il sistema vascolare vengono inoltre protetti, oltre che dai grassi polinsaturi anche dai flavonoidi contenuti nei semi di canapa. Anche i fitosteroli sono presenti in buona quantità, questi composti, hanno una struttura simile a quella del colesterolo e quindi competono con esso per essere assorbiti dal nostro intestino. Consumare alimenti ricchi di fitosteroli, pertanto, può contribuire a tenere sotto controllo la colesterolemia.

                                        • La canapa è una pianta annuale, con radice fittonante e fusto eretto, più o meno ramificato, robusto, che può arrivare fino a 4 metri di altezza. Le foglie sono prevalentemente opposte, picciuolate, palmatosette; le infiorescenze, dette pannocchie, maschili e femminili sono presenti su piante diverse e, per questo motivo, è una specie dioica. Il frutto è un achenio, comunemente chiamato seme di canapa o canapuccia; contiene un unico seme racchiuso in un pericarpo sottile di consistenza cornea, indeiscente, bivalve. L’achenio presenta una forma ovoidale, a volte quasi sferica, e non ha un colore uniforme, presenta infatti varie macchie. Solitamente è bruno, talora olivastro o tendente al rossiccio; alcune volte i frutti sono più chiari, biancastri e verdognoli.

                                          La canapa predilige zone umide, temperature di 20-25°C durante tutto il ciclo, terreni argillosi e fertili ed è una coltura da rinnovo.

                                          La semina viene fatta a fine aprile-primi maggio a file distanti 15-18 cm. La raccolta avviene in tempi diversi: se riguarda esclusivamente la bacchetta viene effettuata in corrispondenza della fioritura femminile, ovvero nella prima metà di agosto, se si vuole ottenere anche la produzione di acheni, viene posticipata alla fine di settembre.

                                          Dalla canapa si ottengono diversi prodotti. Dalla bacchetta verde, che subisce il processo di stigliatura per separare la parte legnosa, o canapulo, dalla fibra si preparano carte speciali. La fibra ottenuta viene impiegata per la fabbricazione di tessuti, filtri e isolanti termo-acustici. Dalle piante femminili si può utilizzare anche il seme, utilizzato per l’estrazione o spremitura di olio impiegato per la produzione di colori e vernici.

                                          Gli oli di canapa di qualità migliore sono quelli spremuti a freddo e non raffinati; in commercio si trova anche il meno pregiato olio di canapa raffinato. In generale l’olio di canapa è di colore verde con sfumature che vanno da tonalità più chiare a tonalità più scure.

                                          • I semi di canapa integrali o decorticati si possono acquistare nelle erboristerie, nei negozi che trattano alimentazione naturale e prodotti biologici oppure su siti web specializzati. Sono presenti in alcuni supermercati e vi consigliamo di valutare sempre la qualità del prodotto, che sia povero di additivi e possibilmente biologico.

                                            I semi di canapa si possono trovare in commercio integrali o decorticati e si possono consumare al naturale o dopo tostatura.

                                            I semi di canapa possono essere utilizzati su insalate o sui primi piatti o utilizzarli per arricchire la colazione, magari abbinandoli a uno yogurt e un frutto di stagione.

                                            La canapa sativa alimentare andrebbe conservata con cura, in un contenitore ermetico e lontano da fonti di umidità oppure in frigorifero. Oltre ai semi di canapa, in commercio è possibile trovare l’olio di semi di canapa e la farina di canapa, che può essere utilizzata insieme ad altre farine per la preparazione di pasta, focaccia e pizza.

                                            Nessuna particolare controindicazione al consumo di semi di canapa, ad eccezione di quelle condizioni come la diverticolite, in cui è sconsigliata l’assunzione di qualsiasi genere di seme. Anche in questo caso il consiglio è quello di non esagerare con l’assunzione giornaliera di semi di canapa, ma di seguire un’alimentazione variata inserendo in piccole dosi anche questo benefico alimento.

                                              • Prociuk et al. (2008) “Cholesterol-induced stimulation of platelet aggregation is prevented by a hempseed-enriched diet”, Can J Physiol Pharmacol.;86(4):153-9.
                                              • Yalcin H., Konca Y., Durmuscelebi F. (2017) “Effect of dietary supplementation of hemp seed (Cannabis sativa L.) on meat quality and egg fatty acid composition of Japanese quail (Coturnix coturnix japonica).”, Animal Physiology and Animal Nutrition ;102(1):131-141.
                                              • www.agraria.org
                                              • www.bda-ieo.it
                                              • www.humanitas.it

                                              Semi di chia

                                               

                                              Famiglia: Lamiaceae

                                              Genere: Salvia

                                              Specie: Salvia hispanica L.

                                               

                                              La chia è una pianta originaria del Guatemala e del Messico centrale e meridionale; ad oggi viene coltivata in Messico, Bolivia, Argentina, Ecuador, Nicaragua, Guatemala e Australia.

                                              La pianta appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, di cui fanno parte molte piante aromatiche come menta, origano, rosmarino, timo e salvia, con cui condivide la capacità aromatica.

                                              Della chia si consumano i semi interi o la farina, ottenuta dagli stessi semi, e entrambi trovano un largo impiego in cucina.

                                              • I semi di chia sono composti da un buon quantitativo di fibra, all’incirca un 34% che dona loro la capacità di assorbire acqua fino a 15 volte il proprio peso. Possiedono anche una discreta quantità di proteine e di minerali come calcio, ferro e selenio. Infatti una sola porzione di semi di chia è in grado di fornire circa un terzo del fabbisogno giornaliero di selenio, elemento utile a proteggere le cellule dallo stress ossidativo e mantenere in salute il sistema immunitario, la funzione tiroidea, cardiovascolare e cerebrale.

                                                I semi di chia sono anche ricchi in acidi grassi omega 6 ed omega 3, definiti essenziali in quanto non sintetizzabili dall’organismo e perciò da introdurre necessariamente con la dieta.

                                                Contengono anche diversi polifenoli, trai quali la più apprezzabile in quantità è la quercetina, fitocomposto utile al sistema cardiovascolare. Studi di laboratorio e trials clinici hanno indagato le prospettive terapeutiche dei semi di chia, tra le quali si evidenziano gli effetti cardioprotettivi (riduzione della pressione arteriosa, azione ipocolesterolemizzante), il controllo del diabete e la regolarizzazione del transito intestinale.

                                                • La chia è una pianta erbacea annuale che può raggiungere un metro di altezza. I fiori sono viola o bianchi, si presentano come infiorescenze composte (racemo), ermafroditi (ovvero presentano sia organi maschili che femminili) che fioriscono da luglio fino a settembre inoltrato. I semi sono ovali e lucidi, di colore marron/grigiastro o marron scuro, ricchi di acidi grassi polinsaturi, che misurano circa 2 mm. di lunghezza per 1,5 mm. di larghezza

                                                  La pianta di chia per essere coltivata necessita di zone soleggiate, temperature miti, un suolo ben drenato e a medio impasto o terreni sabbiosi. Solitamente la chia viene coltivata in zone tropicali o subtropicali ma oggi esistono anche specie più resistenti al freddo che riescono ad adattarsi nelle zone temperate. Nelle coltivazioni la produzione di chia avviene in file distanziate 70 – 80 cm e possono essere seminate in ambiente protetto fin dall’inizio di marzo.

                                                  Il ciclo di coltivazione è strettamente legato al clima e all’altitudine di coltivazione: nel suo habitat ideale il ciclo (inteso dalla semina al raccolto) dura dai 100 ai 130 giorni; la durata si spinge oltre i 180 giorni nei campi situati ad altitudini di 900 – 1500 metri.

                                                  In commercio i semi di chia sono disponibili tutto l’anno.

                                                  • I semi di chia sono molto piccoli ed hanno un gusto piuttosto neutro, pertanto possiamo impiegarli in piatti sia dolci che salati. Ad esempio possiamo aggiungerli ai cereali per la colazione che useremo nel latte o nello yogurt, possiamo aggiungerli nell’ insalata, alle zuppe di legumi, alle vellutate, ai risotti, alle macedonie di frutta, per arricchire un contorno, per preparare il pane, taralli, biscotti, o anche semplicemente come elemento decorativo dei piatti. L’importante è che non vengano cotti troppo a lungo. I semi di chia, un po’ come quelli di lino, se lasciati in ammollo in acqua assorbono molti liquidi e rilasciano un gel (pudding), che può essere assunto di prima mattina, anche per favorire il transito intestinale e limitare il senso di fame.

                                                    I semi di chia rappresentano inoltre un importante alleato per i celiaci: la farina che se ne ricava, infatti, è utilizzata per la preparazione di prodotti senza glutine, sia per le sue proprietà addensanti che per il valore nutrizionale aggiunto in termini di proteine, fibra e acidi grassi omega-3. Oltre a migliorare la consistenza ed il profilo nutrizionale delle farine comunemente impiegate per i prodotti senza glutine, la fibra apportata con i semi di chia contribuisce a ridurre l’impatto glicemico.

                                                    I semi di chia possono essere conservati a lungo nelle nostre dispense, a patto che siano disposti in un contenitore a chiusura ermetica ed al riparo dalla luce. Quando fa caldo, è preferibile trasferire il contenitore in frigo.

                                                      • Parker J et al. (2018) “Therapeutic Perspectives on Chia Seed and Its Oil: A Review.”, Planta Medica;84(9-10):606-612.
                                                      • Ullah R et al. (2016) “Nutritional and therapeutic perspectives of Chia (Salvia hispanica L.): a review.”, Journal of Food Science and Technology;53(4):1750-8.
                                                      • www.agraria.org
                                                      • www.bda-ieo.it
                                                      • www.celiachia.it
                                                      • www.humanitas.it

                                                      Semi di sesamo

                                                       

                                                      Famiglia: Pedaliaceae

                                                      Genere: Sesamum

                                                      Specie: Sesamum indicum L.

                                                       

                                                      Il sesamo è una pianta appartenente alla famiglia delle Pedaliaceae originaria delle Indie Orientali. È diffusa in Asia e Africa e viene coltivata in India, Cina, Birmania e, per quanto riguarda la zona europea, solamente in Grecia.

                                                      Esistono numerose varietà di sesamo che si distinguono per la colorazione dei semi; sono presenti cultivar a semi bianchi, neri e rossastri.

                                                      I semi vengono utilizzati come spezia.

                                                      • I semi di sesamo contengono buone quantità di fibra, proteine, acido folico e inoltre molto ricchi in alcuni tipi di minerali, in particolare ferro, fosforo, magnesio e soprattutto calcio, utile nella prevenzione dell’osteoporosi.

                                                        I semi sono costituiti per il 45-55% da sostanza grassa, e l’olio che si ottiene è di ottima qualità, inodore, con scarsa tendenza ad irrancidire per l’elevato contenuto di acidi grassi insaturi (oleico e linoleico, ciascuno per circa il 40% circa).

                                                        Altra caratteristica di questa tipologia di semi è il loro contenuto in particolari composti bioattivi come lignani, fitosterolo b- sitosterolo, sesamina e sesamolina. Tali tipi di sostanze migliorano il profilo lipidico con azione ipocolesterolemizzante.

                                                        L’assenza di glutine, infine, rende questo prezioso alimento perfetto anche per la preparazione di alimenti per celiaci. Vi consigliamo per questo di aggiungerli tostati e sminuzzati su primi e secondi piatti o sui contorni.

                                                        • Il sesamo è una pianta annuale brevidiurna che presenta un fusto eretto, semplice o ramificato, che può arrivare fino ad un’altezza di 80 cm circa. Le foglie sono opposte, ovali oblunghe; quelle basali si presentano larghe e dotate di picciolo lungo, quelle apicali invece sono strette e con picciolo corto. I fiori, ascellari e di solito isolati, con petali bianchi punteggiati di nero. La fecondazione è autogama.

                                                          È una pianta che non resiste al freddo (soffre a 10°C) e abbastanza resistente alla siccità. Non ha particolari esigenze sulla tipologia di terreno e può essere coltivata dove cresce l’arancio; ha uno sviluppo rapido e per questo motivo ha bisogno di trovare un terreno ricco di elementi nutritivi, facilmente assimilabili, specialmente azotati.

                                                          È una coltura da rinnovo che solitamente viene seminato in marzo-aprile a file distanti 60-70 cm. Dopo 20-25 giorni dalla semina, quando le piantine hanno raggiunto i 15-20 cm di altezza, si procede al diradamento lasciando 20-30 cm di distanza sulla fila.

                                                          La raccolta avviene all’ingiallimento delle foglie, prima della completa maturazione delle capsule per evitare la deiscenza. Le piante tagliate vengono disposte in andane per completare la maturazione e trebbiate.

                                                          Dai semi si ottiene un olio di ottima qualità, inodore, con scarsa tendenza ad irrancidire per l’elevato contenuto di acidi grassi insaturi (oleico e linoleico) che viene impiegato nell’alimentazione umana, nell’industria alimentare per la preparazione di margarine, in quella cosmetica per la produzione di saponi e in quella farmaceutica. Il panello che residua dall’estrazione dell’olio viene destinato all’alimentazione zootecnica.

                                                          In commercio i semi di sesamo si trovano tutto l’anno.

                                                          • Una delle più note ricette che vede come ingredienti principali i semi di sesamo è il Gomasio. Quest’ultimo consiste in un condimento preparato con semi di sesamo e sale marino, ottimo da utilizzare al posto del sale assoluto per migliorare il condimento dei vostri piatti e beneficiare al tempo stesso di tutte le proprietà salutari di questi piccoli semi.

                                                            Altra salsa famosissima in cui vengono utilizzati i semi di sesamo è quella Tahina. Questa salsa è ricavata dalla farina di semi di sesamo mescolata con il suo olio, spesso usata come condimento.

                                                            Avendo al loro interno oli molto delicati, che rischiano di irrancidirsi, è consigliabile conservare i semi di sesamo al riparo dalla luce, in un luogo fresco ed asciutto ed all’interno di un barattolo di vetro con tappo o di un contenitore a chiusura ermetica.

                                                            Il sesamo può interferire con l’effetto degli antidiabetici, dei farmaci che aumentano il rischio di emorragie o che causano sonnolenza, dei medicinali per la pressione, dei farmaci processati dal citocromo P450 e con diversi altri medicinali. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico

                                                            Attenzione, per alcuni soggetti possono essere causa di gravi reazioni allergiche a causa della presenza di specifiche proteine.

                                                              • Majdalawieh AF et al. (2017) “A comprehensive review on the anti-cancer properties and mechanisms of action of sesamin, a lignan in sesame seeds (Sesamum indicum).”, European Journal of Pharmacology; 815:512-521.
                                                              • Pathak N et al. (2014) “Value addition in sesame: A perspective on bioactive components for enhancing utility and profitability.”, Pharmacognosy Reviews; 8(16): 147–155.
                                                              • www.agraria.org
                                                              • www.bda-ieo.it
                                                              • www.humanitas.it

                                                              Miglio

                                                               

                                                              Famiglia: Gramineae o Poaceae

                                                              Genere: Panicum

                                                              Specie: Panicum miliaceum

                                                               

                                                              Il miglio (Panicum miliaceum L.) è il cereale più antico nella storia dell’alimentazione umana anche se rientra nel raggruppamento dei cereali minori. È originario del Nord Africa e tutt’oggi la maggior parte della produzione mondiale proviene da Asia e Nordafrica.

                                                              Esistono diverse varietà di miglio. Il miglio bianco o Panicum miliaceum album è la varietà più comune in Italia ed Europa; altre varietà adatte a climi molto caldo-aridi sono ad esempio il Panicum miliaceum luteum, il P. miliaceum nigrum e il P. miliaceum bicolor.

                                                              Un cereale molto simile al miglio è il panico (Panicum italicum L.), anch’esso pianta erbacea annuale.

                                                              Il miglio essendo un cereale privo di glutine può essere consumato anche dai celiaci.

                                                              •  

                                                                Il miglio è composto prevalentemente da carboidrati complessi e presenta un buon contenuto di proteine e fibre. Privo di glutine, è ideale per l’alimentazione dei celiaci, che spesso fanno fatica ad assumere il giusto quantitativo di fibra.

                                                                Grazie al suo elevato apporto di fibra, il miglio possiede un indice glicemico inferiore rispetto ad altri cereali. Per questo motivo gli scienziati stanno studiando l’impiego della sua farina in prodotti che abbiano un ridotto impatto sulla glicemia, adatti quindi anche a soggetti diabetici.

                                                                Tra i micronutrienti il più rappresentato è il ferro, utile nel corretto trasporto dell’ossigeno da parte dei globuli rossi, e il magnesio, fondamentale per la funzionalità del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso.

                                                                Buono è anche il contenuto di vitamine del gruppo B, soprattutto niacina.

                                                                • Il miglio è una pianta erbacea annuale con portamento cespitoso, di altezza variabile dai 50 cm ai 150 cm, caratterizzato da foglie larghe lanceolate, pelose sul lembo e sulla guaina. L’infiorescenza è una pannocchia, lunga 15-20 cm, pendente su un lato, formata da racemi di spighette; ciascuna spighetta porta superiormente un fiore ermafrodita ed interiormente uno maschile o neutro. Il frutto è una cariosside lucida, liscia, ellittica, compressa, di colore bianco oppure variabile dal grigio al bruno al nero. Il peso di 1000 cariossidi è di 5-7 grammi.

                                                                  Il miglio ha un ciclo colturale relativamente breve (circa 3-4 mesi) ed è caratterizzato da una prolungata e notevole capacità di accestimento. Resiste alla siccità ed alle elevate temperature, è invece sensibile al freddo, all’eccessiva umidità e ai ristagni idrici; per questo motivo viene coltivato nelle regioni temperate, a ciclo primaverile-estivo. Per le sue particolari caratteristiche biologiche questa specie viene in genere impiegata come coltura intercalare in terreni leggeri e sabbiosi, scarsamente dotati di umidità durante l’intero periodo estivo.

                                                                  La semina si effettua a partire dalla primavera avanzata (fine aprile) e, visto il ciclo produttivo breve, questo cereale si presta per la semina in secondo raccolto in estate, dopo la raccolta di un cereale o di un erbaio autunno-primaverile. La semina può essere fatta con seminatrice a righe a file distanti 20-40 cm.

                                                                  La maturazione delle pannocchie è scalare e la raccolta avviene in modo diverso a seconda della destinazione d’uso. Come cereale da granella il miglio va raccolto prima della maturazione finale in quanto la maturazione è scalare e la pannocchia sgrana facilmente. Va perciò mietuto precocemente e trebbiato dopo la completa essiccazione. Come cereale da foraggio va raccolto all’inizio della spigatura se utilizzato come foraggio verde, oppure alla maturazione cerosa se destinato all’insilamento. Il prodotto infatti può essere consumato allo stato verde o conservato in silo.

                                                                  Il miglio è disponibile sul mercato tutto l’anno.

                                                                  • In commercio è disponibile anche il miglio soffiato, senza zuccheri e sale aggiunti, che può rappresentare una buona alternativa ad altri cereali per la colazione. Insieme ad uno yogurt, vaccino o vegetale, una manciata di frutta a guscio e un frutto fresco è ideale per una colazione completa e equilibrata.

                                                                    La preparazione del miglio decorticato è molto importante: non è necessario l’ammollo, ma indispensabile è un’accurata operazione di lavaggio sotto acqua corrente, la quale va eseguita molte volte, fino al raggiungimento della totale limpidezza dell’acqua stessa, al fine di essere certi di aver eliminato tutte le scorie, le impurità e la polvere che ricoprono i chicchi. Dopo questo passaggio, vi suggeriamo di riporre il miglio in un colino a maglie strette, lasciandolo scolare e asciugare per circa 15 minuti.

                                                                    Trascorso questo tempo possiamo procedere alla cottura: va pesata la quantità di miglio necessaria (dai 50 agli 80 g a persona, a seconda della ricetta) e va messa in una pentola di acciaio dal fondo spesso, portando il tutto su fiamma media e facendolo tostare per qualche minuto.

                                                                    Quando nell’aria si sarà sprigionato un profumo deliziosamente fragrante, sarà possibile aggiungere acqua, di volume pari al doppio di quello del miglio (es. una tazza di miglio – due tazze d’acqua) e pochissimo sale, alzando la fiamma e lasciandola alta fino al raggiungimento del bollore.

                                                                    A questo punto il fuoco può essere abbassato e il miglio lasciato cucinare per circa 20 minuti, dopo i quali vi suggeriamo di spegnere il fornello e porre un coperchio sulla pentola, facendo riposare il cereale per qualche minuto.

                                                                    Il miglio è versatile per una moltitudine di preparazioni in cucina: è famosissimo, ad esempio, come ingrediente principale di deliziose polpette, crocchette o sformati, realizzati cuocendolo come indicato sopra, e poi aggiungendovi verdure a piacere.

                                                                    • • Bora P, Ragaee s., Marcone M. (2019) “Characterisation of several types of millets as functional food ingredients”, International Journal of Food Sciences and Nutrition;70(6):714-724.

                                                                      • Chhavi A., Sarita S. (2012) “Evaluation of composite millet breads for sensory and nutritional qualities and glycemic response”, Malaysian Journal of Nutrition; 18(1):89-101.

                                                                      USDA – Food composition databases

                                                                      www.agraria.org

                                                                      www.celiachia.it

                                                                      • www.humanitas.it

                                                                      Paprica o Paprika

                                                                       

                                                                      La paprica (o paprika) è una spezia ottenuta dai peperoni, ovvero i frutti delle piante della specie Capsicum annuum L. originaria dell’America Tropicale. Per ottener questa polvere i peperoni vengono tagliati, essiccati ed infine macinati. Inoltre a seconda dei peperoni scelti è possibile ottenerne varietà dolci oppure piccanti.

                                                                      Le due varietà di peperoni da cui si ottiene la paprika sono i peperoni a forma allungata (Capsicum annuum var. longum) e i peperoni a forma di grossa ciliegia (Capsicum annuum var. longum grossum).

                                                                      Le due componenti di piccantezza, valutata in base al contenuto di capsaicina, e colorazione, in relazione alla quantità di pigmenti presenti, rivestono un ruolo importante soprattutto nel momento della vendita del prodotto finale. Infatti più la paprika risulta piccante, più il suo colore vira verso il giallo-arancione vivo in quanto il contenuto di capsaicina è maggiore; la capsaicina avendo un effetto antiossidante previene l’ossidazione della frazione gialla a pigmento rosso.

                                                                      La paprica si differenzia dal peperoncino per la varietà di peperone utilizzata, per la lavorazione del prodotto macinato e per il grado di piccantezza.

                                                                      •  

                                                                        La paprika dal punto di vista nutrizionale, come molte spezie ed erbe secche, è ricca di minerali e vitamine, ma data la poca quantità impiegata in cucina non può essere considerata una fonte di nutrienti.

                                                                        Molto importante invece è il suo contenuto in vitamina C, infatti, se aggiunta per esempio ad un piatto di legumi, può aiutarne l’assorbimento del ferro.

                                                                        Come tutte le spezie, la paprika, può essere utilizzata per dare sapidità alle pietanze, riducendo l’utilizzo del sale, fattore di rischio per ipertensione, malattie cardiovascolari e oncologiche.

                                                                        La capsaicina è responsabile della sensazione piccante in bocca. Per allievare tale percezione, essendo liposolubile, è sufficiente mangiare del pane con olio così da ripulire i recettori ingannati.

                                                                        Se da un lato determina una sensazione spiacevole per alcune persone, la capsaicina è stata studiata per i suoi effetti sulla salute. Sembra essere coinvolta nell’inibizione dei geni dell’invecchiamento. Inoltre evidenze mostrano una riduzione di trigliceridi nel sangue dopo un pasto ricco di grassi.

                                                                        • La paprika viene ottenuta da due differenti varietà di peperoni: varietà a forma allungata (Capsicum annuum var. longum) e varietà a forma di grossa ciliegia (Capsicum annuum var. longum grossum).

                                                                          I peperoni destinati alla produzione di questa spezia vengono raccolti dalla fine di agosto fino a metà settembre attraverso una raccolta manuale con i frutti che devono aver raggiunto una maturazione uniforme e completa. Dopo la raccolta, segue un periodo di post-maturazione di 10-40 giorni con i baccelli tenuti in reti, casse o appesi con spaghi.

                                                                          Segue la fase di preparazione in cui i peperoni crudi vengono lavati accuratamente con getti d’acqua e tagliati a pezzi di 12-15 mm per favorire una migliore asciugatura. È importante che gli steli siano solidi dopo il taglio, in modo da poterli rimuovere e prevenire il degrado qualitativo. Durante l’asciugatura il contenuto d’acqua deve ridursi al 6-8%, per cui il peperone viene sottoposto a getti di aria calda in modo da ottenere un prodotto semilavorato con una pigmentazione stabile cercando di non deteriorare i carotenoidi, pigmenti responsabili della colorazione e sensibili al calore. L’aria calda provoca un sapore amaro con caramellizzazione dello zucchero e un colore marrone.

                                                                          Dopo l’asciugatura, i peperoni vengono raffreddati e suddivisi in piccoli pezzi di 2-3 cm in modo che possano essere confezionati in sacchetti per riporli in un luogo fresco, buio e asciutto.

                                                                          In seguito avviene la fresatura, fase in cui i peperoni vengono macinati con un macinino a martelli (primo frazionamento) e in seguito ulteriormente macinati in una linea elettrica di mulini con ruote in pietra, in cui l’ultima pietra è la pietra più ruvida. Le ruote di pietra ruotano lentamente in modo che la polvere frantumata dei peperoni non si riscaldi e non rischi di perdere il colore originale. Nella macinazione a pietra, l’ultima fase è chiamata “arrossante”, durante la quale il contenuto di olio del seme di peperone si libera a causa dello sfregamento, dissolvendo il contenuto e colorando uniformemente tutti i grani.

                                                                          Nel momento della vendita il grado di piccantezza e colorazione rivestono un ruolo importante.

                                                                          In commercio la paprica è reperibile tutto l’anno.

                                                                          • Per trarne il miglior contenuto in nutrienti, vi consigliamo di aggiungerla a fine cottura.

                                                                            La paprika è disponibile in più varietà con caratteristiche diverse che possono valorizzare o snaturare un piatto. È consigliabile apprendere come ognuna di queste varietà differisce dalle altre e per assicurarsi di ottenere ciò che si desidera dalla spezia. Ad esempio, ci sono varietà sia dolci che piccanti, con maggior capsaicina, di paprika ungherese e spagnola.

                                                                            Ci sono anche dei tipi di paprika affumicati. Le diverse varietà potrebbero non funzionare ugualmente bene in tutte le ricette.

                                                                            Come con tutte le spezie in polvere, devi fare attenzione a come conservi la paprika.

                                                                            Conservala in un contenitore ermetico, al riparo dalla luce. La finezza della polvere aumenta notevolmente l’esposizione del singolo granello, rendendola più esposta alle intemperie che potrebbero far “svanire” il tipico colore e il sapore della paprika. Se non utilizzi tutta una confezione di paprika in sei mesi, scartala e sostituiscila con paprika fresca, per assicurarti il miglior sapore e colore possibile.  Tutta la paprika è rossa, ma esistono diverse tonalità, c’è paprika che va da un rosso arancio molto pallido a un rosso scarlatto profondo. Si dice che più rossa è la paprika, più leggero è il sapore; la paprika più piccante è infatti fatta con peperoncini di Cayenna, il cui colore non è solitamente troppo scuro.

                                                                            La paprica può interferire con l’assunzione di anticoagulanti e ACE inibitori. In caso di dubbi sull’assunzione di paprica è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                              • Lv J et al. (2015) “Consumption of spicy foods and total and cause specific mortality: population based cohort study”, British Medical Journal;351:h3942.
                                                                              • Teucher B, Olivares M, Cori H. (2004) “Enhancers of iron absorption: ascorbic acid and other organic acids.”, International Journal for Vitamin and Nutrition Research;74(6):403-19.
                                                                              • www.agraria.org
                                                                              • www.bda-ieo.it
                                                                              • www.humanitas.it

                                                                              Amaranto

                                                                               

                                                                              Famiglia: Amaranthaceae

                                                                              Genere: Amaranthus

                                                                              Specie: Amaranthus Spp.

                                                                               

                                                                              L’amaranto (Amaranthus caudatus) è il seme di una pianta appartenente al genere Amaranthus che comprende circa 60 specie, alcune delle quali suddivise in base alla tipologia di utilizzo. La pianta ha origini antiche ed è originaria dell’America centrale e del Messico.

                                                                              Ad oggi negli Stati Uniti, Cina e India viene coltivato su grandi superfici ed è considerato ormai al pari di altre colture industriali.

                                                                              I semi di amaranto sono piccoli, assomiglianti a dei granelli, di colore tendente al giallo e, tra tutte le specie conosciute di Amaranthus, solo tre sono ritenute buone produttrici di semi: Amaranthus caudatus, Amaranthus cruentus e Amaranthus hypochondriacus.

                                                                              Dell’amaranto, oltre ai semi, sono commestibili anche le foglie che vengono utilizzate alla stregua degli spinaci.

                                                                              • amaranto tabella

                                                                                 

                                                                                I carboidrati complessi ne caratterizzano la composizione, mentre basso è il contenuto di grassi. Le principali caratteristiche, di cui, oltre ai semi, si possono consumare anche le foglie a guisa di spinaci, sono l’elevato contenuto di proteine (15-18%), di lisina e di calcio rispettivamente con medie di 5,2 e 0,37 g/100 g di sostanza secca (Petr et al., 2003), oltre a essere caratterizzato dall’assenza di glutine e quindi idoneo all’alimentazione dei celiaci (Ballabio et al., 2011). In particolare il contenuto di lisina, superiore ad alcuni alimenti di origine vegetale (cereali, fagioli, soia) e animale (carne, latte, uova), conferisce a questa specie elevate potenzialità di mercato soprattutto dove, fino a questo momento, è stata confinata quasi esclusivamente nel settore salutistico (Hackman e Myers, 2003). La farina di amaranto non contiene zuccheri semplici e questo, considerato l’elevato contenuto di amilopectina e di zuccheri complessi. Un’utilizzazione particolare di questa specie è quella del latte di amaranto che, per il suo ottimo bilanciamento degli aminoacidi e per l’elevato contenuto di calcio, è indicato per l’alimentazione di bambini, anziani e intolleranti al lattosio (Teutonico e Dietrich, 1985). L’olio di amaranto, contenuto nei semi in media per il 6,0%, con il suo tenore di tocoferoli, composti generalmente indicati come vitamina E, insieme allo squalene, trovano impiego nell’industria cosmetica soprattutto nel settore della cura di pelle e capelli.

                                                                                Tra i minerali spiccano ferro, potassio, calcio e magnesio.

                                                                                Il seme è anche un’ottima fonte di fibra. Contribuisce quindi a soddisfare l’apporto raccomandato di circa 25-30 grammi, soprattutto se consumato in abbinamento a verdure.

                                                                                • L’amaranto è una pianta erbacea annuale di altezza variabile a seconda della specie (da 0,5 a 3,5 m) con foglie che possono avere diverse forme, da ovali a lanceolate. I fiori sono riuniti in infiorescenze (panicoli) che possono essere erette o pendenti, ramificate, lunghe sino a 90-100 cm dalla colorazione tipica rossa, verde o giallognola. I semi sono di piccole dimensioni (1-1,5 mm di diametro) dalla forma circolare schiacciata e dal colore che può variare dal bianco-latte, al giallo-oro, dal bruno al nero.

                                                                                  Nelle aree di origine, Messico e Centro America, la pianta viene coltivata anche in altitudine fino a circa 2.800 m slm utilizzando soprattutto le specie A. caudatus e A. hypocondriacus; in altre aree con clima temperato la specie A. cruentus viene coltivata utilizzando una tecnica colturale adatta a un’agricoltura industriale. In Italia l’amaranto è una tipica coltura primaverile-estiva che si può inserire in rotazioni con cereali, leguminose e ortaggi.

                                                                                  L’amaranto predilige un clima temperato-caldo in zone molto ben soleggiate; è una pianta rustica che necessita di alcuni elementi come l’azoto, il fosforo e il potassio. Le irrigazioni devono essere molto oculate perché soffre terribilmente l’umidità e i ristagni idrici ed esige terreni abbastanza sciolti con pH compreso tra 6 e 7,5.

                                                                                  La semina dell’amaranto si effettua a fine aprile in sud Italia e a fine maggio nelle regioni del nord, quando il pericolo delle gelate è lontano. La tecnica di semina più impiegata è quella a file distanti 50-60 cm e si può procedere a fila continua o alla semina di precisione con densità variabile secondo l’architettura della varietà impiegata. Quando le piante hanno raggiunto un’altezza di circa 20-25 cm si procede con una sarchiatura che talvolta deve essere ripetuta insieme a una rincalzatura soprattutto se le piante sono molto alte e con panicoli lunghi e ricadenti; il ciclo della specie è variabile tra 100 e 160 giorni dalla semina.

                                                                                  La maturazione è scalare e la raccolta, fase più delicata di tutta la tecnica agronomica, si effettua alla fine della fioritura che avviene in estate. I semi quando sono maturi si distaccano facilmente dal panicolo, provocando perdite di una certa consistenza soprattutto se si procede con la raccolta meccanica. Per ridurre queste perdite si deve raggiungere un compromesso tra maturità e umidità del panicolo oppure procedere tagliando le piante, essiccandole ed infine eseguendo la trebbiatura. Nelle varietà sottoposte a raccolta meccanizzate viene ricercato il «dry down», ovvero la parziale caduta delle foglie in concomitanza con la maturazione del seme.

                                                                                  L’amaranto viene impiegato per la formulazione di barrette, snack, muesli, semi soffiati, estrusi e altri prodotti come biscotti e pane, miscelandolo con farine di altri cereali. Dall’amaranto, oltre la farina, viene prodotto anche il latte e l’olio.

                                                                                  In commercio l’amaranto si trova tutto l’anno in forma essiccata.

                                                                                  • L’amaranto è un seme ricco di acidi grassi insaturi, facilmente ossidabili se a contatto con luce e calore. È quindi buona norma conservare farina, semi o amido di Amaranto in luoghi freschi e lontano da fonti di luce.

                                                                                    Un ottimo posto dove conservare l’Amaranto è il frigorifero, ma ancor meglio il congelatore! Se si prevede di non utilizzare il prodotto per lungo tempo, buona norma è la conservazione sottovuoto.

                                                                                    Una volta cotto, come tutti i cereali, può essere conservato in frigorifero ad una temperatura inferiore ai 4°C un paio di giorni ben chiuso oppure può essere conservato sottovuoto nel congelatore e rigenerato nel momento del bisogno come un qualsiasi cereale.

                                                                                    Come per tutti gli alimenti cotti, è bene non tenere gli alimenti fuori dal frigorifero per oltre 2 ore, per scongiurare la prolificazione batterica.

                                                                                     

                                                                                    In diverse ricette viene preparato con le stesse modalità del cous cous, cioè sfruttando una cottura per assorbimento, calcolando una parte di cereale per due parti di acqua. Ovviamente i tempi di cottura sono notevolmente diversi, nel caso dell’amaranto si attestano sui 40 minuti. Una volta pronto il suo volume sarà raddoppiato, per cui una porzione corrisponde a circa 40 grammi di prodotto secco.

                                                                                    In questo alimento sono contenute discrete quantità di acido ossalico, il consumo può complicare l’assimilazione da parte dell’organismo di alcuni minerali ed è sconsigliato a chi è affetto da patologie renali. Caratterizzato dall’assenza di glutine invece è quindi idoneo all’alimentazione dei celiaci.

                                                                                    Margarina

                                                                                     

                                                                                    La legislazione italiana con il DPR del 1954 n. 131 raggruppa nella definizione di grassi alimentari solidi diversi dal burro e dal grasso suino tutti i grassi di origine vegetale e animale, sia al naturale, sia che abbiano subito modifiche alle caratteristiche fisiche, fisico-chimiche e chimiche del grasso primitivo.

                                                                                    Le margarine sono definite per legge come miscele ed emulsioni confezionate con grassi alimentari di origine animale e vegetale diversi del burro e dai grassi suini, contenenti più del 2% di umidità ed un contenuto di materia grassa non inferiore all’80% (legge 1316 del 1951).

                                                                                    La margarina è costituita dal 16% di acqua e dall’84% di materia grassa. Recentemente sono state introdotte anche altre tipologie di margarina in base al contenuto di sostanza grassa: margarina leggera a ridotto contenuto di grassi (materia grassa 60-62%) e margarina leggera a basso tenore di grassi (materia grassa 40-42%).

                                                                                    Venne inizialmente prodotta, dopo la metà del 1800 per opera del chimico francese MègeMouriés (da cui prese il nome), utilizzando grasso bovino (sego) miscelato con il latte. Ad oggi in sostituzione del grasso animale vengono adoperati grassi e oli vegetali estratti da semi e frutti oleosi, quali olio di palma, di cocco, di palmisto, di colza, di arachide, di cotone, di sesamo, di soia, di mais, di girasole.

                                                                                    La margarina può essere monoseme, se prodotta da un unico tipo di olio, o poliseme, se gli oli utilizzati per la produzione sono di tipo diverso. In Italia l’olio più usato per la produzione di margarina è l’olio di mais.

                                                                                     

                                                                                    In Italia circa il 60% della margarina viene consumata in modo indiretto, attraverso dolci di produzione industriale e, la margarina utilizzata in campo industriale, può essere anche mista ovvero ottenuta da una miscela di grassi di origine animale e vegetale.

                                                                                    •  

                                                                                      Così come il burro, la margarina è un’emulsione di acqua dispersa in una matrice lipidica. Per legge, la miscela di grassi può essere di origine vegetale o animale, esclusi quelli suini o derivati dal latte. Se nel passato il processo d’idrogenazione promuoveva la formazione dei famigerati acidi grassi trans, oggi le tecnologie avanzate hanno permesso di sviluppare prodotti migliori dal punto di vista dell’impatto sulla salute.

                                                                                      Questo è stato possibile anche grazie all’uso di materie prime migliori che hanno portato alla diffusione di margarine prive di grassi animali e prevalentemente composte da una miscela di oli vegetali non idrogenati.

                                                                                      Vista la varietà dei prodotti, per conoscere la composizione lipidica di una specifica margarina si consiglia di leggere ingredienti e tabella nutrizionale presenti in etichetta. Da evitare le confezioni che presentano i grassi idrogenati tra gli ingredienti, fattori di rischio confermati per le malattie cardiovascolari. Controllare inoltre il contenuto di grassi saturi, se in eccesso possono determinare un aumento di colesterolo nel sangue incrementando il rischio di patologie del sistema circolatorio.

                                                                                      Alcune margarine possono riportare sulla confezione un particolare contenuto di vitamine liposolubili, come le vitamine A o E. Tuttavia la quantità e soprattutto la frequenza di consumo della margarina, in una dieta sana ed equilibrata, non permettono di considerare l’alimento come una fonte di queste vitamine.

                                                                                      • La margarina è un’emulsione di acqua in grasso. Per ottenere la margarina gli oli di vari semi (soia, mais, girasole, arachide, palma, ecc.) vengono sottoposti ad un processo industriale di idrogenazione, operazione in cui gli acidi grassi degli oli da insaturi diventano saturi (o con un grado minore di insaturazione) assumendo così una consistenza solida. Si ottiene così un prodotto simile al burro, con un punto di fusione a circa 40°, superiore agli oli di partenza. Esistono inoltre delle margarine ottenute da grassi non idrogenati ma interesterificati, ricche di grassi polinsaturi, più digeribili e con un punto di fumo intermedio, che in alcuni casi vengono addizionate di caseina per dare una consistenza simile a quella del burro, permettono una lavorazione più breve.

                                                                                        Le margarine possono avere consistenza diversa a seconda del grado di idrogenazione dei grassi presenti: le margarine dure contengono circa il 20% di grassi saturi, quelle morbide circa il 13%, quelle spalmabili con consistenza più cremosa hanno i grassi idrogenati che vengono addizionati in quantità idonee e con lavorazione adatta.

                                                                                        Nella produzione della margarina è ammessa solo l’aggiunta di sale e di alcuni additivi quali emulsionanti, antiossidanti, gallati di ottile e dodecile, antimicrobici, coloranti (solo nel consumo diretto), aromatizzanti (aromi vegetali) e conservanti (acido sorbico). I grassi derivati dal latte o idrocarburi di origine animale devono essere assenti e l’umidità deve essere superiore al 2%.

                                                                                        Il processo di produzione della margarina è costituito da diverse fasi: estrazione dell’olio o del grasso o dal seme/frutto oleoso che lo contiene, raffinazione ed eventuale frazionamento dell’olio vegetale ottenuto, preparazione della fase grassa con aggiunta di additivi liposolubili ovvero coloranti, aromatizzanti, emulsionanti (lecitine 0,5% avente funzione “antispattering” -antischizzo-) e vitamine. Segue la preparazione della fase acquosa costituita da acqua sterile (per evitare lo sviluppo di batteri) con l’aggiunta di additivi idrosolubili quali cloruro di sodio, acido citrico, acido tartarico e acido fosforico. Nella successiva fase di emulsionamento, la fase grassa e quella acquosa vengono miscelate fino a raggiungere la consistenza desiderata, a cui segue l’eventuale pastorizzazione, ovvero una fase di riscaldamento per garantire l’igienicità del prodotto nel tempo. In seguito al riscaldamento e alla miscelazione l’emulsione viene inviata ad un alimentatore che continua a omogeneizzarla. In seguito avviene la cristallizzazione, fase in cui avviene la stabilizzazione dell’emulsione, ottenuta tramite una repentina refrigenerazione seguita da riposo; infatti la formazione di nuclei cristallini consente l’aumento della viscosità del grasso favorendo la stabilità dell’emulsione.

                                                                                        Infine avvengono le fasi di confezionamento e di controllo analitico e chimico prima di inviare il prodotto alla commercializzazione. Il peso massimo delle confezioni destinate al commercio al dettaglio deve essere di 250g.

                                                                                         

                                                                                        • Una buona margarina dovrebbe avere un contenuto di saturi al di sotto del 18%, vale a dire 18 grammi su 100 di prodotto.

                                                                                          Le etichette delle margarine riportano i grassi utilizzati ma spesso la pubblicità mette in evidenza una “leggerezza” che non esiste: il valore calorico è del tutto simile a quello del burro anche se non contiene colesterolo.

                                                                                          Gli acidi grassi polinsaturi contenuti negli oli vegetali con cui si produce la margarina sono sicuramente migliori di quelli presenti nei grassi di origine animale come il burro. Il problema, però, è che essi perdono gran parte delle proprietà nutrizionali nel corso dei processi di lavorazione.

                                                                                          La margarina eventualmente può anche essere congelata, aumentandone la durata di conservazione. Il modo più semplice per congelare la tua margarina è semplicemente mettere una vasca non aperta in un sacchetto di plastica sigillato e poi nel congelatore. Assicurati che il sacchetto di plastica sia ben sigillato e di aver rimosso quanta più aria possibile dal sacchetto.

                                                                                          Puoi anche tagliare la margarina in blocchi più piccoli e metterli in un sacchetto di plastica richiudibile. In questo modo puoi estrarre piccoli pezzi alla volta per cuocere o cuocere senza dover scongelare un intero blocco.

                                                                                          Potresti anche avvolgere la margarina in un foglio di alluminio e riporlo in frigo per conservarlo più a lungo.

                                                                                          Una grande idea per congelare la margarina è quella di grattugiare il blocco solido. Per fare questo, dovresti congelare leggermente il blocco in modo che sia abbastanza duro da grattugiare.

                                                                                          Quando sarà il momento di usare la margarina che hai tenuto nel congelatore, dovrai scongelarla adeguatamente. Un modo per scongelare la margarina è metterla in una ciotola e lasciarla riposare a temperatura ambiente. Questo richiederà circa 4 ore per scongelare la margarina. Se puoi aspettare ancora un po’, puoi lasciare la margarina a scongelare in frigorifero, che impiegherà un po’ di tempo 8 ore.

                                                                                          Bacche di Goji

                                                                                           

                                                                                          Famiglia: Solanaceae

                                                                                          Genere: Lycium

                                                                                          Specie: Lycium barbarum L. (e Lycium chinense L.)

                                                                                           

                                                                                          Le bacche di Goji sono i frutti prodotti da due varietà differenti di arbusti appartenenti alla famiglia delle Solanaceae (di cui fanno parte anche la melanzana, il peperoncino, la patata, il pomodoro), ovvero il Lycium barbarum ed il Lycium chinense.

                                                                                          Crescono spontaneamente nelle valli dell’Himalaya, della Mongolia, del Tibet ad una altezza di circa 3.000 metri e nelle province cinesi dello Xinjiang e del Ningxia. Il L. barbarum cresce anche alle nostre latitudini specie se le temperature invernali non sono troppo rigide (fino a 10-15°C).

                                                                                           

                                                                                          Esiste anche il Goji giallo (varietà Amber Sweet Gold), una varietà di Goji a frutto giallo ambrato originaria della Cina che produce frutti più grandi e più dolci delle comuni varietà di Goji rosso, senza retrogusto amarognolo. È una varietà autofertile.

                                                                                           

                                                                                          In Italia in commercio si trovano sotto forma di bacche essiccate.

                                                                                          • bacche-di-Goji-tabella

                                                                                            Le bacche di Goji sono frutti disidratati e come tutti i frutti disidratati hanno perso la gran parte del loro contenuto d’acqua mentre rimangono molto concentrati in zuccheri. Buono è il loro contenuto di fibra, che in questo caso contribuisce a ridurre l’aumento della glicemia dopo il pasto ed a mantenere nella norma i livelli di colesterolo.

                                                                                            A livello di micronutrienti sono ricche di vitamina A, essenziale per la visione, la crescita e il normale sviluppo dei tessuti. Una porzione di bacche consente di superare il fabbisogno giornaliero per un anno.

                                                                                            Non meno importante è il contenuto in vitamina C, fondamentale per la sua attività antiossidante e per il suo ruolo nell’assorbimento del ferro.

                                                                                            Le bacche di Goji sono ricche anche di numerosi composti bioattivi, come i carotenoidi e flavonoidi, ma recenti studi evidenziano anche il loro contenuto in particolari polisaccaridi. In questi studi di laboratorio, è stata mostrata una buona attività antiossidante a carico di questi polisaccaridi che sarebbe in grado di prevenire tumori, malattie neurodegenerative e migliorare il metabolismo di zuccheri e lipidi. In ogni caso sono necessari ulteriori studi sull’uomo per saperne di più.

                                                                                            • È una pianta perenne a portamento arbustivo che può raggiungere i 3 m di altezza, con foglie lanceolate verde brillanti o grigio-verdi e fiori di color lavanda o porpora tenue. I frutti sono piccole bacche tenere, dalla forma allungata, di color arancione-rosso contenenti da 10 a 60 semi appiattiti gialli e con un diametro di 1-2 cm.

                                                                                              Le bacche di Goji sono frutti prodotti da due varietà differenti di arbusti caducifogli, il Lycium barbarum e il Lycium chinense, entrambe originarie del Tibet e delle regioni temperate della Cina.

                                                                                              Il Lycium barbarum è la pianta a cui si fa riferimento quando si parla di bacche di Goji; viene coltivata nella regione autonoma cinese dello Ningxia, ha foglie lunghe e strette, frutti grandi e più dolci rispetto a quelli del Lycium chinense. Il Lycium chinense è caratterizzato da foglie più corte e larghe ed è coltivato nelle zone meridionali della Cina; le bacche di questa varietà sono più aspri e per questo meno gradevoli al palato.

                                                                                              La pianta di Goji ha bisogno di luce e calore per poter crescere ed è in grado di resistere anche a temperature inferiori allo zero; il terreno più adatto è quello sabbioso e ben drenato.

                                                                                              La stagione ideale per iniziare la coltivazione delle piante di Goji è in primavera, lasciando 2 metri di distanza tra una pianta e l’altra. La fioritura avviene tra i mesi di maggio e luglio e le bacche maturano tra luglio e ottobre.

                                                                                              Due volte all’anno, rispettivamente durante la primavera e in autunno, può essere effettuata una potatura in modo tale che i fiori crescano di più, con maggior vigore e dimensioni maggiori.

                                                                                              Una volta raccolte le bacche di Goji possono essere essiccate al sole oppure al forno, venendo così disidratate per consentirne la conservazione; questo processo conferisce loro un aspetto simile a quello dell’uva passa. In alternativa le bacche possono essere mangiate al naturale o lavorate per ottenere un succo.

                                                                                              I frutti si prestano sia per il consumo fresco che essiccati.

                                                                                              • Procurarsi bacche di Goji non è affatto difficile: si trovano infatti, specialmente i prodotti essiccati, sia al supermercato che in erboristeria o nei centri specializzati. Non tutte le qualità sono uguali: il top è rappresentato dai frutti di Goji Prima Qualità Salugea, bacche raccolte manualmente, fatte essiccare al sole e confezionate in incartamenti sicuri e nel rispetto della materia prima, con adeguati controlli di qualità.

                                                                                                Preferibile inoltre escludere bacche essiccate vendute in confezioni trasparenti e per questo non al riparo dalla luce, accorgimento che dovrebbe essere indispensabile per un’adeguata conservazione del prodotto.

                                                                                                Le bacche, specie quelle secche, dopo l’apertura della confezione vanno conservate in un luogo fresco e asciutto e lontano da fonti di calore. Le bacche fresche si possono conservare in frigorifero e mangiare entro due o tre giorni.

                                                                                                La vitamina C, di cui sono ricche le bacche di Goji, è sensibile al calore. Per cui è preferibile non cuocerle, ma consumarle magari come spuntino, insieme a della frutta a guscio, o utilizzarle per arricchire un’insalata, uno yogurt o una macedonia di frutta fresca.

                                                                                                Il consumo di bacche di Goji può interferire con l’assunzione di warfarin. Nei casi in cui è stata rilevata un’interazione i pazienti avevano assunto una quantità di infuso di bacche o di corteccia di Goji (L. barbarum) corrispondente al consumo di 6-8 bacche al giorno.

                                                                                                Studi condotti suggeriscono inoltre una possibile inibizione della monoamino ossidasi B (MAO-B), ma le conseguenze di tale effetto non sono note.

                                                                                                • • Jin M et al. (2013) “Biological activities and potential health benefit effects of polysaccharides isolated from Lycium barbarum L.”, Int Journal of Biological Macromolecules;54:16-23.

                                                                                                  • Ma ZF et al. (2019) “Goji Berries as a Potential Natural Antioxidant Medicine: An Insight into Their Molecular Mechanism of Action.”, Oxid Med Cell Longev.;2019:2437397.

                                                                                                  www.agraria.org

                                                                                                  www.humanitas.it

                                                                                                  • www.usda.gov

                                                                                                  Pinoli

                                                                                                   

                                                                                                  Famiglia: Pinaceae

                                                                                                  Genere: Pinus

                                                                                                  Specie: Pinus pinea L.

                                                                                                   

                                                                                                  I pinoli sono i semi di piante di pino, albero originario del Mediterraneo, ora diffuso nelle foreste fredde dell’emisfero nord, soprattutto in Siberia e Canada, in Asia e in Italia, soprattutto nel Lazio e nella Toscana (pineta di Classe a Ravenna e le pinete di Migliarino e San Rossore a Pisa, di Cecina a Livorno, di Duna Feniglia a Grosseto e di Castel Fusano nel Lazio).

                                                                                                  Il maggiore produttore mondiale di pinoli è la Cina, che esporta un prodotto di qualità inferiore rispetto a quello del bacino del Mediterraneo; gli altri produttori sono Spagna, Turchia, Italia, Portogallo e Pakistan.

                                                                                                  Esistono due specie di pino europeo adatte alla coltivazione che producono semi commestibili: il Pinus pinea, miglior pino domestico chiamato anche pino da pinoli e considerato l’albero simbolo dell’Italia, e il pino cembro che cresce bene anche in zone disagevoli. Altre varietà note di pini sono il pino nero, che cresce sulle Alpi Orientali e sull’Appennino Abruzzese, e il pino laricio, una varietà presente in varie regioni dell’Italia meridionale, specialmente in Calabria e in Sicilia, che fornisce legname di buona qualità, ricco di resine. Altra specie mediterranea nota è il pino d’Aleppo, presente anche in Italia nelle regioni costiere e nelle isole.

                                                                                                  • I pinoli sono ricchi di grassi polinsaturi, proteine, fibra e minerali. La porzione di riferimento da considerare è quella di circa 3 cucchiai, visto e considerato comunque il loro elevato potere calorico, come quello di tutta la frutta secca.

                                                                                                    Tra i grassi polinsaturi spicca l’acido linoleico, capostipite della serie omega-6 ed essenziale, ovvero vale a dire che il nostro organismo non è in grado di sintetizzarlo e perciò deve per forza essere introdotto con la dieta. l consumo nelle corrette quantità di questa tipologia di grassi sembrerebbe contribuire alla riduzione del colesterolo totale e LDL, la frazione cosiddetta cattiva. Tutto ciò ha come risvolto pratico una protezione nei confronti di eventi cardiovascolari, come infarto e ictus.

                                                                                                    Per quanto riguarda le vitamine, quelle più presenti sono a vitamina E, con azione antiossidante, e la vitamina K, coinvolta nei processi di coagulazione del sangue, entrambe liposolubili.

                                                                                                    Ma veniamo ora alla vera ricchezza dei pinoli: i minerali. Tra i più spiccano il manganese, componente di un enzima endogeno con attività antiossidante, il magnesio e lo zinco.

                                                                                                     

                                                                                                    • Il pino da pinoli è una conifera sempreverde che può arrivare fino a 30 metri di altezza, che solitamente si attesta tra i 12 e i 20 metri, con un diametro massimo di quasi 2 metri. Ha una caratteristica chioma ad ombrello, formata da rami che si concentrano nella parte alta del tronco terminando con le punte rivolte verso l’alto. Il tronco è diritto e spesso biforcato nei vecchi alberi ad una certa altezza; la corteccia dapprima grigia e finemente rugosa, diventa poi profondamente solcata in placche bruno-grigiastre. Gli aghi sono lunghi da 12 a 15 cm, rigidi, di colore verde vivo, pungenti all’apice e avvolti alla base da una guaina trasparente e persistente.

                                                                                                      Il pino essendo un gimnosperme, è una pianta che non produce fiori, ma formazioni dette sporofilli che maturano tra aprile e maggio.

                                                                                                      Alcune foglie portano gli sporangi, cioè gli involucri che contengono e dove si differenziano le spore, che per i due sessi sono portati in strutture separate: quelli maschili (microsporangi o sacche polliniche) si formano in microsporofilli piccoli e squamiformi che cadono dopo l’impollinazione, quelli femminili (macrosporangi) custodiscono gli ovuli e formano i macrosporofilli bratteiformi e disposti a elica su un asse centrale.

                                                                                                      Gli sporangi crescendo andranno a costituire le classiche “pigne” o più correttamente gli “strobili” o coni, da cui deriva il nome di “conifere”, dalla forma ovoidale e lunghi 8–15 cm. Gli strobili proteggono gli ovuli e i semi non maturi e l’impollinazione avviene ad opera del vento; due anni dopo l’impollinazione avviene la fecondazione, quindi le pigne impiegano 3 anni per giungere a maturità e solo allora si aprono e lasciano i semi liberi di uscire.

                                                                                                      I pinoli maturi sono di forma ovoidale, lunghi un paio di centimetri, con un guscio bivalvo marrone chiaro ricoperto da una fine polvere nera che è il residuo resinoso, ormai essiccato, formato dalla pigna per preservare il seme. Attorno alla parte carnosa del seme è presente un tegumento sottilissimo di colore giallo-biancastro, dalla consistenza gommosa, non croccante.

                                                                                                      Il pino richiede posizioni soleggiate, non teme il freddo, si adatta alla siccità e all’inquinamento, non teme forti venti e salsedine. È una specie che popola boschi puri e che predilige suoli sabbiosi acidi o neutri.

                                                                                                      Un rimboschimento di pino domestico presenta una densità elevata, con piante che tendono alla ramosità; nelle pinete da pinoli da produzione invece la densità è minore, si va dalle 100 alle 200 piante ad ettaro. La densità influenza la durata della pineta, infatti pinete più dense hanno raccolte immediate più abbondanti ma veloce declino, invece pinete più rade permettono una maggiore durata della produzione. Una pineta da pinoli può arrivare a 100 – 120 anni dopodiché viene effettuato un taglio raso e conseguente rinnovo.

                                                                                                      Il periodo di raccolta dei pinoli va da novembre alla fine del mese di maggio dell’anno successivo, quando il frutto, detto la pigna o pina, è ancora chiuso. Le pigne vengono raccolte con il metodo dello scuotimento dei pini, vengono poi sottoposte a essiccazione e quindi si procede all’estrazione dei pinoli; in estate si effettua l’essiccazione naturale stendendo le pigne al sole, in inverno invece le pigne vengono riscaldate artificialmente.

                                                                                                      Il prodotto essiccato è disponibile sul mercato per tutto l’anno.

                                                                                                      • I pinoli possono essere trovati sia già sgusciati che con il guscio. All’interno del guscio riescono ad essere conservati per molto tempo prima di andare a male. Cosa diversa, invece, nel caso si acquistino già sgusciati. In questo caso il tempo di conservazione non va oltre i due mesi. Per conservarli al meglio occorre tenerli in un recipiente di plastica o vetro e messi in frigorifero. Meglio ancora se il contenitore sia sotto vuoto.

                                                                                                        I pinoli sono un frutto molto utilizzato in cucina in vari paesi del mondo: ricette con la presenza di pinoli si trovano in Europa ma anche in Nord America, Asia e Africa. Consumati anche tostati, sono impiegati davvero in un’infinità di ricette: tanto per citarne quelle note più vicine a noi, i pinoli sono presenti nel pesto alla genovese e nel castagnaccio.

                                                                                                        Essendo ricchi di acidi grassi omega 6 i pinoli – e soprattutto l’olio da essi derivato – potrebbero interferire con l’attività dei farmaci anticoagulanti.

                                                                                                        I pinoli possono scatenare cacogeusia, una sorta di sapore metallico in bocca, che tende a risolversi da sola senza alcuna conseguenza. Più pericolose sono eventuali reazioni allergiche.

                                                                                                        L’olio di pinoli – cui è attribuita la capacità di ridurre il colesterolo, l’appetito e la pressione e quella di favorire il buon funzionamento del sistema immunitario – è sconsigliato in caso di convulsioni.

                                                                                                          • Bolling BW et al. (2011) “Tree nut phytochemicals: composition, antioxidant capacity, bioactivity, impact factors: a systematic review of almonds, Brazils, cashews, hazelnuts, macadamias, pecans, pine nuts, pistachios and walnuts.” Nutrition Research Reviews;24(2):244-75.
                                                                                                          • EFSA Panel on Dietetic Products, Nutrition, and Allergies (NDA) (2010) “Scientific Opinion on Dietary Reference Values for fats, including saturated fatty acids, polyunsaturated fatty acids, monounsaturated fatty acids, trans fatty acids, and cholesterol.” EFSA Journal; 8(3):1461.
                                                                                                          • www.agraria.org
                                                                                                          • www.bda-ieo.it
                                                                                                          • www.humanitas.it

                                                                                                          Curry

                                                                                                           

                                                                                                          Il curry (in hindi masala) è una miscela di spezie tostate e ridotte in polvere dal colore giallo intenso, profumata e piccante. Originaria dell’India, la miscela venne poi importata in Europa dagli Inglesi durante il periodo del colonialismo.

                                                                                                           

                                                                                                          La colorazione del curry normalmente è di una tonalità gialla ma la composizione di tale miscela di spezie è variabile (sono state stimate 660 varianti), per cui si possono avere sfumature cromatiche diverse, tendenti all’arancione, al rosso o al verde. Le percentuali degli ingredienti che lo compongono variano in base alla regione di produzione e i principali sono: curcuma (che solitamente ne è il costituente principale e che conferisce il caratteristico colore giallo alla miscela), coriandolo, pepe nero, cumino, peperoncino, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero, cannella e fieno greco (Helba).

                                                                                                          Le composizioni più conosciute sono il tandoori masala e garam masala.

                                                                                                          • Come detto in precedenza, il curry racchiude in sé, in base alle diverse miscele, prevalentemente curcuma, coriandolo, pepe nero, cumino, peperoncino, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero, cannella e fieno greco.

                                                                                                            Il pigmento responsabile del colore giallo ocra è la curcumina, molecola presente nella curcuma. Le recenti evidenze mostrano un potenziale ruolo nel controllo dell’espressione dei geni dell’invecchiamento, oltre alla sua azione sullo stato infiammatorio. Per di più, la piperina presente nel pepe amplifica le attività della curcumina. Pertanto, la probabile azione positiva di curry sulla salute è data dalla quantità di curcuma impiegata nella preparazione. Il cumino è utile contro meteorismo e gonfiore addominale. Grazie alla presenza di zenzero e peperoncino, il curry stimola l’attività gastrica e favorisce il consumo di calorie, mentre la cannella lenisce il senso di fame. Il pepe, infine, stimola la circolazione sanguigna e combattere la ritenzione idrica.

                                                                                                            Inoltre, una spolverata può essere aggiunta in diverse preparazioni, non solo nel classico pollo al curry. Questo può favorire la riduzione del consumo di sale, promuovendo la salute di arterie e cuore abbassando il rischio di ipertensione.

                                                                                                            • Il curry è un prodotto poliforme che può essere preparato e utilizzato in modi differenti.

                                                                                                              Il curry può essere utilizzato sotto forma di polvere o di pasta. La distinzione tra i due è che nella pasta di curry è assente la curcuma, elemento invece principale della forma in polvere, e per questo motivo la colorazione della pasta di curry varia dal verde, al rosso, al giallo. La pasta di curry inoltre tende ad avere un sapore estremamente potente.

                                                                                                              Le tipologie di curry più diffuse sono il Curry indiano/anglosassone, che contiene gli ingredienti di base del curry con l’aggiunta di uno o più elementi secondari in proporzioni differenti; il Curry tailandese, che utilizza ingredienti simili a quelli della tradizione indiana ma con un sapore e un aroma più speziati, avendo quantità più alte di semi di coriandolo e peperoncini, soprattutto sotto forma di pasta. Il Curry africano e caraibico, in polvere preparato con senape piccante, grani di pepe e peperoncini, è noto per la sua intensa piccantezza; il curry trinidadiano è una miscela più mite. In Sud Africa la pietanza caratteristica è il Durban Curry, con colorazioni sui toni del rosso, indice della quantità delle spezie presenti (da piccante a piccantissimo) che accompagna pesce o patate morbide; in Nord Africa invece è presente la “Ras El Hanout”, una miscela di circa 30 diverse piante (non esclusivamente spezie) con numerosissime varietà a seconda dei gusti tutte riconducibili a tre tipi di miscele di Ras el Hanout chiamate Lamrouzia, L’msagna e Monuza. Il curry giapponese si chiama karē e viene proposto in tre varianti: con il riso (karē raisu o karē), con gli udon, simili agli spaghetti (karē udon) o come farcitura di una specie di bombolone fritto (karē-pan).

                                                                                                              In commercio il curry è reperibile tutto l’anno.

                                                                                                              • È impossibile determinare una definizione o ricetta standard per il curry in polvere, poiché ogni miscela è completamente distinta e creata con una miscela unica di spezie per adattarsi alle preferenze del singolo.

                                                                                                                Il curry in polvere ordinario che si trova maggiormente in commercio è quello composto principalmente da curcuma, dall’aspetto decisamente giallo, peperoncino, cumino e coriandolo, che spesso incorpora anche paprika, semi di finocchio, senape e altro ancora. Da questo elenco di ingredienti fondamentali, è possibile produrre numerose varietà di polvere, come la polvere di curry marrone, che include chiodi di garofano e altri peperoni. Questa miscela può anche essere combinata con l’acqua per creare una sorta di pasta, ma differisce da ciò che si potrebbe pensare comunemente come pasta di curry. Infatti, la polvere viene aggiunta in piatti che sono già in fase di cottura, anziché essere utilizzata come base del piatto, come si usa fare con il curry a base di olio.

                                                                                                                Il curry in polvere deve essere conservato in un luogo fresco e buio a temperatura ambiente. Se si è acquistata una miscela di spezie sfusa, si può trasferirla in un contenitore con un coperchio aderente, dove durerà da tre a quattro anni. Ma, quando l’aroma del curry è debole e il sapore a malapena si avverte è bene provvedere a sostituirlo.

                                                                                                                Il consumo di questa spezia, data la presenza del pepe e del peperoncino, è da evitare per chi soffre di ulcere gastriche e gastriti. Poiché tra le proprietà della curcuma c’è la stimolazione della secrezione degli acidi biliari, il curry non dovrebbe inoltre essere consumato da soggetti che soffrono di calcoli alla colecisti.

                                                                                                                  • Anderson CA et al. (2015) “Effects of a behavioral intervention that emphasizes spices and herbs on adherence to recommended sodium intake: results of the SPICE randomized clinical trial”, The American Journal of Clinical Nutrition ;102(3):671-9.
                                                                                                                  • Patil VM, Das S and Balasubramanian K (2016) “Quantum Chemical and Docking Insights into Bioavailability Enhancement of Curcumin by Piperine in Pepper.”, The Journal of Physical Chemistry ;120(20):3643-53.
                                                                                                                  • USDA – Food composition databases
                                                                                                                  • www.humanitas.it

                                                                                                                  Anacardo

                                                                                                                   

                                                                                                                  Famiglia: Anacardiaceae

                                                                                                                  Genere: Anacardium

                                                                                                                  Specie: Anacardium occidentale L.

                                                                                                                   

                                                                                                                  L’anacardo (Anacardium occidentale L.) è un albero da frutta tropicale originario dell’Amazzonia in Brasile. La pianta poi si è diffusa in India, Sudamerica, Europa e, non temendo la siccità viene coltivata anche in Asia e in Africa. Nel mondo i Paesi produttori sono 32 e attualmente i principali produttori sono India, Brasile, Mozambico, Tanzania e Nigeria.

                                                                                                                  Non esistono vere e proprie cultivar, la distinzione avviene in base alla colorazione del pomo, gialla o rossa, e in base alla tipologia commerciale, americana e indicum. L’anacardio americano è caratterizzato da un pomo grosso e succoso, mentre l’anacardio indicum è dotato di un pomo piccolo, utilizzato esclusivamente per la sua noce.

                                                                                                                  • anacardo tabella

                                                                                                                    Dal punto di vista nutrizionale gli anacardi sono ricchi di grassi, per la maggior parte monoinsaturi, con proprietà protettive nei confronti della salute cardiovascolare. Una porzione di anacardi corrisponde a 3 cucchiai, che apportano proteine, carboidrati complessi e fibra alimentare.

                                                                                                                    A livello di micronutrienti i più presenti sono fosforo, magnesio e vitamina K. Il consumo di anacardi potrebbe inoltre favorire la salute delle ossa grazie al magnesio contenuto in questi semi, che aiuta anche a controllare il tono nervoso e muscolare combattendo, così, pressione alta, spasmi muscolari, emicrania, tensioni e affaticamento.

                                                                                                                    Come tutti gli alimenti ricchi in grassi monoinsaturi, gli anacardi, in base ad una revisione condotta dall’EFSA, sarebbero in grado di promuovere l’aumento dei livelli di colesterolo HDL, comunemente chiamato colesterolo buono.

                                                                                                                    Per questo vi consigliamo di consumarli nelle giuste quantità e non considerarne esclusivamente il loro contributo calorico, in quanto apportano nutrienti di alta qualità.

                                                                                                                    Gli anacardi contengono però anche ossalati, che in concentrazioni elevate possono promuovere la formazione di calcoli. Per questo il loro consumo potrebbe essere sconsigliato in caso di problemi a reni o cistifellea.

                                                                                                                    • L’anacardo è un albero tropicale che può raggiungere anche i 15 metri di altezza e tollera temperature fra i 5° e i 45°C. La pianta trova il su habitat naturale nei Paesi tropicali e non necessita di molta acqua, dimostrando una forte resistenza alla siccità, ma è bisognosa di luce, tanto che non fruttifica nelle parti di chioma ombreggiate. Nelle zone tropicali vicino all’equatore la coltivazione dell’anacardio si spinge oltre ai 1000 metri di altitudine, invece nelle aree subtropicali più distanti arriva ai 600 metri.

                                                                                                                      Presenta una caratteristica forma di fruttificazione, ovvero fornisce un doppio frutto intimamente unito: uno è il frutto fresco, chiamato la “mela d’anacardio (in Brasile “mela di acagiù”), e uno è il frutto secco, chiamato la “mandorla o nocciola d’anacardio (in Brasile “noce di acagiù o mandorla di acagiù”) che la pianta custodisce all’interno di una noce. La mela d’anacardio dal punto di vista botanico è un falso frutto in quanto nasce dall’ingrossamento del peduncolo fiorale, arriva a raggiungere le dimensioni di una mela e ha una superficie liscia, sottile e fragile, con un colore che varia dal giallo al rosso vivo e con una massa polposa ma fibrosa. La mandorla o nocciola d’anacardio invece è il vero frutto ed è una noce reniforme provvista di un duro pericarpo, contenente un seme oleoso e commestibile.

                                                                                                                      La produzione dei frutti va da novembre a gennaio e vengono raccolti alla fine della stagione secca, a cui segue una procedura di lavorazione dei frutti molto complessa. Il seme viene staccato dal frutto, bollito e fritto in olio vegetale, scolato e spremuto per ricavarne il succo che viene bevuto dopo essere stato leggermente fermentato. Successivamente, si estrae la noce dal seme, a mano, con un martelletto. Una volta estratte, le noci sono essiccate in forno a 250°C. Il seme infatti contiene un olio irritante che deve essere eliminato con il calore prima che il seme possa essere estratto con molta cura per evitare di contaminarlo. Dopo tre giorni, si toglie la pellicola che le avvolge e si mettono di nuovo le noci ad asciugare al sole. Solo a questo punto, gli anacardi sono pronti per essere tostati. La produzione è così complessa che solo il 10% dei frutti arriva alle fasi di trasformazione e al confezionamento.

                                                                                                                      Inoltre l’anacardo è un frutto che tende a irrancidire molto facilmente per cui, per ben conservarlo, occorre limitare il contatto con l’aria.

                                                                                                                      In Italia in commercio gli anacardi sono reperibili tutto l’anno.

                                                                                                                      • Le noci sono vendute crude e salate. Se sono nella confezione, viene indicata la data di scadenza. Tuttavia, dopo aver strappato la confezione, gli anacardi devono essere mangiati durante il giorno, anche se messi in frigorifero.

                                                                                                                        Gli anacardi versati con sale non dovrebbero essere stantii troppo a lungo. Tenerli per più di pochi giorni non possono. Se i dadi non vengono mangiati, dovrebbero essere coperti e messi in un posto più fresco.

                                                                                                                        Dal punto di vista della conservazione, bisogna sottolineare come tale alimento si caratterizza per una buona percentuale di grassi e spesso possono subire l’irrancidimento. Di conseguenza, dopo averli comprati bisogna provvedere alla conservazione in un posto piuttosto fresco, privo di luce e asciutto. Per quanto riguarda la conservazione in frigo, si consiglia di utilizzare sempre un contenitore con chiusura ermetica e, in questo modo, possono durare anche fino ad un anno. In caso contrario, si può sempre provvedere alla conservazione in freezer.

                                                                                                                        Si suggerisce anche di frullare gli anacardi utilizzando un robot da cucina oppure un normale frullatore. Ciò che ricaverete sarà un vero e proprio burro di anacardi che si può consumare specialmente al mattino a colazione, magari spalmandolo su delle fette di pane integrale tostate. In alternativa si possono aggiungere uno o due cucchiaini di anacardi ad una bella insalata fresca. Infine, dopo averli fatti a granelli, tali semi si possono aggiungere allo yogurt, oppure si possono sfruttare come una vera e propria impanatura.

                                                                                                                        Gli anacardi possono interferire con l’azione dei farmaci antidiabetici.

                                                                                                                          • EFSA Panel on Dietetic Products, Nutrition, and Allergies (NDA) (2010) “Scientific Opinion on Dietary Reference Values for fats, including saturated fatty acids, polyunsaturated fatty acids, monounsaturated fatty acids, trans fatty acids, and cholesterol.”, EFSA Journal, 2010.
                                                                                                                          • Fitzpatrick J. (2011) “Cashew nut processing equipment study-summary.”, African Cashew initiative, Germany, September 2011.
                                                                                                                          • www.agraria.org
                                                                                                                          • www.bda-ieo.it
                                                                                                                          • www.humanitas.it

                                                                                                                          Cicoria

                                                                                                                           

                                                                                                                          Famiglia: Compositae

                                                                                                                          Genere: Cichorium

                                                                                                                          Specie: Cichorium intybus L.

                                                                                                                           

                                                                                                                          La cicoria è un ortaggio del genere Cichorium, a cui appartiene anche l’indivia, originaria delle aree temperate di Europa, Asia e Africa del Nord. Ad oggi è diffusa in Africa Meridionale e nelle Americhe, è molto comune allo stato spontaneo e ne esistono numerose forme coltivate: cicoria da foglia (Cichorium intybus L. v. foliosum Bischoff); cicoria da radici (Cichorium intybus L. v. sativus Bischoff).

                                                                                                                          Diverse tipologie di cicoria sono conosciute anche con il nome “cicoria asparago”, caratterizzate da cespo a costa dall’altezza variabile e sapore amaro (più o meno forte a seconda delle tipologie). Una particolare tipologia di cicoria asparago viene chiamata “puntarella” ed è caratterizzata da germogli bianchi, compatti e croccanti.

                                                                                                                          Le differenti tipologie di cicoria presenti sul mercato si possono suddividere per forma, per colore della foglia o per modalità di raccolta.

                                                                                                                          Della cicoria si consumano le foglie e le radici che possono essere cotte o in insalata.

                                                                                                                          • La cicoria presenta un contenuto di acqua superiore al 90% e un basso apporto calorico. Molto buona è la quantità di fibra alimentare che conferisce alla cicoria un buon potere saziante, rallentando anche lo svuotamento gastrico.

                                                                                                                            Tra le molecole degne di nota vi è l’inulina, una particolare tipologia di fibra definita “prebiotica” poiché in grado di nutrire selettivamente alcuni microrganismi intestinali positivi per la salute.

                                                                                                                             

                                                                                                                            Tra i sali minerali è da sottolineare la presenza di calcio, mentre tra le vitamine spicca la vitamina A, fondamentale per un buon funzionamento della vista, per la crescita delle ossa, per la funzione testicolare e ovarica e per un sano sviluppo embrionale.

                                                                                                                             

                                                                                                                            Infine, come tutti i vegetali a foglia verde, la cicoria è ricca in folati, che hanno un ruolo fondamentale nella crescita e nella riproduzione delle cellule, in particolare dei globuli rossi, per la formazione del sistema nervoso centrale nell’embrione e nel feto. Intervengono anche nella sintesi del DNA e nel metabolismo degli aminoacidi.

                                                                                                                            Studi recenti dimostrano come siano utili per la prevenzione del tumore al seno e del pancreas.

                                                                                                                            • La cicoria è una pianta che presenta fiori riuniti in gruppi di 2-3 capolini, terminali o ascellari, e frutti di forma obovata-piramidale che sono acheni, impropriamente detti semi.

                                                                                                                              Le diverse tipologia di cicoria si adattano bene a diversi tipi di clima e terreno, sono resistenti al freddo ma mal sopportano i ristagni d’acqua. La temperatura adatta alla crescita e allo sviluppo è di 15-20°C, con la temperatura minima attorno ai 5°C.

                                                                                                                              Il periodo della semina e le tecniche utilizzate sono diverse a seconda del tipo di cicoria e del prodotto che si vuole ottenere.

                                                                                                                              La cicoria a foglie verdi o da taglio (ad esempio Spadona, Migliorata) si semina a righe, a strisce o a spaglio, in tutti i mesi dell’anno eccetto i più freddi. Il terreno deve essere fresco e molto fertile, ben concimato ed irrigato frequentemente. La crescita delle piantine è rapida, per cui le foglie si possono tagliare più volte (5 o 6) quando sono ancora tenere e destinarle al consumo fresco come insalata.

                                                                                                                              La cicoria a foglie colorate o radicchio (Rosso di Treviso, Rosso di Verona, Sanguigno di Milano, Variegato di Castelfranco, Variegato di Chioggia) si semina o si trapianta in giugno-luglio, a strisce o a righe. Richiede terreni fertili, freschi e profondi, lavorazioni profonde e numerose cure colturali quali diradamento (se la semina è stata fatta sul posto), sarchiatura, scerbature ripetute, irrigazioni e concimazioni azotate ripetute. La raccolta avviene in autunno-inverno quando i cespi hanno raggiunto lo sviluppo completo e le piantine possono essere così destinate al consumo oppure sottoposte a forzatura, pratica che consiste nel disporre le piantine complete di radice in ambiente caldo-umido, in modo tale che dopo 10-15 giorni ci sarà l’emissione di nuove giovani foglie tenere e colorate del colore tipico della varietà.

                                                                                                                              La cicoria da foglie e steli (Brindisina, Catalogna, Pan di zucchero, Bianca di Milano) si semina in luglio-agosto per avere la produzione in autunno-inverno, con 7-10 piante a metro quadrato. Di questa varietà si consumano i cespi interi, costituiti dalle foglie e dai giovani germogli (puntarelle).

                                                                                                                              La cicoria da radici (la cicoria di Bruxelles o belga o Witloof, di Brabante, di Brunswich, di Magdeburgo) si semina a file a 20-30 cm da fine inverno all’estate, diradando in modo da avere 30-50 piante a metro quadrato. Le radici si consumano lessate in insalata o si utilizzano per la “forzatura” o come surrogato del caffè. Per la cicoria di Bruxelles le piante complete di radice vengono estirpate in ottobre-novembre, lasciate appassire per 8-15 giorni, tagliate le foglie e le radici disposte in una trincea o in un cassone, ricoperte di terriccio e da uno strato di paglia; la forzatura può essere accelerata mediante riscaldamento dei cassoni. In tali condizioni le piccole foglie del cuore si sviluppano andando a costituire il tipico “grumolo” bianco, a forma di sigaro.

                                                                                                                              • Cercate le foglie croccanti e scartate quelle con le punte molto verdi, che sono molto amare. Se la punta è molle e bianchiccia, tagliatela, quindi eliminate le foglie che stanno per staccarsi. A seconda dell’occorrenza, usate le foglie intere, tagliate in due parti o in quattro.

                                                                                                                                La cicoria può essere conservata in frigorifero, nello scompartimento per le verdure, per 4-5 giorni. Mentre se volete conservarla nel congelatore sarebbe meglio cuocerla prima. Quindi vi consigliamo di lavarla accuratamente sotto l’acqua corrente, cuocerla al vapore o lessarla per 3 minuti circa. Far raffreddare in acqua e ghiaccio per fermare la cottura, scolare, asciugare e lasciare raffreddare completamente prima di congelarla.

                                                                                                                                Attenzione alla cottura della cicoria, in quanto i folati sono sensibili al calore e si disperdono in acqua. Occorre, quindi, abituarsi a cuocere le verdure rapidamente e in poca acqua.

                                                                                                                                 

                                                                                                                                Non sono note controindicazioni al consumo di cicoria, a meno che non si soffra di allergia a questo alimento. Inoltre a oggi non sono note interazioni tra il consumo di cicoria e l’assunzione di farmaci o altre sostanze.

                                                                                                                                  • Chen P et al. (2014) “Higher dietary folate intake reduces the breast cancer risk: a systematic review and meta-analysis”, Br J Cancer. 2014 Apr 29;110(9):2327-38.
                                                                                                                                  • Wang R. et al. (2014) “Folate intake, serum folate levels, and prostate cancer risk: a meta-analysis of prospective studies”, BMC Public Health. 2014 Dec 29;14:1326.
                                                                                                                                  • www.agraria.org
                                                                                                                                  • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                  • www.humanitas.it

                                                                                                                                   

                                                                                                                                  Vaniglia, bacche

                                                                                                                                   

                                                                                                                                  Famiglia: Orchidaceae

                                                                                                                                  Genere: Vanilla

                                                                                                                                  Specie: Vanilla planifolia

                                                                                                                                   

                                                                                                                                  La vaniglia (Vanilla planifolia) è la pianta più coltivata ed è la sola della famiglia botanica delle Orchidaceae che dà frutti commestibili, i baccelli.

                                                                                                                                  È una pianta originaria dell’America Tropicale, in particolare del Messico; ad oggi il primo produttore al mondo è il Madagascar, seguito da Messico e Polinesia. Viene coltivata soprattutto nelle zone tropicali umide, territori in cui è naturalmente presente l’insetto responsabile dell’impollinazione. Nelle zone in cui non è presente tale insetto le impollinazioni vengono effettuate manualmente ancora oggi.

                                                                                                                                   

                                                                                                                                  Esistono diverse varietà di vaniglia: le più conosciute sono la vaniglia Bourbon, la vaniglia Messico, la vaniglia Tahiti, la vaniglia Papua Nuova Guinea, la vaniglia India e la vaniglia Brinata (o vanille Grivè).

                                                                                                                                  La vaniglia Bourbon è la vaniglia di riferimento caratteristica del Madagascar. La bacca è nera grassa e elastica, l’aroma è floreale e forte sulle note di cacao. Viene utilizzata in pasticceria, gelateria e per i desserts.

                                                                                                                                  La vaniglia Messico è una bacca nera e lucida dalle note calde, resistenti, speziate e forti, con chiodi di garofano; è la vaniglia dagli aromi più differenti e sottili. Viene usata in pasticceria, gelateria, per i desserts e per piatti caldi salati con note speziate.

                                                                                                                                  La vaniglia Tahiti è una bacca carnosa, spessa e grassa, lucida, marrone scura con un profumo delicato, caldo dalle note di pane speziato e un sapore forte con note di fondo di liquirizia e violetta. Consigliata in pasticceria, gelateria.

                                                                                                                                  La vaniglia Papua Nuova Guinea è una vaniglia morbida e carnosa dalle note di bosco, speziate e pepate usata in pasticceria, gelateria e per i desserts.

                                                                                                                                  La vaniglia India si presenta marrone scuro, abbastanza sottile con note speziate di cioccolata usata sia in ricette salate con pesce e carni bianche sia in macedonie di frutta.

                                                                                                                                  La migliore qualità è rappresentata dalla vanille Grivè, chiamata così perché la vanillina è cristallizzata in superficie, ed è la vaniglia con la profumazione più intensa e delicata.

                                                                                                                                   

                                                                                                                                  In commercio si trovano sia i baccelli di vaniglia, venduti in capsule di vetro o plastica, che l’estratto di vaniglia. La vanillina (o aroma alla vaniglia) è invece il prodotto di origine industriale che ha un costo inferiore rispetto alla vaniglia naturale e che viene utilizzata in ambito industriale.

                                                                                                                                  • La vaniglia risulta essere calmante e antistress e sembra sia in grado di combattere le infezioni, essendo un antisettico naturale. Risulta anche utile nello sconfiggere l’insonnia, per esempio un buon latte caldo aromatizzato alla vaniglia è un ottimo rimedio per chi ha difficoltà a prendere sonno. La vanillina, la sostanza che conferisce alla vaniglia l’inconfondibile aroma dolce, è un polifenolo con proprietà antiossidanti in grado di contrastare l’azione dannosa dei radicali liberi sull’organismo. Alla vaniglia sono infine attribuite virtù afrodisiache. Agli inizi del Novecento i medici consigliavano l’assunzione di vaniglia per combattere la frigidità e tra i sintomi del “vanillismo” (insieme di disturbi causati da manipolazione o ingestione di vaniglia) oltre a dermatite e malesseri era annoverata anche un’irrefrenabile pulsione sessuale.

                                                                                                                                    • La vaniglia è una pianta erbacea, un’orchidea rampicante perenne che può crescere indefinitamente. Le foglie sono di forma ellittica-ottusa, di colore verde scuro che possono essere lunghe fino a 15 centimetri; i fiori sono grandi e profumati di colore verde giallo o bianco, si sviluppano a gruppi di otto o dieci, fioriscono per un solo giorno e solitamente maturano uno alla volta, hanno la struttura classica di un fiore d’orchidea e la fecondazione del fiore può avvenire solo tramite un fecondatore esterno. I frutti sono dei baccelli della lunghezza anche di trenta centimetri che arrivano a maturazione dopo diversi mesi e contengono numerosi semi. Quando è maturo il frutto è completamente inodore; il profumo lo acquisisce restando sulla pianta e subendo un processo di fermentazione. Il profumo è dovuto dalla presenza al suo interno della molecola vanillina, la cui quantità varia da pianta a pianta a seconda della sua origine (ad esempio la vaniglia Bourbon ha un tasso di vanillina compreso tra 1,6 e 2,4% ed è il più alto in natura).

                                                                                                                                      La vaniglia è una specie tropicale che necessita di un clima caldo e umido, con una temperatura ideale compresa fra i 16° e i 25° C. Per crescere ha bisogno di luce non diretta, di spazio (da adulta può misurare fino a 4 m di lunghezza), di tralci, di un’irrigazione non troppo abbondante ma continua e necessita del tipico substrato per le orchidee, composto da muschio, corteccia e radici di felce.

                                                                                                                                      Il periodo della fioritura è compreso tra marzo e maggio, al termine della stagione secca, e l’impollinazione della vaniglia nel suo ambiente naturale avviene grazie ad un insetto, l’ape endemica della specie Melipona, che è presente solo in Messico; per ottenere i frutti dalle piante coltivate tramite talea è necessario impollinarle manualmente, non appena i fiori si aprono nelle prime ore del giorno. Questa tecnica è definita selfing, o auto-impollinazione.

                                                                                                                                      I primi germogli di vaniglia compaiono dopo circa un anno e la pianta fruttifica ad un’età di tre anni, raggiungendo la sua massima produttività verso gli otto anni.

                                                                                                                                      I baccelli una volta colti, vengono fatti fermentare e lasciati essiccare in un luogo fresco e asciutto, assumendo il caratteristico colore scuro e il profumo. La lavorazione è tutta manuale e consiste nel metodo Bourbon: il processo ha inizio immergendo il baccello in acqua calda (tra 60° e 80°C) o congelandolo per ridurre la vitalità del baccello (killing del baccello). I frutti sgocciolati vengono riposti ancora caldi in casse ricoperte di lana dove la temperatura raggiunge i 50°C (essiccazione) e in 24 ore le stecche prendono il caratteristico colore bruno (sweating o sudorazione). Successivamente i baccelli vengono esposti al e alla sera vengono avvolti in strisce di tessuto e posti ad asciugare in contenitori chiusi. Segue l’essiccatura naturale, con l’esposizione al sole dei baccelli ogni giorno per 2-3 settimane (slow drying, essiccamento lento), seguita dal riposo su graticci sistemati all’ombra. Una volta pronti, i frutti verranno lasciati a riposare (conditioning o acclimatament) e infine verranno divisi secondo consistenza, peso e lunghezza in categorie qualitative ben definite. Una volta classificati, saranno indirizzati ai rispettivi processi di trasformazione industriali (produzione di profumi o di prodotti alimentari), o alla vendita diretta.

                                                                                                                                      La vaniglia è acquistabile tutto l’anno e in commercio si trovano sia i baccelli venduti in capsule di vetro o plastica o in sacchetti, sia l’estratto di vaniglia.

                                                                                                                                      • La vaniglia ha un sapore molto dolce e aromatico, fresco ed esotico, più intenso nella varietà Bourbon e piuttosto delicato nella tahitiana.

                                                                                                                                        L’utilizzo in cucina della vaniglia risale alla notte dei tempi, quando gli Aztechi la univano al cacao per ottenere una bevanda dolce, antenata del nostro cioccolato aromatizzato alla vaniglia.

                                                                                                                                        La vaniglia è utilizzata principalmente nelle preparazioni dolciarie, per aromatizzare zucchero, cioccolato, latte e liquori e la crema di vaniglia è uno degli ingredienti principali di molte torte e dolci.

                                                                                                                                        La vanillina copre il sapore di lievito e profuma torte e biscotti rendendoli ancora più allettanti.

                                                                                                                                        In alcune cucine, come quella orientale o africana, la vaniglia è un aroma utilizzato anche per preparare pietanze salate.

                                                                                                                                        I baccelli della vaniglia contengono al loro interno dei semini che si possono utilizzare spargendoli direttamente nelle preparazioni, mentre il baccello può essere posto in un barattolo di zucchero che verrà caratterizzato dal profumo della vaniglia, ottimo per dolcificare il caffè.

                                                                                                                                        Il consumo di vaniglia non presenta controindicazioni, a meno che non si soffra di allergia a questa spezia. A oggi non sono note condizioni in cui il consumo di vaniglia interferisca con l’assunzione di farmaci o di altre sostanze.

                                                                                                                                        Porro

                                                                                                                                         

                                                                                                                                        Famiglia: Liliaceae

                                                                                                                                        Genere: Allium

                                                                                                                                        Specie: Allium porrum L. (sinonimo: Allium ampeloprasum porrum L.)

                                                                                                                                         

                                                                                                                                        Il porro è un ortaggio da foglia appartenente al genere Allium, lo stesso di cipolla, aglio e scalogno.

                                                                                                                                        È originario del Sud Europa e Nord Africa e la sua coltivazione è diffusa in Europa, America e Asia. In particolare in Italia viene coltivato in tutte le regioni, specialmente al Centro-Nord.

                                                                                                                                        Esistono diverse varietà classificate in base alla lunghezza del “falso fusto” e in base all’epoca di produzione. Si distinguono quindi in cultivar estive, con semina a dicembre-gennaio su letto caldo; cultivar autunnali, con semina in marzo-aprile e cultivar invernali, con semina in maggio-giugno.

                                                                                                                                        Del porro viene utilizzata la parte basale delle foglie.

                                                                                                                                        • Il porro è composto principalmente da acqua, contiene poche calorie ed ha un discreto quantitativo di fibra, che esercita effetti di tipo funzionale e metabolico che la rendono un’importante componente della dieta.

                                                                                                                                          A livello di vitamine, buono è il contenuto di vitamina K, coinvolta nella sintesi epatica dei fattori che intervengono nella coagulazione del sangue, mentre le vitamine del gruppo B favoriscono invece un buon metabolismo; fra di esse, i folati sono particolarmente importanti per lo sviluppo del sistema nervoso durante la gestazione.

                                                                                                                                          Per i minerali quelli più rappresentati sono il fosforo e il magnesio.

                                                                                                                                          Come tutti gli alimenti appartenenti alla famiglia delle Amaryllidacee, è di prassi un cenno alla loro composizione in solforati. Questa particolare tipologia di sostanze, in base a recenti studi scientifici, ha azione antibatterica, antitumorale e di protezione del sistema cardiovascolare.

                                                                                                                                          Il porro inoltre contiene l’allicina, contenuta anche nell’aglio, che si forma grazie all’azione di un enzima, l’allinasi. Per permettere l’azione di questo enzima occorre rompere le strutture cellulari nelle quali è confinato, tagliando o tritando l’ortaggio. Questo processo permetterà alla molecola di esercitare azioni positive, come l’inibizione di un batterio, Helicobacter Pylori, che causa ulcere e gastriti allo stomaco e che può portare in certi casi fino allo sviluppo del tumore.

                                                                                                                                          Per quanto riguarda il ruolo del porro nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, si attendono ulteriori studi sulle sue proprietà antiipertensive.

                                                                                                                                          • Il porro è una pianta biennale che viene coltivata a ciclo annuale e che non si trova allo stato spontaneo. Presenta un bulbo poco sviluppato o assente, foglie allungate di colore da grigio verde a verde bluastro con piccioli piegati a doccia ed avvolgenti alla base, formando un falso fusto più o meno allungato (da 15 a 40 cm). Ha molte radici che si possono spingere fino a 50 cm circa di profondità e il fusto è accorciato a formare un disco appiattito, da cui si dipartono le foglie e le radici. Lo stelo fiorale viene emesso nel secondo anno, nel periodo tra aprile e maggio. I semi sono neri angolosi e grinzosi. La durata della germinabilità è di 2-3 anni.

                                                                                                                                            Il porro si adatta bene sia ai climi temperato-caldi che temperato-freddi, con l’impiego di varietà e cicli colturali differenti. L’irrigazione è quasi sempre necessaria, ad esclusione del periodo invernale.

                                                                                                                                            La coltivazione viene condotta effettuando il trapianto delle piantine (alte 20-25 cm) ottenute in vivaio; la semina, effettuata con seminatrici di precisione, viene poco praticata perché si ottengono porri di pezzatura non omogenea e perché risulta più difficile il controllo delle infestanti. La densità colturale varia da 20 a 40 piante al metro quadrato, distanza che è maggiore nelle colture destinate a raccolte precoci. Nelle colture tardive inoltre le piantine vengono sottoposte a rincalzatura, tecnica utile per aumentare la parte bianca del fusto e per ottenere una maggiore resistenza al freddo. Il diserbo viene praticato sia in semenzaio che durante la coltura.

                                                                                                                                            La raccolta ha inizio quando il diametro dei fusti raggiunge i 2-3 cm, ovvero dopo circa 3-4 mesi dal trapianto o 5-7 dalla semina. Dopo l’estirpazione le foglie vecchie più esterne vengono tolte, tagliate a 15 cm sopra la parte bianca, le radici vengono accorciate e infine i porri vengono lavati. Del porro viene utilizzata la parte basale delle foglie; esse formano un falso fusto di 20-30 cm di lunghezza e 3-5 di diametro che, sottoposto ad eziolatura, costituisce la parte edule.

                                                                                                                                            I porri in seguito alla raccolta possono essere conservati in frigorifero, a una temperatura di 0-1°C e umidità relativa (UR) del 90-95%, fino a tre mesi. Una buona produzione varia dai 400 ai 500 quintali ad ettaro.

                                                                                                                                            Il porro è presente sul mercato specialmente nel periodo autunno-invernale.

                                                                                                                                            • Acquistati interi, i porri i conservano per circa 6 giorni in frigorifero, nello scomparto della verdura: basterà avvolgere la parte bianca in carta assorbente leggermente inumidita, eliminare parte del gambo verde e chiuderli in un sacchetto da frigo. Per una conservazione più a lungo termine, invece, si possono congelare i porri, che in questo modo si manterranno intatti per circa 6/8 mesi.

                                                                                                                                              Per pulirli la prima cosa da fare è eliminare la cosiddetta “barba” situata alla loro base (ovvero quei filetti di colore marrone posti all’estremità più bianca) e le foglie esterne di consistenza più fibrosa. Per fare questa operazione è consigliabile utilizzare un coltello in ceramica, perché il metallo tende ad accelerare il processo di deterioramento di questo ortaggio. Una volta tolte queste parti, si possono lavare bene con l’acqua corrente del rubinetto, così da eliminare tutte le tracce di terra e le impurità rimaste.

                                                                                                                                              Non risultano interazioni fra il consumo di porro e l’assunzione di farmaci o altre sostanze. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                • Borlinghaus J et al. (2014) “Allicin: Chemistry and Biological Properties”, Molecules ;19(8):12591-618.
                                                                                                                                                • Turati F et al. (2015) “Allium vegetable intake and gastric cancer: A case-control study and meta-analysis.”, Molecular Nutrition & Food Research;59(1):171-9.
                                                                                                                                                • www.agraria.org
                                                                                                                                                • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                • www.humanitas.it

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                Gallinella di mare

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                Famiglia: Triglidae

                                                                                                                                                Genere: Chelidonichthys

                                                                                                                                                Specie: Chelidonichthys lucernus

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                La gallinella di mare, conosciuta anche come capone o mazzola, è un pesce di mare appartenente alla famiglia Triglidae che assomiglia nell’aspetto ad una triglia di grandi dimensioni. Vive nell’Oceano Atlantico, nel Mare del Nord e nel Mar Mediterraneo prediligendo i fondali sabbiosi e fangosi. Generalmente è lunga 20-30 cm, ma può raggiungere anche dimensioni maggiori, fino a 75 cm per 6 kg di peso.

                                                                                                                                                La gallinella viene apprezzata per le sue carni gustose e sode e viene commercializzata fresca, affumicata o congelata, sia intera che in filetti.

                                                                                                                                                • La gallinella rientra nella categoria dei “pesci magri” adatti al consumo in qualsiasi tipo di regime alimentare, anche ipocalorico. La gallinella fornisce infatti 90 kcal ogni 100 g costituite principalmente da proteine di alta qualità e da grassi mono e polinsaturi, con una buona percentuale di omega 3, utili alla protezione del sistema cardiovascolare, ma apporta anche una modesta quantità di colesterolo.

                                                                                                                                                  L’effetto protettivo della gallinella sul sistema cardiovascolare viene ulteriormente potenziato dalla concentrazione di potassio, utile nel controllo della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca.

                                                                                                                                                  A livello di minerali, buona è anche la concentrazione di calcio e fosforo che, insieme alla vitamina D, diventano importanti per il benessere delle ossa e la vitamina A, utile nei processi della visione, nella crescita e nel potenziamento del sistema immunitario.

                                                                                                                                                  • La gallinella ha un corpo piccolo e allungato, una testa piuttosto grande e massiccia rispetto al resto del corpo e un muso sporgente a forma smussata e appuntito. Possiede pinne pettorali grandi, di colore nero tendente al blu scuro e una pinna dorsale appuntita. La linea laterale è molto marcata e le squame che la ricoprono hanno dei dentelli rivolti verso la coda. Solitamente il corpo si presenta di colore bruno, a tratti rossastro, fino a degradare in un rosa aranciato nella parte dei fianchi; il ventre invece è di colore bianco sporco. Le gallinelle possono raggiungere una lunghezza di 75 cm e i 6 chili di peso e le carni sono bianche e tenere.

                                                                                                                                                    Questa specie vive in branchi sia in acque profonde ad una profondità che va da i 50 ai 150 metri, caratterizzate da fondali di fango o sabbiosi, che fra gli scogli vicino alla costa durante il periodo estivo. Ha bisogno di temperature comprese fra i 4 e i 24°C. Il periodo di riproduzione della gallinella va da dicembre ad aprile, a fine giugno nel Mar Nero, ma nel Mediterraneo la riproduzione è più estesa.

                                                                                                                                                    La tecnica di pesca più utilizzata per questo pesce è la pesca a fondo praticata prevalentemente di notte quando il pesce è più attivo, usando terminali che permettano alle esche di fluttuare liberamente sul fondo ed essere ben visibili per il pesce. Dalla barca la pesca della gallinella è condotta con reti a strascico, reti da posta, palamiti e lenze. L‘esca più utilizzata è il gambero, anche a pezzetti; altre esche da usare sono i pezzi di pesce di mare tipo sarde o calamaro.

                                                                                                                                                    La stagione della pesca della gallinella di mare dura per tutto l’anno, anche se i periodi di maggiore concentrazione sono in estate e in autunno; in estate si pescano esemplari giovani, dalle carni dal gusto più delicato, mentre in autunno si catturano esemplari di taglia maggiore, meno gustose. Le gallinelle pescate nel Mar Adriatico generalmente sono più grandi di quelle che si trovano negli altri mari del Mediterraneo.

                                                                                                                                                    • Per conservare la gallinella, se molto fresca, è necessario lavarla e congelarla ad almeno -18 ° per un massimo di 3 mesi, altrimenti va lavata e conservata in frigorifero per un massimo di due giorni. D’altro canto, questo alimento mal conservato può diventare una fonte rilevante di istamina.

                                                                                                                                                      La gallinella si presta alla preparazione di numerosi piatti, dalle zuppe alla pasta, ma è ottima anche marinata.

                                                                                                                                                      Non risulta che il consumo di gallinella di mare possa interferire con l’assunzione di farmaci o altre sostanze. In caso di dubbio è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                      Arachidi

                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                      Famiglia: Papilionaceae

                                                                                                                                                      Genere: Arachis

                                                                                                                                                      Specie: Arachis hypogaea L.

                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                      L’arachide è conosciuta anche come nocciola o pistacchio di terra o nocciolina americana ed è una pianta oleaginosa originaria del Brasile.

                                                                                                                                                      Le arachidi sono i semi appartenenti all’ordine delle Leguminosae (o Fabaceae), quindi dal punto di vista botanico sono legumi, e il genere Arachis comprende una quarantina di specie diverse; infatti in funzione della zona di origine le specie presentano caratteri morfologici diversi. L’unica ad essere coltivata è l’Arachis hypogaea L.

                                                                                                                                                      Le arachidi oggi sono fra i semi da olio più coltivati e i principali produttori sono Cina, India, alcune nazioni africane e gli Stati Uniti. In Europa questa coltura si trova in alcune aree della Grecia, della Spagna e dell’Italia; in particolare nel nostro Paese le regioni più produttive sono il Veneto e la Campania.

                                                                                                                                                      • arachide tabella

                                                                                                                                                        L’ arachide dal punto di vista nutrizionale rientra nella famiglia della frutta a guscio. Il seme è costituito per il 50% da grassi, ed ha un elevato contenuto proteico, mentre la percentuale di carboidrati è minima. La composizione dei grassi è da riferirsi alle tipologie che hanno un impatto positivo sulla salute cardiovascolare, principalmente monoinsaturi, acido oleico, e polinsaturi, prevalentemente omega-6.

                                                                                                                                                        Il suo contenuto calorico è alto, ma non sono da ritenersi calorie vuote, anche perché l’arachide è ricca di fibra, vitamine e minerali necessari alla salute.  La fibra favorisce il transito intestinale, il controllo della glicemia e, insieme ad i grassi monoinsaturi, ha effetto ipocolesterolemizzante.

                                                                                                                                                        Tra i minerali spiccano particolarmente il fosforo, fondamentale per ossa, denti e cellule ed il magnesio, utile per la normale funzionalità del tessuto muscolare del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso.

                                                                                                                                                        I benefici per il cuore derivano anche da un aminoacido abbondante nelle proteine di questo alimento, chiamato L-arginina. Nell’organismo viene trasformato in ossido nitrico in grado di fluidificare il sangue e abbassare la pressione arteriosa.

                                                                                                                                                        Alimento che negli ultimi anni sta prendendo popolarità anche in Italia è il burro di arachidi, che a differenza di quanto si può pensare, non ha niente a che vedere con il burro. Si tratta semplicemente delle arachidi frullate che grazie al contenuto di grassi formano una crema spalmabile. Perciò, senza esagerare con le quantità, via libera al burro di arachidi fatto in casa, mentre occorre prestare attenzione all’etichetta del prodotto industriale, spesso addizionato di oli vegetali e sale.

                                                                                                                                                        Vi consigliamo inoltre di evitare le arachidi salate, il loro contenuto eccessivo in sale, riduce drasticamente gli effetti positivi per il sistema cardiovascolare.

                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                        • L’arachide è una pianta cespitosa annuale, ovvero costituita da numerosi steli, foglie o fiori che derivano da un’unica radice o sono strettamente uniti, alta 40-60 cm. I fusti sono lunghi 60-80 cm, a portamento eretto, procombente o strisciante, mentre le foglie sono alterne, paripennate, ovali. I fiori possono essere maschili (visibili e caduchi) o ermafroditi (nascosti); il loro numero varia in funzione del tipo e dell’ambiente di coltivazione. Il frutto dell’arachide può essere mono o polispermo ed è costituito da un legume indeiscente, ovvero che giunto a maturità non si apre spontaneamente. Ha una forma reticolata, tuberosa, oblunga e presenta alcune strozzature che determinano la formazione di logge in cui sono racchiusi i semi. Quest’ultimi hanno una forma cilindrica-globosa, sono rivestiti da una sottile pellicola protettiva di colore rossastro e il numero di semi contenuti nel frutto corrisponde al numero delle logge esistenti; solitamente sono in numero variabile da uno a quattro, eccezionalmente cinque.

                                                                                                                                                          L’arachide predilige un clima caldo e asciutto quindi, per poter crescere, necessita di una temperatura superiore a 16°C durante la germinazione, di 20°C al momento della fioritura e di 18°C durante la maturazione. La richiesta idrica è elevata durante le fasi di germinazione, fioritura, interramento e accrescimento dei frutti, mentre è carente durante la fase di maturazione; l’irrigazione può essere per aspersione o infiltrazione. Predilige terreni sciolti e sabbiosi ed è una specie miglioratrice del terreno: apporta infatti in modo naturale azoto atmosferico al terreno e lo rende disponibile per le colture successive. Essendo una coltura da rinnovo è necessaria un’aratura profonda e successive lavorazioni del terreno. Inoltre è una coltura sensibile nei confronti delle infestanti, per cui dovranno essere controllate con diserbo chimico o sarchiature.

                                                                                                                                                          La semina avviene in aprile-maggio, impiegando seme sgusciato ma con il tegumento arancione, a file distanti 60 cm e a 15 cm lungo la fila e il seme si sviluppa e arriva a maturazione sotto terra. La raccolta in Italia viene effettuata tra settembre e ottobre, ovvero quando le foglie della pianta di arachidi cominciano a ingiallire, mediante l’utilizzo di macchine che estirpano le piante e le dispongono in andane per la successiva essiccazione. La resa si aggira intorno ai 20-30 quintali ad ettaro.

                                                                                                                                                          In commercio le arachidi sono presenti tutto l’anno e in diversi modi: si trovano arachidi con il guscio, arachidi sgusciate spellate e salate o arachidi tostate, largamente utilizzate nell’industria dolciaria. Dall’arachide inoltre vengono ottenuti diversi derivati molto impiegati come la farina d’arachidi, il burro d’arachidi, l’olio di arachidi e la granella di arachidi.

                                                                                                                                                          • Vi consigliamo di scegliere arachidi croccanti, con baccelli legnosi integri. Le arachidi fresche devono essere conservate a temperatura ambiente, in un luogo fresco e asciutto, mentre quelle tostate devono essere conservate in un contenitore a chiusura ermetica.

                                                                                                                                                            La durata di conservazione delle arachidi è di circa un anno. Ma se conservi il prodotto senza gusci, in una stanza fresca e buia, le noci rimarranno fresche per sei mesi. I cereali possono essere conservati nel congelatore per più di 6 mesi.

                                                                                                                                                            Tartufo

                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                            Classe: Ascomycetes

                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                            I tartufi sono funghi appartenenti alla classe degli Ascomiceti, genere Tuber della famiglia delle Tuberaceae; in particolare sono funghi ipogei, ovvero che crescono sottoterra, che vivono in simbiosi con le radici di piante arboree e sono a forma di tubero. Sono caratterizzati da un odore penetrante e molto tipico, e ne esistono diverse tipologie: il tartufo bianco e il tartufo nero.

                                                                                                                                                            Il tartufo bianco è considerato la tipologia più pregiata, presenta una scorza liscia, giallognola o bianca e una polpa bianca, rosata o marroncino chiaro. Si trova quasi esclusivamente nelle regioni del Centro e del Nord Italia e in Istria. Si consuma soprattutto crudo e ne esistono diverse varietà: il Tartufo d’Alba – Tartufo bianco – Tartufo del Piemonte (Tuber magnatum Pico) e il Bianchetto – Marzuolo – Marzaiuolo (Tuber albidum Pico) che ha un odore caratteristico che lo contraddistingue dal tartufo bianco, perché all’inizio è tenue e gradevole mentre in seguito diventa aglioso e nauseante.

                                                                                                                                                            Il tartufo nero presenta una scorza nerastra con venature rossicce più o meno marcate ed ha una forma piuttosto irregolare (appare bitorzoluto). È diffuso soprattutto in Toscana e Umbria, nella Francia del Sud e in Aragona. È ritenuto il più pregiato dopo il tartufo bianco e viene consumato sia crudo che in seguito alla cottura; in questo caso con la cottura si sviluppa l’aroma caratteristico. Ne esistono diverse varietà: il Tartufo nero di Norcia e Spoleto – Tartufo nero pregiato (Tuber melanosporum Vittadini) che ha un sapore e profumo aromatico ed intenso; il Tartufo nero ordinario o Tartufo di Bagnoli (Tuber mesentericum Vittadini) che in Abruzzo è chiamato “tartufo all’acido fenico” per lo spiccato odore di fenolo che prevale su quello sulfureo; il Tartufo nero liscio (Tuber macrosporum Vittadini); il Tartufo invernale (Tuber brumale Vittadini) che ha un odore caratteristico di noce moscata.

                                                                                                                                                            Lo scorzone (Tuber aestivum Vittadini) è un tipo di tartufo simile a quello nero ma meno pregiato, di colore nero-grigio e molto verrucoso esternamente, ha polpa bianca che diventa marrone con la maturazione. Lo scorzone quando giunge a maturazione sviluppa un odore tipico che ricorda quello della nocciola., Viene anche chiamato “tartufo estivo” in quanto la sua raccolta avviene tra giugno e settembre.

                                                                                                                                                            • Diversi sono i possibili benefici che possono derivare dal consumo di tartufo nero. Il limitato apporto di carboidrati e zuccheri fa sì che questo particolare fungo possa inoltre essere consumato da soggetti con diabete. Ricco di proteine e fibre, povero di grassi e privo di colesterolo. Non contiene glutine e può quindi essere consumato da individui con intolleranza al glutine o con celiachia.

                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                              Poiché dal punto di vista della composizione chimica sono molto simili, il tartufo bianco possiede le medesime proprietà nutrizionali del tartufo nero. Per conservarne l’apporto vitaminico si consiglia di consumarlo crudo, dal momento che la maggior parte delle vitamine si disperde con le alte temperature.

                                                                                                                                                              • Il tartufo è il corpo fruttifero di una particolare categoria di funghi appartenenti al genere Tuber noti come funghi ipogei, ovvero che compiono il proprio intero ciclo vitale sotto terra. Crescono a una profondità che varia dai pochi centimetri fino a un metro (in rari casi).

                                                                                                                                                                Il tartufo è composto da due parti: una scorza esterna nota con il nome di peridio, che può assumere caratteristiche diverse da specie a specie e a seconda del tipo di terreno in cui cresce; e la massa interna carnosa, detta gleba, di colore variabile (bianca, nera, rosa, marrone) e percorsa da venature più o meno ampie e ramificate che delimitano degli alveoli in cui sono immerse delle grosse cellule, dette aschi, contenenti le spore.

                                                                                                                                                                Come tutti i funghi, il tartufo è eterotrofo ovvero crea un rapporto di simbiosi con piante arboree o arbustive, crescendo a stretto contatto con le loro radici, e assorbendone tutte le sostanze di cui ha bisogno per produrre il prezioso sporocarpo. Questo rapporto, noto come micorriza, porta benefici sia al fungo che alla pianta. Le micorrize sono una sorta di reticolo da cui si dipartono molte ife, che si strutturano in modo diverso a seconda della specie di tartufo, e ogni varietà è associata a specifiche piante con cui crea il rapporto di simbiosi; in genere le piante coinvolte sono Quercia, Lecci, Carpino, Rovere, Tiglio e Pioppo, latifoglie e conifere.

                                                                                                                                                                L’insieme delle ife prende il nome di micelio e, una volta che si intrecciano, danno origine alla formazione del corpo fruttifero, nella cui gleba si differenziano le spore. Solo al momento della maturazione delle spore i tartufi emettono un profumo intenso e penetrante che supera la barriera del terreno, rendendoli percepibili e attirando insetti e mammiferi, i quali cibandosi del tartufo, provvedono alla diffusione delle spore.

                                                                                                                                                                La cerca e raccolta dei tartufi è regolata a livello nazionale dalla Legge 752/1985. La raccolta è libera nei boschi e nei terreni non coltivati, mentre i coltivatori e proprietari delle tartufaie hanno diritto di proprietà sui tartufi che vengono prodotti nelle tartufaie.

                                                                                                                                                                Per praticare la raccolta del tartufo, il raccoglitore deve sottoporsi ad un esame per l’accertamento della sua idoneità che gli permetterà di ottenere il tesserino da tartufaio e praticare così l’attività.

                                                                                                                                                                La ricerca invece deve essere effettuata obbligatoriamente con l’aiuto di un cane addestrato e con la vanghetta (o vanghetto del tartufaio), una zappa di dimensioni ridotte che permette di rovinare il meno possibile il terreno e le delicate radichette del fungo ipogeo. Inoltre, dopo avere estratto il tartufo, è obbligatorio riempire nuovamente la buca prodotta con il terreno asportato, in modo da permettere la crescita di nuovi corpi fruttiferi.

                                                                                                                                                                La cerca e la raccolta sono poi vietate in zone geografiche come le riserve naturali e micologiche, per quindici anni nelle aree di nuovo rimboschimento e in altre aree specifiche indicate dalle regioni di riferimento. Inoltre, se si trovano tartufi marci o immaturi è meglio non raccoglierli perché, oltre a non essere buoni da mangiare, contribuiscono con le loro spore allo sviluppo di nuovi tartufi e la loro raccolta ne impedirebbe la moltiplicazione.

                                                                                                                                                                Infine, per quanto la cerca notturna è vietata nella stragrande maggioranza dei luoghi di raccolta.

                                                                                                                                                                Il periodo di raccolta differisce a seconda della varietà di tartufo: il tartufo bianco si raccoglie tra settembre e dicembre, il tartufo nero si raccoglie tra dicembre e marzo, mentre lo scorzone tra giugno e settembre. In generale non sono prodotti di semplice reperibilità.

                                                                                                                                                                • Il tartufo è chiaramente un ingrediente molto prezioso e, come tale, anche molto costoso. I prezzi variano da stagione a stagione, in base alla disponibilità del prodotto in ogni regione.

                                                                                                                                                                  Il tartufo, come tutti i funghi, teme molto l’umidità. Che sia bianco o nero, la cosa migliore è conservare il tartufo fresco avvolto in una garza, oppure in un foglio di carta da cucina, all’interno di un barattolo di vetro ben chiuso. Conservate il tartufo in frigorifero, nel cassetto della frutta e della verdura, per al massimo 8 giorni.

                                                                                                                                                                  Controllate spesso che la carta o la garza non si siano inumidite: in tal caso cambiatele. Un altro sistema è quello di conservare il tartufo immerso nel riso, sempre all’interno di un barattolino di vetro e in frigorifero: il riso crudo, infatti, assorbirà l’umidità in eccesso. Volendo il tartufo si può anche congelare, all’interno di un sacchettino di plastica per alimenti: vi consiglio però di ricorrere al congelamento solo come ultima spiaggia, se magari vi avanza un pezzetto di tartufo e non avete modo di consumarlo entro pochi giorni. Una volta scongelato, infatti, il tartufo avrò perso inevitabilmente parte del suo aroma.

                                                                                                                                                                  Per pulire il tartufo munitevi di uno spazzolino a setole morbide. Spazzolatelo più volte su tutta la sua superficie, insistendo soprattutto nelle intercapedini naturali che sono più difficili da pulire. Una volta spazzolato per bene, strofinatelo delicatamente con un foglio di carta da cucina, per eliminare gli ultimi residui di terra.

                                                                                                                                                                  Per pulire il tartufo non bagnatelo sotto l’acqua, perché, specie il tartufo bianco, potrebbe rovinarsi. Altra cosa da tenere presente è che il tartufo va pulito poco prima di essere usato. Quando avrete eliminato tutta la terra il vostro tartufo è pronto per essere grattugiato sui vostri piatti.

                                                                                                                                                                  Castagna

                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                  Famiglia: Fagaceae

                                                                                                                                                                  Genere: Castanea

                                                                                                                                                                  Specie: Castanea vulgaris o sativa

                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                  Le castagne sono i frutti del castagno, albero originario dell’Europa meridionale, Nord Africa e Asia occidentale, che è presente anche sulle coste atlantiche del Marocco, sulle rive del mar Caspio e nel sud dell’Inghilterra. Le regioni in Italia in cui si trovano importanti castagneti sono la Campania, la Sicilia, il Lazio, il Piemonte e la Toscana.

                                                                                                                                                                  Il genere Castanea comprende diverse specie: Castanea vulgaris o sativa diffusa in Europa, Castanea dentata in Nord America, Castanea mollissima in Cina e Castanea crenata in Giappone che risulta resistente al mal dell’inchiostro e al cancro della corteccia.

                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                  In Italia sono presenti diversi Riconoscimenti IGP (Indicazione Geografica Protetta).

                                                                                                                                                                  La Castagna del Monte Amiata IGP ha ottenuto il riconoscimento con il Regolamento CE 1904/00 e la zona di produzione comprende dei comuni toscani della provincia di Grosseto e Siena nella fascia compresa tra i 350 e i 1000 m.s.l.m., in terreni derivanti in massima parte da rocce vulcaniche e arenacee, a prevalente o abbondante componente silicea. La Castagna del Monte Amiata IGP designa le castagne riferibili alle varietà correntemente conosciute come Marrone, Bastarda Rossa, Cecio.

                                                                                                                                                                  La Castagna di Cuneo IGP viene prodotta in 110 Comuni della Provincia di Cuneo e rientrano le seguenti varietà di castagne, riferite alla specie “Castanea Sativa”: Ciapastra, Tenpuriva, Bracalla, Contessa, Pugnante, Sarvai d’Oca, Sarvai di Gurg, Sarvaschina, Siria, Rubiera, Marrubia, Gentile, Verdesca, Castagna della Madonna, Frattona, Gabbana, Rossastra, Crou, Garrone Rosso, Garrone Nero, Marrone di Chiusa Pesio, Spina Lunga. Attualmente il disciplinare prevede che i castagneti siano situati in posizioni soleggiate e riparati dal vento, con il periodo di raccolta che inizia a settembre e termina a novembre.

                                                                                                                                                                  La Castagna di Montella IGP è coltivata nell’area del Terminio-Cervialto e limitata in particolare ai territori dei comuni di Montella, Bagnoli Irpino, Cassano Irpino, Nusco, Volturara Irpina e Montemarano (contrada Bolifano). L’Indicazione geografica protetta “Castagna di Montella” è riferita alle castagne prodotte per il 90% dalla varietà Palummina e per il restante 10% dalla varietà Verdole.

                                                                                                                                                                  La Castagna di Serino/Marrone di Serino IGP è presente in alcuni comuni della provincia di Salerno e di Avellino e la varietà utilizzata è la “Montemarano” detta anche “Santimango” o “Santomango” o “Marrone di Avellino” o “Marrone avellinese” e la varietà “Verdola” o “Verdole” autoctone dell’areale di produzione.

                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                  È stata riconosciuta anche una DOP (Denominazione di Origine Protetta) alla Castagna di Vallerano DOP che viene prodotta nel territorio del comune di Vallerano in provincia di Viterbo.

                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                  In commercio si trovano sia le castagne che la farina di castagne.

                                                                                                                                                                  •  

                                                                                                                                                                    Le castagne si differenziano dalle altre tipologie di frutta a guscio in quanto presentano una percentuale minima di lipidi ed una alta di carboidrati, di cui la maggior parte sotto forma di amido. Presentano anche un buon apporto di fibra, utile a mantenere nella norma i livelli di colesterolo nel sangue ed a conferire alla castagna un buon potere saziante, che la rende adatta ad essere consumata anche come spuntino.

                                                                                                                                                                    A livello di micronutrienti troviamo il potassio, utile a mantenere sotto controllo la pressione arteriosa, contrastando l’azione ipertensiva del sodio. Buono è anche il contenuto di magnesio.

                                                                                                                                                                    Le castagne sono inoltre una fonte di acido oleico, lo stesso acido grasso monoinsaturo cui sono imputabili diversi benefici per la salute associati al consumo di olio d’oliva.

                                                                                                                                                                    Come avviene per tutti gli alimenti fonte di amido, i metodi di cottura e lavorazione ne modificano la struttura chimica, e questo ha un effetto differente sui livelli di glucosio nel sangue. Le castagne bollite, quindi, hanno un impatto maggiore sui livelli di glicemia dopo il consumo, seguite da quelle arrostite e, per ultime, dalle castagne secche, alimento tipico della tradizione orientale ma diffuso ampiamente anche in Italia.

                                                                                                                                                                    La farina di castagne, inoltre, è priva di glutine, quindi i dolci o le preparazioni che la contengono possono essere consumati anche da persone celiache.

                                                                                                                                                                    • Il castagno europeo (Castanea vulgaris o sativa) è una pianta longeva, alta fino a 25 metri, con chioma espansa e molto ramificata, foglie caduche di forma ellittico-allungata a margine seghettato, quasi coriacee, di colore verde intenso e lucide, più chiare nella parte inferiore.

                                                                                                                                                                      Le infiorescenze maschili sono rappresentate da spighe lunghe 10-20 cm di color giallo-verdastro; quelle femminili sono costituite da fiori singoli o riuniti a gruppi di 2-3 posti alla base delle infiorescenze maschili. La fioritura avviene in piena estate e il frutto è rappresentato da una noce detta castagna, interamente rivestita da una cupola spinosa, detta riccio.

                                                                                                                                                                      Il castagno richiede terreni profondi, leggeri, permeabili, ricchi di elementi nutritivi, con pH tendenzialmente acido, con poco o privi di calcare. È una pianta eliofila, ama i climi temperati, pur sopportando freddi invernali anche molto intensi.

                                                                                                                                                                      La tecnica colturale più adatta è il vaso piuttosto libero, molto vicino alla forma naturale, ottenuto con un’impalcatura piuttosto alta (120-150 cm) e successivamente una ridottissima potatura, per evitare i rischi di infezione che ogni taglio comporta. In queste forme a vaso alla fine del 4° anno le piante sono in genere ben formate per cui, negli anni successivi, la potatura si potrà limitare a sfoltimenti per permettere la penetrazione della luce, l’eliminazione dei rami secchi, rotti e deperiti, e a tagli di rinvigorimento a seconda dello sviluppo raggiunto dalla pianta.

                                                                                                                                                                      La raccolta avviene in modo scalare, come la maturazione, e viene attuata mediante la raccattatura o una leggera bacchiatura. La produzione può variare dai 10 q.li/ha nei castagneti delle zone marginali ai 40-50 q.li/ha in quelli intensivi.

                                                                                                                                                                      Una volta raccolto il prodotto dovrà subire diversi trattamenti di conservazione. La conservazione può essere effettuata mediante cure in acqua fredda («cura a freddo») in appositi contenitori situati in idonei ambienti per alcuni giorni senza aggiunta di alcun additivo, o mediante sterilizzazione con bagno in acqua calda e successivo bagno in acqua fredda («cura a caldo»), sempre senza aggiunta di nessun additivo.

                                                                                                                                                                      Nella “cura a freddo” le castagne curate, ancora umide, vengono ammucchiate e dopo un breve periodo vengono distese al suolo e selezionate per eliminare i frutti ammuffiti. Quindi vengono stese per l’asciugatura in strati non superiore a 20 cm di spessore. Questa tecnica permette, in condizioni idonee, una buona conservazione dei frutti per almeno tre-quattro mesi.

                                                                                                                                                                      Nella “cura a caldo” il prodotto viene scaricato in una tramoggia e caricato, attraverso un nastro elevatore, in una vasca. All’interno della vasca i frutti, in continuo movimento, vengono a contatto con acqua calda (temperatura controllata 47°-55°C) per un tempo di 35-40 minuti; dopo il lavaggio le castagne cadono in una vasca di raffreddamento in cui stazionano per circa 15-30 minuti, subendo contemporaneamente un’azione di schiumatura automatica per eliminare i frutti difettosi che vengono a galla e sono separati da un’apposita attrezzatura. Un nastro trasportatore raccoglie le castagne rimaste e le convoglia immediatamente alla fase di sgocciolatura ed asciugatura per ventilazione forzata. Successivamente si ha la fase di spazzolatura, cernita, calibratura e confezionamento.

                                                                                                                                                                      Le castagne possono essere destinate alla trasformazione industriale (marrons glaces, marmellate di castagne, farine e frutti secchi) o al consumo fresco.

                                                                                                                                                                      In Italia le castagne si trovano in commercio da ottobre a dicembre.

                                                                                                                                                                      • Le castagne appena acquistate, e ancor più quelle appena raccolte, richiedono una piccola selezione all’ingresso, per scartare i frutti che già a prima vista risultano essere poco freschi o non integri. Il passo successivo è immergere le castagne in acqua e lasciarle in ammollo dai 4 ai 9 giorni, cambiando l’acqua quotidianamente ed eliminando quelle che galleggiano, indizio di aria al loro interno.

                                                                                                                                                                        Questa operazione preliminare è utile quando si intende conservare le castagne crude, per evitare sorprese a distanza di mesi e limitare gli scarti al momento del consumo. Le castagne che hanno superato la prova dell’ammollo andranno asciugate con cura, dopodiché si può scegliere se conservarle in frigorifero oppure in freezer.

                                                                                                                                                                        Sia le castagne lessate che le castagne arrosto possono essere conservate in freezer, già sbucciate, per circa 6 mesi.

                                                                                                                                                                        Per lessare le castagne, dopo avere sciacquate, immergerle in una pentola piena d’acqua, accendere il fuoco e portare a ebollizione. Per i tempi di cottura è necessario regolarsi in base alle dimensioni dei frutti. In media serviranno circa 40-50 minuti di bollore. I marroni, di dimensioni maggiori, potrebbero richiedere più tempo.

                                                                                                                                                                        Mentre per arrostirle, oltre che con l’apposita padella forata per caldarroste, le castagne possono essere cotte in forno. In entrambi i casi è necessario prima inciderle una ad una con un taglio orizzontale sulla buccia.

                                                                                                                                                                        Un’altra soluzione per conservarle è utilizzare un essiccatore per frutta e verdura. Le castagne disidratate si conservano fino a 12 mesi in un luogo fresco e asciutto all’interno di contenitori con tappo ermetico.

                                                                                                                                                                        Al contrario, rispetto ad altra frutta a guscio, questi frutti sono meno ricchi in ossalato, molecola che può favorire la formazione di calcoli renali. Le castagne possono essere fonti di allergeni.

                                                                                                                                                                          • Kan L et al. (2016) “Effect of thermal processing on the psycochemical properties of chestnut starch and chemical profile of chestnut kernel”, Carbohydr Polym;151:614-623.
                                                                                                                                                                          • www.agraria.org
                                                                                                                                                                          • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                          • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                          • https://smartfood.ieo.it

                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                          Aragosta

                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                          Famiglia: Palinuridae

                                                                                                                                                                          Genere: Palinurus

                                                                                                                                                                          Specie: Palinurus elephas

                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                          L’aragosta del Mediterraneo (Palinurus elephas), è un crostaceo diffuso sui fondali del Mar Mediterraneo, soprattutto nei mari della Sardegna, e dell’Oceano Atlantico Orientale, vivendo sui fondali rocciosi.

                                                                                                                                                                          Viene pescato soprattutto in Canada, paese che attualmente gestisce più della metà della fornitura mondiale di aragoste.

                                                                                                                                                                          L’aragosta è probabilmente uno dei crostacei più pregiati e maggiormente apprezzati tra quelli presenti sul mercato.

                                                                                                                                                                          • aragosta tabella

                                                                                                                                                                            L’aragosta appartiene alla famiglia dei crostacei. È fonte di omega 3, acidi grassi amici della salute cardiovascolare, e non solo. Gli omega 3 sono infatti stati associati anche a benefici a livello psicologico.

                                                                                                                                                                            Uno studio indiano molto recente riferisce che gli acidi grassi possono apportare miglioramenti nei pazienti con stati depressivi lievi. I ricercatori israeliani hanno condotto uno studio sugli omega 3 e il trattamento della depressione, sia nei bambini che negli adulti. I risultati hanno riferito che gli acidi grassi omega 3 hanno proprietà efficaci per il trattamento della depressione senza avere effetti collaterali.

                                                                                                                                                                            Anche il selenio è importante per il buon funzionamento dell’organismo, in particolare per quello della tiroide. Rame e ferro aiutano invece a ridurre il rischio di anemia.

                                                                                                                                                                            L’aragosta contiene anche vitamina B12, essenziale per la sintesi del DNA e per la produzione di energia a livello cellulare.

                                                                                                                                                                            • L’aragosta ha un corpo di forma cilindrica completamente rivestito da una spessa corazza che sull’addome si divide in sei segmenti collegati da una robusta guaina cartilaginea e che, durante le varie fasi della crescita, si rinnova più volte. Sulla parte frontale presenta due antenne molto lunghe e rivolte all’indietro, che fungono da sensori e da organi difensivi, mentre gli occhi sono posti alla sommità di peduncoli mobili. L’apparato boccale è tipicamente masticatore e consta di un paio di mandibole e di due paia di mascelle. L’aragosta è completamente priva di chele ma ha molte zampe, di cui solo alcune con funzione deambulatoria. Il dorso, detto cefalotorace, e la base delle antenne sono disseminate di spine dalla forma conica. La coda si apre a ventaglio per permettere il movimento, che avviene a ritroso, come per i gamberi.

                                                                                                                                                                              Il carapace presenta un colore rosso-bruno quasi viola, con frequenti macchie bianche e gialle, quando si trova nel suo habitat ed è viva, invece diventa di colore rosso soltanto quando è cotta. L’aragosta vive molto a lungo, anche oltre i cinquant’anni di età e le sue dimensioni oscillano fra i venti ed i cinquanta cm di lunghezza, con un peso che può raggiungere gli otto chilogrammi. Si nutre prevalentemente di plancton, anellidi, spugne, piccoli crostacei, echinodermi e lamellibranchi, specialmente ricci e molluschi con la conchiglia bivale, come le ostriche e le cozze.

                                                                                                                                                                              Questo crostaceo vive abitualmente in gruppo su fondali rocciosi o ghiaiosi, ricchi di anfratti, a profondità comprese tra quindici ai centocinquanta metri di profondità. Sui fondali avviene anche la riproduzione, che avviene nel periodo immediatamente successivo all’estate.

                                                                                                                                                                              In primavera le femmine emettono numerosissime uova di colore rosa, che si trovano ben protette sotto l’addome fino al momento della schiusa, all’inizio dell’inverno. La larva dell’aragosta si chiama fillosoma, presenta un corpo depresso, trasparente, occhi peduncolari e arti lunghi e sottili e, prima di raggiungere la maturità, deve passare attraverso vari stadi. Inoltre la sopravvivenza di una piccola aragosta è molto problematica: è una facile preda dei pesci pelagici prima e di quelli di fondo poi, approfittando del fatto che il fillosoma è praticamente indifeso e in balia delle correnti.

                                                                                                                                                                              Durante la sua vita l’aragosta, come tutti i crostacei, fa la muta; il continuo ricambio della corazza le permette di aumentare il peso da quando nasce a quando muore, anche se la corazza nuova, ha bisogno di qualche giorno per indurirsi, esponendo così l’animale agli attacchi dei predatori. Un grande predatore dell’aragosta è il polpo, che la sorprende mimetizzandosi sul fondo e la immobilizza con i tentacoli.

                                                                                                                                                                              La tecnica di pesca maggiormente utilizzata è costituita dal tradizionale sistema delle trappole attaccate alle corde, un metodo antico e laborioso, che ha il vantaggio di essere eco-compatibile in quanto non danneggia i fondali marini. Esiste però il divieto di pesca dell’aragosta mediterranea nel periodo compreso tra il 1 gennaio e il 30 aprile.

                                                                                                                                                                              La disponibilità sul mercato dell’aragosta durante tutto l’anno è resa possibile grazie al suo allevamento.

                                                                                                                                                                              • Innanzitutto, l’aragosta viene spesso confusa con l’astice, che è un crostaceo completamente diverso, appartenente a un’altra famiglia di crostacei. La principale differenza tra astice e aragosta è fisica ed immediatamente individuabile: l’astice ha infatti delle chele ben visibili, inesistenti invece nell’aragosta, che presenza invece dei peduncoli, come delle lunghe antenne. Le altre differenze riguardano sapore e consistenza: il gusto dell’aragosta è più tenue, mentre quello dell’astice è più deciso; inoltre la polpa dell’aragosta è infatti più delicata, mentre quella dell’astice è più soda ed elastica.

                                                                                                                                                                                Potete comprarla viva, come si usa nei ristoranti, in modo da essere sicuri della sua freschezza, oppure surgelata.

                                                                                                                                                                                Prima di procedere con la cottura dovrete pulire l’aragosta. Per farlo, dovrete spazzolarne bene la corazza sotto l’acqua corrente, lavarla bene, e infine eliminare il budellino nero che attraversa la coda (proprio come si fa per scampi e gamberi).

                                                                                                                                                                                Il metodo principale per la cottura è purtroppo quello di cuocerle vive in acqua bollente. Questo viene consentito perché studi precedenti sostenevano che le aragoste non hanno un sistema nervoso in grado di recepire il dolore. Un recente studio svizzero però, sembra smentire tale notizia. Secondo i ricercatori infatti, i movimenti del crostaceo sono da considerarsi veri e propri segnali di sofferenza. Per questo motivo, in Svizzera, dal 2018, è proibito cuocerle vive.

                                                                                                                                                                                Se avete optato per un esemplare vivo, legatelo a una tavoletta di legno dopo averne disteso la coda, in modo che non si arricci, e dopo averla tuffata nell’acqua bollente chiudete subito il coperchio, in modo da evitare che si slanci fuori.

                                                                                                                                                                                In alternativa, l’aragosta può anche essere cotta sulla griglia: in questo caso va divisa a metà per il lungo e cotta prima dal lato del dorso. Va cotta per circa 5-10 minuti per lato o finché la carne non diventerà traslucida. Infine, se decidete di farla brasata dovete dividerla in tranci.

                                                                                                                                                                                Il carapace dell’aragosta è una fonte di glucosamina, molecola che potrebbe interagire con il warfarin, con alcuni antitumorali, con il paracetamolo e con gli antidiabetici. In caso di dubbio è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                I crostacei possono essere causa di intolleranze alimentari. Inoltre l’aragosta può contenere mercurio tossico per la salute; per questo è bene non mangiarla troppo spesso, soprattutto durante la gravidanza.

                                                                                                                                                                                Per ridurre il rischio di patologie di origine alimentare è bene acquistare aragoste fresche solo se sono state conservate a una temperatura non superiore ai 4 gradi e non bisogna esporle a lungo a temperature più elevate.

                                                                                                                                                                                Barbabietola rossa

                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                Famiglia: Chenopodiaceae

                                                                                                                                                                                Genere: Beta

                                                                                                                                                                                Specie: Beta vulgaris L. var. cruenta L. Salisb.

                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                La barbabietola rossa, o bietola da orto, è un ortaggio da radice appartenente alla famiglia delle Chenopodiaceae, da non confondere con la barbabietola bianca (Beta vulgaris L. var. saccharifera L.) utilizzata per la produzione dello zucchero.

                                                                                                                                                                                È originaria del bacino del Mediterraneo ed è diffusa in tutta Italia, specialmente nelle regioni del Nord. Ne esistono diverse varietà e le cultivar vengono classificate in base alla forma della radice ed alla precocità del ciclo colturale (precoci, medio-precoci, medio-tardive).

                                                                                                                                                                                Sul mercato è presente sia per il consumo fresco che per l’industria in cui viene inscatolata o confezionata in contenitori di plastica sottovuoto.

                                                                                                                                                                                • Le barbabietole presentano molta acqua, poche calorie ed un buon quantitativo di fibra alimentare, del resto consumare solo una porzione di questo ortaggio permette di soddisfare un quinto dell’apporto raccomandato di fibra.

                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                  Per quanto riguarda i micronutrienti spicca il contenuto in potassio, che regola il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori dalle cellule ed è fondamentale per la normale funzione del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso. Buona è anche la concentrazione di ferro e manganese. Le barbabietole inoltre sono ricche di folati che hanno un ruolo fondamentale nella crescita e nella riproduzione delle cellule, in particolare dei globuli rossi, per la formazione del sistema nervoso centrale nell’embrione e nel feto.

                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                  Vi consigliamo, per beneficiare di queste vitamine, di consumarle crude, magari tagliate molto sottili, o previa rapida cottura per evitarne la distruzione al calore o la perdita in acqua.

                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                  A livello di molecole è opportuno citare le betalaine. Diversi studi hanno fatto emergere come queste molecole, assieme ad altri composti fenolici, possano esercitare effetti protettivi nei confronti delle malattie cardiovascolari, riducendo l’effetto ossidativo dei radicali liberi sui lipidi e riducendo la pressione sanguigna. In questo caso uno studio che ha valutato diverse tecniche di preparazione del vegetale conclude che la cottura sembra non ridurre il contenuto di queste sostanze.

                                                                                                                                                                                  • La barbabietola rossa (o bietola da orto) è una pianta erbacea biennale, che diventa annuale in coltura, che si differenzia dalla bietola da coste per la dimensione della radice, può infatti raggiungere 12 cm di diametro, e per la forma delle foglie poiché provviste di un lungo picciolo. Il lembo è liscio, spatoliforme, di colore verde o verde sfumato di rosso; la radice è carnosa e può essere globosa, rotonda, appiattita o cilindrica, esternamente di colore rosso e con una polpa il cui colore può variare da rosa a rosso a rosso-violaceo. La radice ingrossata prosegue con una radichetta sottile che non raggiunge grandi profondità.

                                                                                                                                                                                    Le caratteristiche biologiche e riproduttive sono simili a quelle della bietola da coste.

                                                                                                                                                                                    La sua coltivazione richiede zone a clima temperato umido; presenta una buona resistenza al freddo ma a temperature inferiori a 5°C la sua crescita si interrompe. Si adatta a tutti i tipi di terreno, anche se preferisce quelli profondi, freschi, ben drenati e dotati di sostanza organica, con pH neutro o subalcalino; tollera bene elevati gradi di salinità. Anche la siccità e gli stress idrici determinano un arresto della crescita delle radici e il loro indurimento.

                                                                                                                                                                                    Si tratta di una coltura sarchiata con semina scalare da marzo a ottobre. L’impianto può essere fatto per semina diretta o trapianto delle piantine, anche se quest’ultimo metodo viene utilizzato solo negli orti familiari per il pericolo di ottenere radici deformi o biforcate.

                                                                                                                                                                                    I semi vengono distribuiti a spaglio (se si tratta di singole aiuole) o meccanicamente, in file distanti 30-40 cm a una profondità di 1-2 cm. La densità è di circa 15-20 cm se si vogliono ottenere radici di grosse dimensioni. Ad ettaro si impiegano circa 10 kg di semente.

                                                                                                                                                                                    La raccolta si effettua dopo 60-90 giorni dalla semina, nel periodo compreso tra agosto e febbraio, in relazione alla precocità della cultivar e delle condizioni climatiche. La qualità migliore si ottiene con radici che hanno raggiunto un minimo di 5-8 cm di diametro.

                                                                                                                                                                                    Le piante, una volta raccolte, vengono ripulite dalle foglie più vecchie, lavate e riunite in mazzetti da 3-6.

                                                                                                                                                                                    La produzione può raggiungere e superare i 400 quintali ad ettaro in buone condizioni colturali e le radici, private delle foglie, possono essere conservate in frigo (a 0°C e 95% di umidità relativa) per circa 2 mesi.

                                                                                                                                                                                    • La barbabietola fresca ha ancora foglie e radici e può essere conservata in frigorifero o in un luogo fresco e umido per un massimo di 4 settimane.

                                                                                                                                                                                      Vi consigliamo di scegliere le barbabietole rosse e giovani che siano tenere, ma non morbide. Una volta pulita e sbollentata, la rapa rossa può essere conservata in freezer dai 6 agli 8 mesi.

                                                                                                                                                                                      Dalla spremitura delle barbabietole rosse (in particolare dalla var. rubra) si ottiene un colorante costituito da differenti pigmenti, tutti appartenenti alla classe delle betalaine, che può essere utilizzato come additivo alimentare e deve essere indicato in etichetta con la sigla E162.

                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                      Poiché alcuni composti chimici presenti nell’ortaggio sembrano essere in grado di rivitalizzare i globuli rossi, il consumo di barbabietole è raccomandato in particolare ai soggetti anemici

                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                      Data la presenza di elevate quantità di sali minerali e di ossalati ne è sconsigliato il consumo a chi soffre di calcolosi renale. Poiché stimolano la produzione di succhi gastrici, il consumo di barbabietole è sconsigliato a chi soffre di acidità di stomaco.

                                                                                                                                                                                        • Direttiva 2008/128/CE della commissione del 22 dicembre 2008 che stabilisce i requisiti di purezza specifici per le sostanze coloranti per uso alimentare.
                                                                                                                                                                                        • Guldiken B et al. (2016) “Home-Processed Red Beetroot (Beta vulgaris L.) Products: Changes in Antioxidant Properties and Bioaccessibility”, International Journal of Molecular Sciences; 17(6): 858.
                                                                                                                                                                                        • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                        • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                        • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                        Cetriolo

                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                        Famiglia: Cucurbitaceae

                                                                                                                                                                                        Genere: Cucumis

                                                                                                                                                                                        Specie: Cucumis sativus L.

                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                        I cetrioli sono ortaggi appartenenti alla stessa famiglia dei meloni, ovvero quella delle Cucurbitaceae. È una specie originaria delle pianure dell’Asia orientale e meridionale e viene coltivata in paesi a clima temperato-caldo. In Italia, viene coltivato soprattutto nel Lazio e nel Veneto ma anche in Puglia, Campania, Sicilia e in piccole quantità in Emilia-Romagna e Calabria.

                                                                                                                                                                                        I cetrioli presentano una forma allungata, che può arrivare anche fino a 30 cm, una buccia di colore verde scuro con piccole protuberanze e una polpa acquosa di colore verde chiaro con dei semini bianchi. Ne esistono però diverse varietà.

                                                                                                                                                                                        Tra i cetrioli a frutto grosso rientrano il “Cetriolo verde lungo delle Cascine”, cultivar precoce molto produttiva a frutto lunghissimo di ottima qualità, il “Cetriolo Lungo della Cina”, il “Cetriolo Rollison’s Telegraph”, cultivar molto vigorosa a frutto lunghissimo di colore verde scuro, liscio, il “Cetriolo corto bianco” o “Palla di neve”, cultivar precoce a frutto bianco, il “Cetriolo Torpedo”, cultivar precoce a frutto corto, il “Cetriolo Marketer”, cultivar medio precoce vigorosa e produttiva di origine americana il cui frutto è di 19-20 cm, di colore verde scuro, leggermente papilloso, il “Cetriolo Cubit”, cultivar precoce anch’essa di origine americana a frutto medio corto di 22 cm e il “Cetriolo Ashley”, che è una delle cultivar precoci più produttive che si presta anche per la coltivazione in serra, vigorosa, resistente all’oidio, con frutti affusolati all’estremità lunghi 20 cm.

                                                                                                                                                                                        Tra i cetrioli a frutto piccolo da sottaceto rientrano il “Cetriolino piccolo verde di Parigi”, cultivar da sottaceti rustica e molto produttiva, il “Cetriolino bianco da sottaceti”, cultivar a frutto piccolo con polpa soda, e il “Ceto”, ibrido resistente alla antracnosi e ai virus.

                                                                                                                                                                                        I cetrioli si consumano allo stato fresco o conservati sott’aceto.

                                                                                                                                                                                        • I cetrioli presentano un altissimo contenuto di acqua e un apporto calorico molto basso.  Per assicurare l’apporto di fibra devono essere consumati con la buccia. Le fibre promuovono il buon funzionamento dell’intestino, aiutano a ridurre il rischio di cancro al colon e controllano l’assorbimento di colesterolo e zuccheri, aiutando così a tenere sotto controllo glicemia e colesterolemia.

                                                                                                                                                                                          A livello di vitamine, sono prevalentemente presenti la vitamina C ed i folati, e dato che il cetriolo viene consumato prevalentemente crudo, non vengono assolutamente deteriorate. Apporta inoltre piccole quantità di sali minerali, tra cui fosforo e potassio.  

                                                                                                                                                                                          Inoltre il cetriolo è una fonte di nutrienti alleati della salute cardiovascolare, di antiossidanti e di nutrienti importanti per il funzionamento del metabolismo e per la salute delle ossa. Infine, il cetriolo esercita un lieve effetto diuretico.

                                                                                                                                                                                          Vi consigliamo di utilizzarli nel periodo estivo per arricchire le insalate.

                                                                                                                                                                                          Per quanto riguarda il cetriolo conservato sott’aceto, si tratta di una tecnica che prevede la fermentazione del vegetale in aggiunta di sale e, a volte, di zucchero. Questo prodotto ha una durata maggiore rispetto al cetriolo fresco, tuttavia occorre sempre controllare l’etichetta per evitare di apportare insieme all’ortaggio un quantitativo eccessivo di sale, il cui contenuto è indicato obbligatoriamente in etichetta.

                                                                                                                                                                                          Un consiglio è quello di sciacquare bene il prodotto prima del consumo per eliminare l’eccesso di sale o di optare per cetrioli sott’aceto con il minore contenuto di sale.

                                                                                                                                                                                          • Il cetriolo è una pianta annuale a fusto rampicante; il frutto è cilindrico di colore verde o bianco, giallo a maturità e con una polpa bianca che racchiude i semi costituita da un tessuto vitreo di sapore caratteristico. I frutti si consumano quando sono ancora immaturi, allo stato fresco o conservati sott’aceto.

                                                                                                                                                                                            Per la sua coltivazione il cetriolo richiede terreni molto fertili, freschi e irrigui ed esistono diverse tipologie di coltura. Nella coltura normale il cetriolo viene seminato all’aperto tra aprile e maggio e la semina solitamente è fatta in buchette, distanti 40-50 cm, lungo i solchetti abbinati, mettendo tre-quattro semi per ogni buchetta, distanziati di 2-3 cm e, quando le giovani piantine sono abbastanza sviluppate, si pratica il diradamento lasciando una sola piantina per posto. In seguito quando le piantine presentano 5-6 foglie, si cimano sopra la quarta foglia. Si formano anche dei getti che si possono lasciare sviluppare e distendere sul terreno o si lasciano attaccare a sostegni; con i sostegni i frutti vengono più diritti e più colorati e può essere eliminata l’operazione di cimatura. Inoltre, soprattutto per i cetrioli lasciati senza sostegno, durante la prima fase di vegetazione si eseguono accurate sarchiature in modo tale che il terreno, successivamente coperto dalla pianta, rimanga ben pulito.

                                                                                                                                                                                            Per la coltura dei cetriolini da sottaceto si seguono le stesse tecniche utilizzate nella coltura normale, ma non si cimano e la raccolta si fa molto anticipata cercando di levare frutti che abbiano raggiunto lo stesso volume. Si consiglia anche di seminarli a file semplici.

                                                                                                                                                                                            La coltura forzata o extrastagionale del cetriolo può essere più o meno “anticipata” in quanto la coltivazione invernale non in tutti i paesi è conveniente, soprattutto per il fatto che il prodotto trova molta difficoltà di collocamento sul mercato.

                                                                                                                                                                                            La coltura molto anticipata si svolge in serra fissa e in tunnel che vengono riscaldati con sistema ad acqua calda e aria calda. La semina viene effettuata nella seconda quindicina di dicembre, usando cassette di legno accatastabili di recupero, ben fognate, ripiene di un miscuglio di sabbia e terriccio derivato da sfattoccio di letti caldi, tutto accuratamente sterilizzato, e messe in serra calda alla temperatura di 16-17/22-24 °C. Dopo una ventina di giorni, quando le piantine hanno iniziato la emissione della prima foglia vera, si ripicchettano in “fertilpot” di 6 cm, anch’essi raccolti in accatastabili. Le piantine s’interrano fino ad un centimetro dalle foglie cotiledonali in maniera che nello spazio tra queste ed il colletto si formi un abbondante capillizio di radici avventizie, premessa ad una forte ripresa della piantina messa a dimora. I vasetti vengono riempiti con un miscuglio di terriccio e di sabbia e sterilizzati con vapore surriscaldato. La semina può essere fatta anche direttamente in vasetti o cubetti o in massetti di miscuglio letame-terra mettendo i semi sufficientemente profondi. Alla fine di gennaio, primi di febbraio, si esegue la piantagione in serra e le piantine si mettono in file alla distanza di 80 x 50 cm, su prodine rialzate almeno di 10-15 cm. Il terreno viene preparato con una vangatura o un’aratura profonda.

                                                                                                                                                                                            Per la coltura anticipata in pieno campo (o all’aperto) la semina del cetriolo si esegue ai primi di marzo, in cassone su letto caldo, generalmente in fertil-pot o paper-pot. Se la semina non è fatta in vasetti, dopo un paio di settimane si fa il trapianto in altro cassone con letto semicaldo, senza dare aria finché le piantine non hanno ripreso bene. Appena passato il periodo delle gelate, si fa il trapianto all’aperto in buchette scavate alla profondità di 30-40 cm dove è stato messo del letame in fermentazione coperto da uno strato di buon terriccio mescolato a terra vergine. Su queste piantine si possono sovrapporre delle campane di vetro o di plastica o speciali chassis vetrati o tunnel in plastica.

                                                                                                                                                                                            Generalmente la raccolta dei cetrioli inizia verso metà-fine di marzo e i primi di aprile e si protrae fino alla fine di giugno, periodo in cui le caratteristiche costruttive delle serre inibiscono la ulteriore vegetazione e produzione delle piante per eccessi di temperatura interna. Si ottengono in media 15 frutti vendibili a pianta.

                                                                                                                                                                                            In Italia i cetrioli si possono trovare in commercio da giugno a settembre.

                                                                                                                                                                                            • Per scegliere i cetrioli migliori, tenete conto dei seguenti parametri: la buccia deve essere verde senza nessuna striatura gialla, il cetriolo dovrà essere consistente e sodo, scegliete cetrioli non troppo grossi, in questo modo saranno meno amari.

                                                                                                                                                                                              I cetrioli si conservano in frigorifero e durano circa 4/5 giorni dopo l’acquisto. Sarebbe meglio non congelarli per non perdere proprietà e soprattutto consistenza.

                                                                                                                                                                                              I cetrioli potrebbero interferire con l’assunzione di diuretici e anticoagulanti. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico. A volte il cetriolo può accumulare tossine, in particolare cucurbitacine, che gli conferiscono un sapore amaro. In caso di problemi come nausea, vomito o diarrea associati al consumo di questo ortaggio è bene recarsi al pronto soccorso.

                                                                                                                                                                                                • Wilson EM, Johanningsmeier SD and Osborne JA (2015) “Consumer Acceptability of Cucumber Pickles Produced by Fermentation in Calcium Chloride Brine for Reduced Environmental Impact.”, Journal of food science;80(6):S1360-7.
                                                                                                                                                                                                • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                Ciliegie

                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                Famiglia: Rosaceae

                                                                                                                                                                                                Genere: Prunus

                                                                                                                                                                                                Specie: Prunus avium

                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                Le ciliegie sono il frutto del ciliegio dolce (Prunus avium L.), un albero originario dell’Est Europa e dell’Asia minore, molto diffuso in Italia e dal portamento assurgente.

                                                                                                                                                                                                Esiste anche il ciliegio acido (Prunus cerasus L.), che è un albero con un elevato bisogno di freddo e più diffuso nel Nord Italia e nell’Europa centro settentrionale., più cespuglioso e pollonifero; i frutti del ciliegio acido sono amarene, marasche e visciole, drupe simili a quelle del ciliegio dolce ma dal sapore più acidulo, talvolta quasi amaro.

                                                                                                                                                                                                Altra specie è il magaleppo o ciliegio di S. Lucia (Prunus mahaleb), la cui origine è collocata tra il Mar Nero e il Mar Caspio caratterizzato dall’avere frutti piccoli, non eduli, gialli o rossi, talvolta molto scuri. La varietà dolce è prodotta in Europa e USA, mentre la varietà acida è prodotta principalmente negli Stati Uniti. In Italia si trova soprattutto in Campania, Puglia, Veneto, Emilia-Romagna.

                                                                                                                                                                                                Le cultivar di ciliegio si dividono in duracine, che produce duroni con polpa soda, in genere più facili da snocciolare e adatti al congelamento, e tenerine, dalla polpa tenera. A seconda della varietà e della cultivar, la polpa della ciliegia coltivata può essere chiara o scura e la colorazione può variare dal giallo chiaro screziato di rosso (ad esempio Graffione bianco del Piemonte) al rosso scuro quasi nero (ad esempio durone nero di Vignola).

                                                                                                                                                                                                La ciliegia dolce viene utilizzata sia per il consumo fresco sia per la trasformazione industriale mentre amarene, marasche e visciole sono utilizzate soprattutto per la trasformazione industriale.

                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                La “Ciliegia di Marostica IGP”, che ha ottenuto il Riconoscimento nel 2012, presenta forma cuoriforme, è munita di peduncolo e ha un calibro compreso tra i 21 e i 30 mm. Presenta una buccia e una polpa mediamente soda, di colore variabile dal rosa al rosso scuro, succosa, dal gusto pieno, dolce e molto gradevole. Viene prodotta nella Provincia di Vicenza nei comuni di Salcedo, Fara Vicentino, Breganze, Mason, Molvena; Pianezze, Marostica, Bassano, limitatamente al territorio che si estende alla destra orografica del fiume Brenta ed infine in parte del territorio del comune di Schiavon.

                                                                                                                                                                                                La “Ciliegia di Vignola IGP” possiede una polpa consistente e croccante (ad esclusione della Mora di Vignola), una buccia lucente di colore giallo e rosso brillante per la varietà Durone della Marca e dal rosso brillante al rosso scuro per tutte le altre varietà e un sapore dolce e fruttato. La zona di produzione è nella fascia formata dal tratto pedemontano del fiume Panaro e altri corsi d’acqua minori, dai 30 metri s.l.m. fino alla quota di 950 metri e comprende il territorio di diversi Comuni delle Province di Modena e Bologna.

                                                                                                                                                                                                La “Ciliegia dell’Etna DOP”, che ha ottenuto il Riconoscimento nel 2011, ha una pezzatura medio-grossa, croccante all’esterno, con una polpa compatta e un peduncolo lungo. Il colore rosso brillante è dovuto al luogo in cui viene coltivata; infatti il suolo di origine vulcanica e le notevoli escursioni termiche ne determinano la colorazione tipica. Il frutto possiede un buon tenore zuccherino e la presenza di una bassa acidità, caratteristica distintiva rispetto alle altre varietà, permette di conferire un sapore gradevole ed equilibrato senza percepire la sensazione stucchevole tipica dei prodotti ad elevata concentrazione zuccherina. Un’ altra particolarità riguarda i tempi di maturazione, ovvero più ampi rispetto ad altre ciliegie perché proporzionati al progressivo innalzamento rispetto al livello del mare (fino ad altitudini di 1 600 metri) dei terreni di coltivazione della zona del vulcano Etna. La zona di produzione si estende dal mare Ionio fino ad altitudini di 1 600 metri s.l.m. sui versanti Est e Sud-Est dell’Etna e comprende diversi comuni in provincia di Catania.

                                                                                                                                                                                                • Le ciliegie apportano acqua, zuccheri e fibra alimentare, mentre sono povere di proteine e grassi. La fibra presente è della tipologia solubile, per questo le ciliegie sono un ottimo alimento utile per promuovere la salute dell’intestino, in quanto i microrganismi presenti in quest’ultimo sono in grado di nutrirsene, producendo composti con attività antiinfiammatorie ed antitumorali.

                                                                                                                                                                                                  Per quanto riguarda i micronutrienti, tra i minerali spiccano potassio, fosforo e magnesio, mentre tra le vitamine, la vitamina C, con azione antiossidante. Buona è anche la percentuale di melatonina, che oltrepassando la barriera ematoencefalica, sembra poter esercitare un effetto lenitivo sul sistema nervoso e aiutare a combattere problemi come il mal di testa e l’insonnia.

                                                                                                                                                                                                  Le ciliegie sono un concentrato di antocianine, responsabili anche della loro colorazione. Numerosi studi hanno approfondito il ruolo di questi composti per la salute e i risultati sembrano dire che una dieta ricca di antocianine sia utile in particolar modo per la prevenzione cardiovascolare.

                                                                                                                                                                                                  Non solo le antocianine, ma anche altri composti fenolici, principalmente derivati dagli acidi idrossicinnamici, sembrano mostrare un ruolo anti-proliferativo nei confronti di cellule tumorali. Tali risultati derivano da studi di laboratorio, servono conferme, intanto si possono aggiungere alla lista di buoni motivi per incoraggiare il consumo di ciliegie.

                                                                                                                                                                                                  • Il ciliegio dolce (Prunus avium L.) è un albero che raggiunge più di dieci metri di altezza, originario dell’Asia minore e molto diffuso in Italia, che presenta rami a legno e rami a frutto. Il frutto è la ciliegia che dal punto di vista botanico è una drupa con polpa tenera e dolce.

                                                                                                                                                                                                    Per quanto riguarda la coltivazione ha un elevato fabbisogno in caso di freddo, è molto sensibile ai ristagni idrici e la pioggia porta a spaccature del frutto oltre ad essere vettore di Monilia; inoltre una siccità prolungata danneggia la formazione dei fiori. È in aumento la fertirrigazione.

                                                                                                                                                                                                    La potatura mira a contenere lo sviluppo vegetativo rivolto verso l’alto, rinnovare le formazioni fruttifere che hanno già prodotto e portare luce nella chioma.

                                                                                                                                                                                                    La propagazione avviene principalmente per talea mentre da seme e propaggine si ottengono portinnesti.

                                                                                                                                                                                                    A seconda del tipo di raccolta si utilizzano tipologie di coltivazione differenti. Con la raccolta meccanica si utilizzano vaso o monocono; con la raccolta manuale vi sono forme a parete come la palmetta con densità bassa, oppure bandiera, ventaglio semplificato, mentre per le forme in parete c’è il vaso a tre branche. Oggi si tende a creare impianti ad alta densità, tra 800-1.000 piante/ha utilizzando ad esempio un vasetto basso.

                                                                                                                                                                                                    La raccolta delle ciliegie avviene tra maggio e luglio in base al colore della buccia e del residuo secco rifrattometrico; le ciliegie devono essere raccolte a maturazione completa in quanto una volta staccate dall’albero la maturazione si ferma. Il rendimento è maggiore effettuando la raccolta meccanica a discapito della qualità; solitamente si ottengono rese di 10 t/ha.

                                                                                                                                                                                                    Una volta raccolte le ciliegie devono essere sottoposte a cernita per eliminare i frutti di scarto e con pezzatura insufficiente. Fino al momento della consegna per la commercializzazione i frutti devono essere mantenuti in luoghi freschi e ombreggiati per evitare perdite di qualità e conservabilità.

                                                                                                                                                                                                    Per l’immissione al commercio le ciliegie devono essere confezionate in apposito contenitore di legno, plastica, cartone o altro materiale idoneo al massimo di 10 kg di prodotto. Il periodo di conservazione è limitato nel tempo e, nel caso in cui non vengano commercializzate entro 48 ore dalla raccolta, i frutti devono essere sottoposti a raffreddamento anche con la tecnica dell’idrocooling.

                                                                                                                                                                                                    Le ciliegie si trovano in commercio da maggio a luglio.

                                                                                                                                                                                                    • Quando scegliete le ciliegie fate attenzione ai dettagli e sceglietele con cura in base ad alcuni semplici ma essenziali criteri: evitate dunque i frutti che presentano ammaccature, buchi, tagli provocati da intemperie o parassiti. La cosa migliore per essere sicuri che le ciliegie siano davvero buone è quella di assaggiarle: evitate quelle troppo acerbe che quindi sapranno di poco o le ciliegie sovra mature che avranno un sapore eccessivamente dolce e un leggero gusto fermentato.

                                                                                                                                                                                                      Una volta acquistate, le ciliegie vanno conservate in frigorifero, meglio se all’interno di un sacchetto di carta o in un cestino così che l’aria abbia modo di circolare e si eviti la formazione di muffe. Lavatele solo poco prima di gustarle e cercate di consumarle entro 3 o 4 giorni dall’acquisto.

                                                                                                                                                                                                      Non risultano possibili interazioni delle ciliegie con farmaci o sostanze. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                        • Ballistreri G. et al. (2013) “Fruit quality and bioactive compounds relevant to human health of sweet cherry (Prunus avium L.) cultivars grown in Italy”, Food Chemistry; 140(4):630-8.
                                                                                                                                                                                                        • McCune LM et al. (2011) “Cherries and Health: A Review.”, Critical Reviews in Food Science and Nutrition;51(1):1-12.
                                                                                                                                                                                                        • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                        • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                        • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                        • www.internosblog.it

                                                                                                                                                                                                        Seppia

                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Sepiidae

                                                                                                                                                                                                        Genere: Sepia

                                                                                                                                                                                                        Specie: Sepia officinalis

                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                        La seppia è un mollusco marino cefalopode appartenente alla famiglia delle Sepiidae, che a sua volta comprende i tre Generi Metasepia, Sepia e Sepiella. Le seppie sono presenti praticamente in tutti i mari in diverse specie e nel Mediterraneo e nell’oceano Atlantico è molto frequente la varietà Sepia officinalis.

                                                                                                                                                                                                        Le sue carni sono gustose al palato, pregiate dal punto di vista nutrizionale e si prestano a diverse preparazioni; è reperibile più facilmente in primavera ed in autunno.

                                                                                                                                                                                                        In commercio si trova fresca o congelata.

                                                                                                                                                                                                        • Le seppie sono molluschi poveri di colesterolo e ricche di proteine ad alto valore biologico. Non mancano nemmeno le vitamine, presenti soprattutto la vitamina A, D, B1 e B12, mentre tra i minerali spiccano selenio, fosforo, potassio, ferro, rame e zinco.

                                                                                                                                                                                                          Grazie alla presenza della vitamina D, del calcio e del fosforo, le seppie sono molto utili per la salute delle ossa e dei denti. Nondimeno, supportano anche la memoria e la concentrazione, grazie ad un’azione anti-stress rafforzata dalle vitamine B1 e B12.

                                                                                                                                                                                                          Per quanto riguarda la vitamina A, questa ha effetti benefici sulla vista, mentre il buon contenuto di potassio fa di questo mollusco un buon alleato del sistema cardiovascolare.

                                                                                                                                                                                                          • La seppia è un mollusco cefalopode che presenta un corpo a forma di sacco: allungato, appiattito, largo e munito di due pinne laterali. Possiede 10 tentacoli, 8 dei quali corti e forniti di 5 o 6 file di ventose. Nel mantello è presente una conchiglia dorsale che costituisce lo scheletro, chiamata comunemente “osso di seppia” o seppione, che inizialmente è sottile e si ispessisce con il tempo. La seppia inoltre possiede il cosiddetto inchiostro, un liquido di colore nero che viene utilizzato a scopo difensivo “offuscando” l’acqua.

                                                                                                                                                                                                            La sua colorazione varia tra diverse tonalità permettendole di mimetizzarsi perfettamente con l’ambiente circostante; esistono seppie bianche striate di nero (nel periodo riproduttivo) o nere e i maschi si differenziano dalle femmine per una linea bianca lungo tutta la pinna.

                                                                                                                                                                                                            La crescita è relativamente rapida, infatti ad un anno la seppia misura circa 120 – 140 mm, a tre anni maschi e femmine misurano rispettivamente 300 e 250 mm. La maturità sessuale è raggiunta attorno agli 80 mm di lunghezza e la vita media di una seppia è di 3 – 4 anni.

                                                                                                                                                                                                            La seppia vive su fondali non molto profondi (fino a 100 metri) prediligendo quelli sabbiosi o melmosi o ricchi di posidonia. Solitamente vive piuttosto lontana dalle coste ma durante la stagione riproduttiva si avvicina alla costa per deporre le uova; queste sono nere, molto simili ad acini d’uva e per questo vengono chiamate uva di mare.

                                                                                                                                                                                                            Viene pescata nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale utilizzando reti a strascico e attrezzi da posta. Dei metodi quello a strascico è il più traumatico, invece quello delle “sfogliare” ha un impatto inferiore in quanto non tocca quasi per nulla le seppie adagiate sul fondo.

                                                                                                                                                                                                            La pesca delle seppie viene praticata tutto l’anno, anche se i periodi migliori sono tra gennaio e aprile e tra settembre e dicembre.

                                                                                                                                                                                                            • In primo luogo è sicuramente sconsigliata la frittura. La seppia fresca, poi, va pulita con attenzione, riponendola in congelatore prima dell’uso per rendere la carne più compatta e l’inchiostro semisodo. In questo modo sarà più semplice rimuoverlo, insieme alla vescica, ai visceri ed all’osso. Durante la fase di pulizia, è importante prestare attenzione ad eliminare anche la testa, gli occhi e il becco.

                                                                                                                                                                                                              Per riconoscere una buona seppia inoltre bisogna controllare che abbia un bel colore iridescente, senza macchie sul corpo e con occhi di un nero lucente. In alternativa al mollusco fresco, possiamo scegliere di preparare quello congelato: un po’ meno saporito, ma più morbido.

                                                                                                                                                                                                              Alcune volte al mercato si vedono sui banchi del pesce delle seppie completamente nere. Si tratta di esemplari traumatizzati e conseguente rottura della sacca del nero. Esemplari con la porzione cefalica consumata e l’interno pieno o sporco di sabbia provengono dalla raccolta di esemplari spiaggiati a causa dell’abbassamento della temperatura, avvenuta durante la stagione riproduttiva, quando le seppie si spostano sotto costa. Le seppie vendute spellate sono stratagemmi per evitare che possano essere notati traumi dovuti al rotolamento a causa del moto ondoso. L’alterazione del colore delle carni (bianco-rosa) indica perdita di freschezza del prodotto o il decongelamento.

                                                                                                                                                                                                              Poiché la seppia è composta in buona parte da tessuto connettivo, principalmente di origine proteica, non rientra tra gli alimenti consigliabili nella dieta per la gotta e l’iperuricemia. Inoltre per coloro che soffrono di disturbi digestivi o gastrite si consiglia di preferire seppie piccole o medie a quelle grandi, di congelarle, cuocerle in modo appropriato, evitando cotture troppo prolungate, e non di non consumarne quantità eccessive.

                                                                                                                                                                                                              Non sono note interazioni tra il consumo di seppie e l’assunzione di farmaci o altre sostanze.

                                                                                                                                                                                                              Polpo

                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Octopodidae

                                                                                                                                                                                                              Genere: Octopus

                                                                                                                                                                                                              Specie: Octopus vulgaris

                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                              Il polpo (Octopus vulgaris) è un mollusco cefalopode che si caratterizza per avere piede e testa uniti e per la presenza di estensioni (fa parte appunto della famiglia degli Octopodidae). Gli ottopodi infatti sono cefalopodi senza conchiglia interna con otto braccia cefaliche.

                                                                                                                                                                                                              È una specie presente in tutti i mari e oceani del mondo, prediligendo le acque calde temperate.

                                                                                                                                                                                                              Il polpo viene commercializzato fresco o congelato.

                                                                                                                                                                                                              • Il polpo è fonte di proteine ad alto valore biologico, sali minerali e vitamine, bassa è invece la percentuale di grassi. Per quanto riguarda i minerali fosforo e calcio sono importanti per la salute di ossa e denti; il potassio aiuta a mantenere la pressione della norma, può ridurre il rischio di calcoli renali ricorrenti e la perdita di tessuto osseo durante l’invecchiamento.

                                                                                                                                                                                                                Buone le quantità presenti di niacina, folati, vitamina A e vitamina B12. Attenzione invece al contenuto elevato di sodio, non è necessario infatti aggiungere sale.

                                                                                                                                                                                                                • Il polpo è una specie priva di scheletro che presenta una testa molto grande separata dal corpo per la presenza di una strozzatura e occhi piccoli e sporgenti lateralmente. La bocca si trova sotto la testa, al centro dei tentacoli. Possiede otto appendici, chiamate tentacoli, dotate ventralmente di due file di ventose che vengono usate per catturare le prede e per la riproduzione; una delle estensioni infatti ha la funzione di organo riproduttivo maschile.

                                                                                                                                                                                                                  Il polpo, grazie al sifone posizionato nel mantello dietro la testa, riesce ad espelle l’acqua per l’espirazione e a dirigere il movimento. Il polpo inoltre possiede un’alta capacità di mimetizzazione, grazie a degli speciali pigmenti, e un liquido nero prodotto da una ghiandola, chiamato “inchiostro”, che viene usato per depistare il predatore in caso di aggressione.

                                                                                                                                                                                                                  Questa specie si può trovare nei mari e negli oceani in acque calde del Mediterraneo, dell’Oceano Pacifico, Atlantico e Indiano. Si nutre prevalentemente di crostacei, cozze, vongole e ostriche, invece i principali predatori sono cernie, gronchi e murene. Durante il periodo estivo lo si trova su fondali bassi, prevalentemente vicino alla costa; d’inverno invece migra in profondità. I fondali infatti sono un terreno utile per deporre le uova. È una specie solitaria che di giorno rimane nel nascondiglio per poi uscire di notte per andare a caccia.

                                                                                                                                                                                                                  Nel Mediterraneo viene pescato da settembre a dicembre e da maggio a luglio, periodo nel quale è di taglia più grossa, utilizzando reti a strascico, attrezzi da posti e ami. Solitamente si trovano specie che non superano 1 kg di peso, anche se esistono alcuni polpi che raggiungono i 5-6 kg.

                                                                                                                                                                                                                  In commercio si può trovare tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                  • In commercio si trova tutto l’anno, sia fresco, sia decongelato. Si abbina a verdure come fagiolini, pomodori, patate, ed è perfetto come antipasto o come secondo. Il polpo si può cucinare in moltissimi modi. Il più comune è lessarlo per poi preparare gustosissime insalate. Per fare questa operazione occorre preparare dell’acqua aromatizzata con cipolle, alloro, sedano e carota. Dovete immergere il polpo nell’acqua fredda e lasciarlo cuocere per un’ora a fuoco dolce. Una volta cotto lasciatelo raffreddare nella sua acqua, per evitare che si indurisca.

                                                                                                                                                                                                                    Il polpo fresco e pulito si conserva in frigorifero per un giorno. Si può anche congelare: in questo caso va pulito e poi messo in un sacchetto per alimenti chiuso ermeticamente. Può essere conservato per due mesi. Il polpo si può congelare anche da cotto. Fatelo raffreddare, tagliatelo a pezzettini, disponetelo sopra un vassoio ricoperto da carta da forno e fatelo congelare. Una volta congelato trasferite i pezzi in un sacchetto per alimenti, richiudete e riponete in freezer.

                                                                                                                                                                                                                    È bene consumare il polpo dopo averlo cotto: la cottura infatti annienta eventuali sostanze tossiche, come per esempio Anisakis, un parassita presente anche nel Mar Mediterraneo. È importante sapere che una normativa europea (Regolamento CE 853/2004, sulla «Vendita e somministrazione di preparazioni gastronomiche contenenti prodotti della pesca destinati ad essere consumati crudi o praticamente crudi») obbliga chi vende o somministra pesce fresco a congelarlo a 20 gradi per almeno 24 ore. Pertanto, prima di consumarlo crudo, è bene informarsi se sia stato effettuato il congelamento preventivo. A casa invece, è bene congelare il polpo per almeno 96 ore a -18°C in un congelatore a tre o più stelle, prima di consumarlo crudo.

                                                                                                                                                                                                                    Fichi

                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                    Famiglia: Moraceae

                                                                                                                                                                                                                    Genere: Ficus

                                                                                                                                                                                                                    Specie: Ficus carica L.

                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                    I fichi sono i frutti dell’albero originario dell’Asia occidentale che venne poi introdotto, e ancora oggi coltivato, nell’area mediterranea.

                                                                                                                                                                                                                    I principali produttori sono la Turchia, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la California; in Italia è presente sia in forma specializzata che consociata, soprattutto in Puglia, Campania e Calabria.

                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                    Le diverse cultivar vengono classificate in base a:

                                                                                                                                                                                                                    • numero di fruttificazioni annue: unifere (una sola produzione principale di “forniti”); bifere (una produzione precoce di “fioroni”, oltre alla principale); trifere, molto poco diffuse (hanno una produzione precoce, una principale e una tardiva).
                                                                                                                                                                                                                    • suscettibilità alla caprificazione: unifere caprificabili (produzione di forniti mediante caprificazione); unifere e bifere non caprificabili (produzione di fioroni e forniti in assenza di caprificazione); bifere intermedie (caprificabili per i forniti e fioroni per via partenocarpica).
                                                                                                                                                                                                                    • epoca di maturazione: i forniti (fichi veri) si distinguono in cultivar precoci (maturazione entro agosto) e tardive (maturazione da settembre in poi). Per i fioroni invece non la maturazione avviene sempre tra metà giugno e luglio;
                                                                                                                                                                                                                    • colore della buccia: fichi bianchi (colore da verde a giallo-verdastro); fichi neri o violetti (con buccia da marrone a rosso violetto o viola-nerastro).
                                                                                                                                                                                                                    • destinazione della produzione: per il consumo fresco (tutte le cultivar); per l’essiccazione (cultivar caratterizzate da maturazione precoce, con produzione di forniti bianchi, buccia integra, resistente ed elastica, polpa densa e zuccherina).

                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                    In Italia sono presenti anche delle DOP (Denominazione di Origine Protetta).

                                                                                                                                                                                                                    Il Fico Bianco del Cilento DOP viene prodotto in 68 comuni a sud di Salerno, in gran parte inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. Deriva da uno specifico ecotipo della cultivar Dottato e deve la sua denominazione al colore giallo chiaro uniforme della buccia dei frutti essiccati, che diventa marroncino per i frutti che abbiano subito un processo di cottura in forno. La polpa ha una consistenza pastosa, dal gusto molto dolce, di colore giallo ambrato, con acheni prevalentemente vuoti e ricettacolo interno quasi interamente pieno.

                                                                                                                                                                                                                    I Fichi di Cosenza DOP vengono coltivati in una porzione pari a circa un terzo della Provincia di Cosenza, delimitata a Nord dall’ampio versante meridionale del Massiccio del Pollino, che ne impedisce il contatto con la regione Basilicata, mentre a Sud dalla Sila e dai fiumi che da questa scendono; l’area comprende terreni con altitudine da 0 a 800 metri di altitudine, escludendo però le pendenze del terreno superiori al 35%. Con tale denominazione si indicano esclusivamente i frutti essiccati di fico domestico appartenenti alla varietà “Dottato” (o “Ottato”). Il colore della loro buccia inizialmente è di colore verde paglierino, che poi diventa giallo verdastra. La polpa è ambrata, mediamente soda e leggermente aromatica e il succo risulta poco denso; il sapore dei frutti è dolce e mielato.

                                                                                                                                                                                                                    I fichi si consumano freschi o essiccati.

                                                                                                                                                                                                                    • I fichi sono composti principalmente da acqua e zuccheri, come si può dedurre anche dal loro gusto particolarmente zuccherino. In realtà il contributo calorico è simile a quello di mele o kiwi, quindi non deve essere un alimento temuto per la linea.

                                                                                                                                                                                                                      I fichi sono anche un’ottima fonte di fibra insolubile essenziale per la salute dell’intestino ed utile nel dare sazietà.

                                                                                                                                                                                                                      Una porzione di fichi freschi apporta anche buone quantità di potassio, calcio, manganese e vitamine del gruppo B, in particolare acido pantotenico, importanti fattori coinvolti nel metabolismo dei nutrienti. La vitamina C è contenuta in piccole quantità nei fichi freschi, mentre in quelli secchi è del tutto assente poiché persa in seguito al processo di disidratazione.

                                                                                                                                                                                                                      La colorazione particolare dei fichi è dovuta alle antocianine, molecole fondamentali per modulare il rischio cardiovascolare, e si osserva particolarmente nei frutti ben maturi e nelle varietà con la buccia molto scura. Proprio per questo vi consigliamo di consumare i fichi con la buccia, dopo averla appositamente lavata, anche per incrementare la quota di fibra presente.

                                                                                                                                                                                                                      • Il fico è una pianta molto resistente alla siccità, teme i ristagni idrici e risente molto delle avversità climatiche, in particolare delle basse temperature (non resiste a -10°C) e della grandine, che possono distruggere completamente la produzione. Ama i terreni freschi, profondi e ben dotati di sostanza organica e si trova nelle stesse regioni della vite, dell’olivo e degli agrumi.

                                                                                                                                                                                                                        La specie è presente in due forme botaniche definite come piante maschio o caprifico che produce il polline con frutti non commestibili, e piante femmina o fico vero che produce i semi contenuti nei frutti commestibili.

                                                                                                                                                                                                                        Il fico domestico è caratterizzato da un apparato radicale molto espanso e superficiale, tronco robusto, con corteccia liscia grigiastra, che può raggiungere gli 8 metri di altezza. Sui rami sono presenti foglie tri-pentalobate, rugose su cui sono inserite le gemme a fiore che schiudendosi danno origine a un’infiorescenza, detta siconio. Il fico domestico produce due tipi di frutti: i fioroni, o fichi primaticci, che si formano in autunno, maturano nella tarda primavera dell’anno successivo e presentano fiori femminili sterili, e i fichi veri che si formano in primavera, maturano a fine estate dello stesso anno e portano fiori femminili fertili o sterili a seconda della varietà.

                                                                                                                                                                                                                        La formazione del frutto può avvenire sia per partenocarpia che per caprificazione, ovvero mediante fecondazione assicurata dall’imenottero Blastophaga psenes.

                                                                                                                                                                                                                        Nel caprifico (pianta maschio), invece, sono presenti sia fiori maschili che femminili e, a seconda del periodo, si possono formare mamme (prodotti nel periodo invernale con solo fiori femminili abortiti), profichi (prodotti in primavera con fiori femminili abortiti e fiori maschili in prossimità dell’ostiolo) o mammoni (presentano all’interno fiori femminili sterili e fertili oltre a quelli maschili).

                                                                                                                                                                                                                        I veri frutti commestibili, o acheni, sono riuniti in un siconio carnoso delle sole cultivar femminili; la forma dei frutti è variabile, da sferico appiattita a piriforme-allungata, e il colore della buccia è bianco-verdastro e nero.

                                                                                                                                                                                                                        Il fico domestico si propaga sia per talea (utilizzando rami di 2-3 anni), sia tramite pollone radicato e l’impianto, in genere, è effettuato a fine inverno. La potatura viene effettuata in inverno e la concimazione può essere fatta ricorrendo al sovescio di leguminose. La pianta inizia a produrre intorno al 5° anno dall’impianto, raggiungendo la massima produzione (40-60 kg di frutti) dai 30 ai 40 anni e poi, gradualmente, inizia ad avere una resa minore; può sopravvivere sino ai 60 anni e oltre.

                                                                                                                                                                                                                        La raccolta avviene nella prima decade di giugno al Sud o a inizio agosto al Nord per le cultivar precoci; a fine luglio-fine settembre al Sud od ottobre al Nord per le cultivar principali “forniti”, invece a novembre-aprile per le cultivar tardive “cimaruoli”.

                                                                                                                                                                                                                        I siconi sono molto delicati per cui durante la raccolta bisogna fare attenzione nello staccare il frutto con il peduncolo evitando di lacerare la buccia. Inoltre, una volta distaccati, i siconi arrestano il loro processo di maturazione e i frutti mostrano una scarsa serbevolezza; i frutti freschi possono essere refrigerati per 10-30 giorni (1-2°C e 90% di U.R).

                                                                                                                                                                                                                        In commercio i fichi si possono trovare freschi o essiccati. Il processo di essicazione può iniziare sull’albero oppure dopo la raccolta. Nel primo caso, in condizioni di buon soleggiamento, l’essiccazione dei siconi interi viene completata in 4-8 giorni; nel secondo caso i fichi tagliati longitudinalmente in due metà richiedono 12-16 giorni per essere essiccati. Si ricorre all’essiccazione in stufa per completare il processo o per avviarlo (ciò consente di avere un prodotto più chiaro).

                                                                                                                                                                                                                        I fichi possono essere anche usati per produrre fichi caramellati, dolci, insalate di frutta e marmellate.

                                                                                                                                                                                                                        In Italia la loro produzione inizia a giugno e prosegue fino ad agosto.

                                                                                                                                                                                                                        • Eccezionali consumati freschi, i fichi si prestano benissimo anche alla conservazione, tanto è vero che, anticamente, venivano considerati una fonte di energia e di dolcezza per tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                          Se acquistate i fichi con questo obiettivo, sceglieteli né troppo duri né troppo maturi. La parte inferiore deve essere cicatrizzata e “pulita”, senza fuoriuscite di succo zuccherino. La buccia deve essere compatta e senza tagli.

                                                                                                                                                                                                                          Nel caso voleste essiccarli per consumarli tutto l’anno, vi ricordiamo che l’essicazione è un processo che aumenta le kcal, ma potenzia le virtù lassative, visto che la fibra viene concentrata. Per prepararli, il metodo tradizionale tipico del sud Italia prevede che i fichi secchi vengano esposti al sole e poi bolliti. Perché la preparazione riesca correttamente, bisogna selezionare i frutti sodi, maturi e senza imperfezioni.

                                                                                                                                                                                                                          Si comincia lavando delicatamente i fichi secchi e tamponandoli con un panno da cucina pulito per eliminare l’eccesso di acqua. Si tagliano a metà nel senso della lunghezza, avendo cura di non recidere completamente l’estremità. Si posizionano su un vassoio ricoperto da carta da forno e si espongono al sole avendo cura di girarli due o tre volte al giorno. Ci vorranno dai 2 ai 7 giorni di esposizione perché siano pronti. Di notte sarà meglio portarli in casa in modo che non vengano a contatto con l’umidità serale. I fichi saranno pronti quando saranno scuri e appassiti. A questo punto si può farcire ciascuna coppia di fichi con mezza noce, una mandorla o una scorzetta di cedro candito, chiuderla e infornare a 180 gradi per circa 10-15 minuti fino a farli dorare. Per renderli ancora più morbidi e golosi, si possono spennellare, prima di metterli in forno, con uno sciroppo di acqua e zucchero per renderli caramellati.

                                                                                                                                                                                                                          Sono una fonte di ossalati, molecole che se troppo concentrate possono promuovere la formazione di calcoli. Per questo motivo, se ne sconsiglia l’uso alle persone con problemi ai reni o alla cistifellea non controllati.

                                                                                                                                                                                                                          Infine, i fichi secchi possono contenere solfiti, sostanze che agiscono come conservanti ma che possono anche provocare reazioni di intolleranza, particolarmente gravi nel caso in cui si soffra di asma.

                                                                                                                                                                                                                          Il consumo di fichi può interferire con l’azione degli ossazolidinoni, molecole utilizzate come antimicrobici. Ne è un esempio il linezolid.

                                                                                                                                                                                                                            • Barolo MI, Mostacero NR, López SN (2014) “Ficus carica L. (Moraceae): An ancient source of food and health.”, Food Chemistry; 164:119-127.
                                                                                                                                                                                                                            • Santos PHS, Silva MA (2008) “Retention of Vitamin C in Drying Processes of Fruits and Vegetables – A Review.”, Drying Technology; Volume 26, 2008 – Issue 12, Pages 1421-1437.
                                                                                                                                                                                                                            • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                            • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                            • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                            Fagiolini

                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                            Famiglia: Fabaceae

                                                                                                                                                                                                                            Genere: Phaseolus

                                                                                                                                                                                                                            Specie: Phaseolus vulgaris

                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                            I fagiolini sono i baccelli non maturi della specie Phaseolus vulgaris e sono conosciuti anche come cornetti.

                                                                                                                                                                                                                            La zona di produzione è l’area Mediterranea, dall’Italia alle coste del nord Africa; i fagiolini da consumo fresco infatti per crescere necessitano di temperature calde, tra i 18 e i 26°C.

                                                                                                                                                                                                                            Esistono diverse varietà di fagiolini che differiscono nella forma e nel colore; in Italia vengono coltivate soprattutto due varietà di fagiolini, che vengono raccolte nel periodo estivo.

                                                                                                                                                                                                                            Le varietà coltivate hanno un baccello dalla consistenza croccante e sono prive di filo; i fagiolini più comuni presentano un baccello di colore verde e la forma allungata, più o meno sottile, mentre altre varietà locali poco diffuse hanno baccelli anche di colore giallo o violaceo.

                                                                                                                                                                                                                            In commercio i fagiolini si trovano freschi o in scatola.

                                                                                                                                                                                                                            • I fagiolini sono ricchi di acqua e poveri di calorie, proprio per questo si prestano molto nella stagione estiva ad essere utilizzati nelle insalate. Anche il loro contenuto di fibra è buono, infatti una porzione soddisfa all’incirca il 25% della quantità raccomandata per un adulto. I fagiolini, essendo ricchi di fibre, favoriscono il regolare funzionamento dell’intestino e aiutano a proteggere la mucosa del colon da sostanze potenzialmente dannose, riducendo così il rischio di tumore; inoltre aiutano a ridurre i livelli di glicemia e colesterolo.

                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                              Per quanto riguarda i micronutrienti, i fagiolini sono noti per il loro contenuto in folati, essenziali per la crescita e la riproduzione delle cellule e per la formazione del sistema nervoso nel feto.

                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                              Buono è anche il loro contenuto di vitamina A e C, con azione antiossidante. La vitamina B12 invece è fondamentale per la sintesi del DNA e la divisione cellulare, mentre le altre vitamine del gruppo B contribuiscono a garantire il buon funzionamento del metabolismo.

                                                                                                                                                                                                                              • I fagiolini sono i baccelli della pianta annuale a rapido sviluppo; le prime foglie sono semplici, le altre trifogliate con foglioline cuoriformi. I fiori sono riuniti a grappoli di colore per lo più bianco e la fioritura è cleistogama. Il frutto è un legume pendulo, pluriseminato, che può essere compresso o cilindrico, di colore verde o giallo e dalla lunghezza variabile (da 60 a 220 mm).

                                                                                                                                                                                                                                All’interno del baccello possono essere presenti o meno dei tessuti fibrosi ed è in base a questa caratteristica che si determina il tipo di utilizzazione. I baccelli possono essere con filo e in questo caso le valve si separano con facilità proprio per la presenza di un cordone fibroso lungo le linee di saldatura (“filo”) e hanno strati di tessuto fibroso (“pergamena”) entro ciascuna valva; vengono utilizzati per seme. I baccelli senza filo e senza pergamena, ovvero i fagiolini, sono invece teneri e carnosi a lungo.

                                                                                                                                                                                                                                I fagiolini vengono seminati dall’inizio della primavera fino all’estate inoltrata in quanto per crescere hanno bisogno una temperatura che va dai 18 ai 26°C; nel caso in cui ci si trovi in una zona particolarmente fredda, è meglio attendere il mese di maggio, quando sarà terminato il periodo delle gelate notturne. Per la semina si effettuano delle buche nel terreno, profonde circa venti centimetri e distanti almeno quindici centimetri, e in ogni buca viene posto un seme.

                                                                                                                                                                                                                                Nella piccola coltura i fagiolini e i baccelli freschi si raccolgono a mano scalarmene, mentre nella grande coltura la raccolta è meccanizzata e i fagiolini si raccolgono con apposite macchine raccoglitrici (pettinatrici). Durante la raccolta manuale è importante staccare i fagiolini quando sono ancora teneri, prima che i semini all’interno si ingrossino troppo.

                                                                                                                                                                                                                                Una volta raccolto il prodotto raggiunge lo stabilimento nell’arco di poche ore per evitare qualsiasi tipo di deterioramento. Mediante l’utilizzo di un sistema di nastri trasportatori il prodotto passa prima attraverso un sistema di ventilazione che consente la separazione dei baccelli dalle parti inerti e successivamente raggiunge un primo banco cernita vibrante, dove alcuni operatori, eseguono una cernita per separare i fagiolini intatti dalle impurità (foglie, strocchi etc.) e dai fagiolini spezzati. Successivamente il prodotto viene imbustato e confezionato in magazzino e può quindi essere conservato, se necessario, in celle frigorifere per alcuni giorni senza deteriorarsi.

                                                                                                                                                                                                                                In Italia i fagiolini si trovano in commercio da maggio a settembre.

                                                                                                                                                                                                                                • Esistono molte varietà di fagiolini, da quelli più grossi, corposi e croccanti a quelli più piccini, privi di filamento e tenerissimi, ma scegliete sempre i fagiolini in base a queste caratteristiche:

                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                  • colore: i fagiolini dovranno essere verdi e privi di macchie gialle;
                                                                                                                                                                                                                                  • consistenza: il baccello dei fagiolini dovrà essere integro e sodo, se fagiolini non sono duri al tatto, non acquistateli.

                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                  Pulire i fagiolini è molto semplice: eliminate con una lama liscia entrambi gli estremi e privateli dell’eventuale filetto che risulterebbe fibroso al palato.

                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                  Per conservare i fagiolini correttamente è importante osservare alcuni accorgimenti. Scegliete dei fagiolini verdi freschi e teneri, cercando anche di preferire le varietà prive di filo. Se i fagiolini che avete scelto sono piccoli, potete tranquillamente conservarli interi, mentre se sono più grandi potete dividerli in 3 o 4 parti.

                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                  Per conservare i fagiolini al naturale il metodo più adatto è la congelazione: al momento dell’uso, è necessario solo scongelarli. Forse non tutti sanno che è possibile congelare i fagiolini sia da cotti che da crudi. In alternativa, un ottimo metodo di conservazione è il sott’olio.

                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                  In commercio si trovano facilmente fagiolini surgelati i quali, una volta cotti, perdono buona parte del loro contenuto di vitamina C. Alcuni studi scientifici si sono concentrati su come i metodi di cottura influenzino questa perdita: le strategie migliori per preservare la vitamina C dell’alimento sono risultate la cottura al vapore oppure in una pentola antiaderente con poca acqua.

                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                  I fagiolini sono una fonte di acido ossalico, sostanza che può favorire la formazione di calcoli.

                                                                                                                                                                                                                                    • Baardseth P, et al. (2010) “Vitamin C, total phenolics and antioxidative activity in tip-cut green beans (Phaseolus vulgaris L) and swede rods (Brassica napus var. napobrassica) processed by methods used in catering.”, Journal of the Science of Food and Agriculture;90(7):1245-55.
                                                                                                                                                                                                                                    • Nursal B and Yucecan S (2000) ”Vitamin C losses in some frozen vegetables due to various cooking methods.”, Die Nahrung;44(6):451-3.
                                                                                                                                                                                                                                    • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                    • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                    • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                    Kefir

                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                    Il kefir è una bevanda fermentata di origine caucasica. È un prodotto ottenuto per coagulazione del latte utilizzando fermenti lattici e lieviti.

                                                                                                                                                                                                                                    I latti fermentati sono raggruppati in due grandi categorie: i latti acidi, detti anche yogurt, e i latti acido-alcolici, detti anche kefir. Queste due categorie differiscono per diversi aspetti.

                                                                                                                                                                                                                                    Il kefir, rispetto allo yogurt, presenta un leggero contenuto di alcol etilico (1-2%) e di anidride carbonica dovuto al metabolismo dei microorganismi in esso contenuti e la fermentazione avviene a temperatura ambiente; lo yogurt invece si forma quasi esclusivamente per fermentazione lattica e, perché avvenga, necessita di calore. Nel kefir inoltre sono presenti un maggior numero di grassi e batteri rispetto allo yogurt.

                                                                                                                                                                                                                                    Negli ultimi anni si sta assistendo ad un continuo e cospicuo incremento della produzione mondiale di kefir.

                                                                                                                                                                                                                                    Il kefir presenta una consistenza cremosa e un sapore aspro. Viene consumato crudo, fresco (non conservato) e freddo, spesso associato a miele e frutta.

                                                                                                                                                                                                                                    • Il kefir è un prodotto facilmente digeribile, in grado di promuovere la salute dell’intestino: aiuta ad alleviare i sintomi intestinali, favorisce la motilità intestinale, riduce la flatulenza e può aiutare la salute della flora intestinale.

                                                                                                                                                                                                                                      Il kefir esercita un’azione antagonista nei confronti di vari patogeni come Salmonella, Shigella, Staphylococcus, Helicobacter pylori, Escherichia coli, Bacillus subtilis, Micrococcus luteus, Listeria monocytogenes, Streptococcus pyogenes e anche contro il lievito Candida albicans. In particolare, Lactobacillus kefiri è in grado di inibire l’adesione e l’invasione da parte di Salmonella enterica.

                                                                                                                                                                                                                                      Dal punto di vista nutrizionale il kefir prodotto a partire dal latte è una fonte di proteine di buona qualità e dall’effetto saziante. Inoltre è ricco di vitamine e minerali che aiutano a mantenere in salute il sistema immunitario, a promuovere il buon funzionamento del metabolismo e a proteggere la salute di ossa e denti.

                                                                                                                                                                                                                                      Per quanto riguarda la composizione vitaminica, troviamo vitamine del gruppo B (soprattutto B1,B2, B5), C, A e K. Inoltre, le concentrazioni di piridossina (vit.B6), vitamina B12, acido folico, biotina (vit.B8), tiamina (vit.B1) e riboflavina (vit.B2) aumentano durante il processo di fermentazione. È inoltre una buona fonte di minerali come Magnesio, Calcio, Fosforo, Ferro e Zinco.

                                                                                                                                                                                                                                      Le proprietà benefiche del kefir sono già note da molto tempo. I benefici riguardano attività antimicrobica, antitumorale, antiinfiammatoria, trattamento dell’obesità, abbassamento del colesterolo, effetti antiossidanti, miglioramento della tolleranza al lattosio e miglioramento della flora batterica intestinale. Infine, sembra esercitare un effetto rilassante sul sistema nervoso; assunto all’interno di una dieta varia, equilibrata e sana potrebbe quindi aiutare a combattere problemi di insonnia e disturbi dell’umore.

                                                                                                                                                                                                                                      • Il kefir è un latte fermentato che mantiene una piccola parte del lattosio iniziale, non viene prodotto per coagulazione delle proteine caseine e pertanto è considerato un latticino.

                                                                                                                                                                                                                                        I latti fermentati, di cui fa parte il kefir, sono prodotti ottenuti per coagulazione del latte ad opera di microrganismi della fermentazione acida (yogurt) o acido-alcolica (kefir). Il latte viene omogeneizzato, pastorizzato, concentrato fino al 14% di residuo secco (per conferire al prodotto una certa consistenza) e inoculato con batteri lattici lasciati incubare per alcune ore, fino ad ottenere pH 4,0. Il prodotto può poi essere addizionato di frutta fresca o surgelata (con aggiunta di saccarosio). Per ottenere lo yogurt vengono innestati batteri quali lo Streptococcus thermophilus e il Lactobacillus bulgaricus, che trasformano il lattosio in acido lattico. Nei granuli di kefir vengono utilizzati batteri del genere Acetobacter, Lactobacillus (kefiri, parakefiri, kefiranofaciens subsp. kefiranofaciens e subsp. kefirgranum), Lactococcus e Leuconostoc, e lieviti del genere Candida, Kluyveromyces e Saccharomyces; tali starter biologici sono reciprocamente simbionti tenuti assieme dalle proteine coagulate. Durante i primi stadi della fermentazione il batterio dominante è L. kefiranofaciens, mentre negli ultimi stadi Leuconostoc mesenteroides. La concentrazione di esopolisaccaridi, inoltre, aumenta con il tempo di fermentazione.

                                                                                                                                                                                                                                        Il prodotto così ottenuto si presenta fluido e spumoso, con sapore acidulo e debolmente alcolico (1-1,5 gradi alcolici); se durante la preparazione si utilizza l’1% di granuli si ottiene un prodotto viscoso e poco acido, mentre se si utilizza un 10% di granuli si ottiene un prodotto acido, con una bassa viscosità e un’alta effervescenza.

                                                                                                                                                                                                                                        A livello industriale non si utilizzano i granuli, bensì specifici mix standardizzati di batteri e lieviti, e tali prodotti si distinguono per una gradazione alcolica inferiore, spesso al di sotto della soglia dell’uno percento o in alcuni casi addirittura nulla.

                                                                                                                                                                                                                                        L’attuale processo di produzione prevede la preparazione iniziale di una “coltura madre” preparata incubando il latte con granuli di kefir (2% –3%) utilizzando dei sacchi di pelle che vengono agitati regolarmente per ottenere una fermentazione naturale. I granuli vengono poi rimossi mediante filtrazione e la risultante coltura madre liquida viene aggiunta al latte (1% –3%), che viene fermentato per 12-18 ore a 20-25°C per ottenere il kefir. I grani di kefir rimossi per filtrazione vengono utilizzati per le successive fermentazioni asciugandoli a temperatura ambiente e conservandoli a una temperatura di 4° C.

                                                                                                                                                                                                                                        Durante il processo di preparazione è importante la scelta del tipo di latte da utilizzare, generalmente quello pastorizzato, la proporzione granuli e latte, che influisce sulla viscosità e sull’acidità del prodotto, il tempo della fermentazione, solitamente 18-24 ore di incubazione, e la temperatura di fermentazione, il cui range è tra i 18 e i 30°C con la temperatura ottimale che si ha a 25°C.

                                                                                                                                                                                                                                        Con il processo di fermentazione si ha la produzione di alcuni metaboliti quali esopolisaccaridi, acidi formico, propionico, succinico, vitamine e batteriocine, che contribuiscono al particolare aroma, sapore e alle proprietà benefiche della bevanda. I principali prodotti della fermentazione sono acido lattico, anidride carbonica e etanolo.

                                                                                                                                                                                                                                        • Se è un alimento che vi piace ed alla base della vostra nutrizione, vi consigliamo di prepararvi il vostro kefir in maniera artigianale a casa.

                                                                                                                                                                                                                                          Per la preparazione del kefir servirà il kefiran, o granuli di kefir, un polisaccaride ricco di colonie di batteri e lieviti. Oltre al kefiran occorreranno anche un barattolo di vetro da 1 litro e un tappo traspirante: potete utilizzare anche carta stagnola, da cucina, oppure uno strofinaccio pulito, un colino a meglie strette e un barattolino di vetro. Avrete poi bisogno del cosiddetto “terreno di coltura”, grazie al quale verranno nutriti i microorganismi presenti nei granuli di kefir. Solitamente si utilizza il latte intero, di vacca o di capra: otterrete così un classico kefir dal sapore acidulo e dalla consistenza quasi cremosa, simile a quella dello yogurt. Se non preferite il latte vaccino potete preparare il kefir con il latte vegetale come quello di soia, di riso o il latte di cocco naturale: assicuratevi però che sia privo di zuccheri aggiunti e di agenti chimici.

                                                                                                                                                                                                                                          Versate i granuli di kefir nel barattolo di vetro da 1 litro, aggiungete il latte facendo attenzione a non riempire il vaso fino all’orlo: lasciate 1/3 di vaso libero, in quanto la fermentazione ha bisogno di ossigeno. Coprite il vaso e lasciatelo a temperatura ambiente: la temperatura ideale è 20°C. Lasciate fermentare per 24 ore, mescolando almeno per un paio di volte, e filtrate poi il kefir con il colino. Dopo averlo filtrato conservate il kefir in frigo per almeno un paio d’ore. Il vostro kefir sarà pronto da bere e sarà possibile utilizzarlo per le vostre preparazioni.

                                                                                                                                                                                                                                          Una volta pronto potete conservare il kefir in frigorifero fino a 15 giorni, chiuso in un contenitore ermetico.

                                                                                                                                                                                                                                          La sua peculiare composizione lo rende un alimento particolarmente adatto in caso di intolleranza al lattosio.

                                                                                                                                                                                                                                          Se è a base di latte il kefir potrebbe interferire con l’assunzione della ciprofloxacina o delle tetracicline. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                            • de Oliveira Leite AM et al. (2013) “Microbiological, technological and therapeutic properties of kefir: a natural probiotic beverage”, Brazilian journal of microbiology;44(2):341-9.
                                                                                                                                                                                                                                            • Farnworth ER (2005) “Kefir – a complex probiotic”, Food Science and Technology Bulletin: Functional Foods 2 (1) 1-17.
                                                                                                                                                                                                                                            • Rosa D.D. et al. (2017) “Milk kefir: nutritional, microbiological and health benefits”, Nutrition Research Reviews, Volume 30, Issue 1, June 2017, pp. 82 – 96.
                                                                                                                                                                                                                                            • Seher Arslan (2015) “A review: chemical, microbiological and nutritional characteristics of kefir, CyTA”, Journal of Food, 13:3, 340-345.
                                                                                                                                                                                                                                            • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                            • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                            • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                                                            • www.microbiologiaitalia.it

                                                                                                                                                                                                                                            Totani

                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                            Famiglia: Ommastrephidae

                                                                                                                                                                                                                                            Genere: Todarodes

                                                                                                                                                                                                                                            Specie: Todarodes sagittatus

                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                            Il totano (Todarodes sagittatus) è un cefalopode che appartiene alla famiglia dei molluschi, come il calamaro e la seppia. È una specie che vive sui fondali sabbiosi nelle acque dell’Oceano Atlantico, del Mare del Nord e del Mar Mediterraneo.

                                                                                                                                                                                                                                            Viene spesso confuso con il calamaro (Loligo vulgaris) da cui si distingue per forma e dimensione delle pinnette o ali, per la presenza di un paio di “uncini” sui tentacoli, per il colore e per le dimensioni molto più grandi.

                                                                                                                                                                                                                                            Le carni del totano sono tenere e squisite e viene commercializzato fresco o congelato.

                                                                                                                                                                                                                                            • I totani presentano proteine di elevata qualità ed acidi grassi della serie omega 3. A livello di micronutrienti spiccano il contenuto in potassio, alleato della salute cardiovascolare, calcio, fosforo e magnesio, importanti per la salute di ossa e denti.

                                                                                                                                                                                                                                              Per quanto riguarda le vitamine, le più presenti sono quelle del gruppo B, alleate del buon funzionamento del metabolismo, inclusi i folati e la vitamina B12.

                                                                                                                                                                                                                                              Ricchi anche di sodio, non richiedono quindi aggiunta di sale durante le preparazioni.

                                                                                                                                                                                                                                              • Il totano presenta un corpo allungato, piuttosto stretto, con testa grossa e una bocca dotata di due mascelle. La parte caudale è affusolata ed è provvisto di due pinne triangolari che lo aiutano nel nuoto formanti una punta a lancia. I dieci tentacoli sono dotati di ventose pungenti e due di essi si protraggono all’esterno; i tentacoli aiutano il totano ad imprigionare le prede di cui si nutre, ovvero crostacei e piccoli pesci. Presenta una colorazione a striature rosso-violacee dorsalmente che diviene più pallida, con sfumature giallastre, ventralmente.

                                                                                                                                                                                                                                                Generalmente sono lunghi 30/40 centimetri ma in alcuni casi si possono raggiungere delle lunghezze che sfiorano anche il metro; il peso varia a seconda della dimensione dai 500gr per i piccoli totani, a esemplari in alto mare che arrivano anche a 15 kg.

                                                                                                                                                                                                                                                Il totano, come il calamaro, vive su fondali misti, fangosi e sabbiosi e si sposta molto rapidamente sia strisciando sul fondo servendosi dei tentacoli che in sospensione sfruttando la pressione dell’acqua che immagazzina ed espelle dal corpo con un meccanismo di propulsione. Questa specie nei mesi freddi, da novembre a marzo, si avvicina a riva per riprodursi e si muove soprattutto di notte. Sono proprio le ore notturne, con il mare calmo, il momento più favorevole per pescarlo, soprattutto da dopo il tramonto fino a poco prima dell’alba; tuttavia è possibile riuscire a pescare i totani anche di giorno, tra le 4 del pomeriggio e poco dopo il tramonto.

                                                                                                                                                                                                                                                Viene pescato nel Mediterraneo per mezzo di reti a strascico dette “totanare”. Questo tipo di pesca consiste in un oggetto luminoso che all’estremità è costituito da una serie di ganci a punta circolari molto pungenti. Tale strumento si lega ad un pezzo di lenza molto lunga che viene calata in mare fino al fondale; quando la lenza viene tirata su i totani, attirati dalla luce, rimangono impigliati a questi spunzoni. I grandi pescherecci utilizzano invece delle reti apposite per la pesca del totano.

                                                                                                                                                                                                                                                In genere i totani si pescano dall’inizio di giugno alla fine di agosto.

                                                                                                                                                                                                                                                • Quando acquistate dei totani valutate con attenzione il loro aspetto: riconoscere quelli freschi non è difficile. La pelle dei totani freschi è infatti lucente e integra; un colore opaco e poco brillante, invece, è in genere indice di poca freschezza.

                                                                                                                                                                                                                                                  Se siete poco avvezzi ad acquistare il pesce potreste inoltre avere delle difficoltà a riconoscere un totano da un calamaro: in effetti questi 2 molluschi hanno un aspetto molto simile, ma alcune differenze sostanziali fanno evitare di cadere in errore. Anzitutto, i calamari hanno pinne laterali più lunghe di quelle del totano: le pinne di quest’ultimo sono, fra l’altro, più terminali che laterali, perché poste in fondo alla sacca. Inoltre, il totano ha più tentacoli del calamaro e in genere sono più dritti e sviluppati in lunghezza, mentre quelli del calamaro risultano maggiormente arricciati. Un’altra differenza riguarda la consistenza della carne: quella del totano è in genere più dura rispetto a quella del calamaro. Tuttavia i totanetti, ovvero i totani più piccoli, sono di solito molto teneri.

                                                                                                                                                                                                                                                  Per pulirli la prima cosa è tirate via la pelle: per essere facilitati in questa operazione, effettuatela sotto un filo di acqua corrente. Praticate un piccolo taglietto sul corpo del totano, quanto basta per alzare un piccolo lembo di pelle, che poi andrete a tirar via con le mani.

                                                                                                                                                                                                                                                  Ora togliete gli occhi del totano: è sufficiente infilzarli con la punta del coltellino, per poi schiacciare con le dita per farli fuoriuscire. Sempre con il coltellino tirate via anche i tentacoli e il dente. Pulite quindi l’interno del totano: con il coltellino eliminate la cartilagine interna, dopodiché, infilando un dito, estraete le interiora e, se presente, anche la sacca dell’inchiostro.

                                                                                                                                                                                                                                                  Sciacquate quindi con cura il totano sotto un getto di acqua corrente, eliminando ogni eventuale rimanenza di viscere interne.

                                                                                                                                                                                                                                                  Una volta puliti, i totani possono essere cucinati subito (o al massimo entro un giorno, se conservati in frigorifero, coperti da pellicola trasparente) oppure possono essere congelati: in tal caso, si conservano per circa 3-4 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                  Surgelati mantengono le caratteristiche nutrizionali, i molluschi difatti resistono bene alle basse temperature. Al contrario le alte temperature, ad esempio la frittura, inducono la perdita di alcuni nutrienti, che invece si preservano con le cotture a vapore o al forno.

                                                                                                                                                                                                                                                  È bene non esagerare con il consumo di totani perché contengono grassi saturi, colesterolo e sodio in una certa quantità.

                                                                                                                                                                                                                                                  Calamari

                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                  Famiglia: Loliginidae

                                                                                                                                                                                                                                                  Genere: Loligo

                                                                                                                                                                                                                                                  Specie: Loligo vulgaris

                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                  Il calamaro è un mollusco appartenente alla famiglia Loliginidae che vive nelle zone costiere su fondali fangosi. È una specie comune del Mediterraneo, soprattutto occidentale, dell’alto Adriatico, dell’area tunisina – libica e dell’Atlantico orientale delle Isole britanniche.

                                                                                                                                                                                                                                                  Esistono diverse varietà a seconda delle dimensioni. I calamaretti solitamente sono lunghi dai 3 ai 7 centimetri e quelli che vivono in Europa possono raggiungere anche i 30 centimetri; quelli che vivono nell’oceano Atlantico dai 300 ai 600 metri di profondità sono esemplari enormi che riescono a raggiungere i 18 metri di lunghezza, il peso di 2 tonnellate e che diventano spesso preda di campidogli.

                                                                                                                                                                                                                                                  I calamari (Loligo vulgaris) vengono spesso confusi con i totani (Todarodes sagittatus) ma queste due specie mostrano delle differenze.

                                                                                                                                                                                                                                                  La prima differenza è visibile nella coda dove, le due pinnette (dette anche ali) si distinguono nella forma e nella dimensione. Il calamaro infatti ha due piccole alette che si dipartono dall’estremità del corpo sino ad arrivare a circa 3/4 del corpo, il totano invece presenta una pinna che all’apice della coda forma un triangolo e rimane separata dal corpo.

                                                                                                                                                                                                                                                  Un’altra differenza si nota nei tentacoli. Entrambi ne hanno 10, ma il calamaro presenta due tentacoli più lunghi; inoltre entrambe le specie sui tentacoli presentano delle ventose ma il totano possiede anche un paio di “uncini”.

                                                                                                                                                                                                                                                  Calamari e totani possono essere distinti anche dal colore; il calamaro infatti varia le tonalità del suo corpo dal grigio al rosa mentre il totano dal bianco al rossiccio.

                                                                                                                                                                                                                                                  Risultano inoltre importanti le dimensioni dei due cefalopodi. I calamari non superano quasi mai i 40 cm, mentre i totani possono crescere sino ai 15/20 Kg e superare il metro di lunghezza.

                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                  Le carni del calamaro sono buone, delicate e gustose e viene commercializzato fresco o congelato.

                                                                                                                                                                                                                                                  • I calamari sono molluschi poveri di calorie e grassi, per lo più polinsaturi. Il loro consumo apporta principalmente acidi grassi a lunga catena della serie omega-3, essenziali per il corretto sviluppo del sistema celebrale e per la protezione di cuore e arterie.

                                                                                                                                                                                                                                                    Purtroppo si tratta però di un alimento ricco di colesterolo, la cui assunzione quotidiana non dovrebbe superare i 300 mg (o i 200 mg in presenza di problemi cardiovascolari).

                                                                                                                                                                                                                                                    Come tutti i molluschi sono ricchi di micronutrienti, tra i quali vitamine del gruppo B e zinco, che favoriscono il buon funzionamento del metabolismo, fosforo, alleato di ossa e denti, rame coinvolto nella sintesi dell’emoglobina e dei tessuti connettivi, nella pigmentazione di pelle e capelli, nel metabolismo cellulare e nel controllo della funzionalità del cuore e selenio, utile per le difese antiossidanti dell’organismo. Vi ricordiamo che come tutto il pesce, i calamari sono ricchi in sodio, proprio per questo non richiedono quindi aggiunta di sale durante le preparazioni.

                                                                                                                                                                                                                                                    • Il calamaro è un mollusco carnivoro appartenente alla famiglia dei cefalopodi, ha un corpo allungato snello, cilindrico, con testa ed occhi piuttosto piccoli; solitamente raggiunge una lunghezza di 30-50 cm. È provvisto di due pinne all’estremità dorsale, di otto braccia e due tentacoli più lunghi muniti di ventose presenti attorno alla bocca. Il calamaro mediterraneo si differenzia dalle altre specie di calamari poiché le pinne laterali sono lunghe quasi quanto tutto il corpo del mollusco. All’interno del corpo inoltre è presente una conchiglia (gladio o calamo) lunga, appiattita e trasparente. La colorazione è rossastra, con puntinatura più scura sul dorso, che al buio assume una certa fluorescenza; questo serve, soprattutto in primavera, ad attrarre la specie di sesso opposto.

                                                                                                                                                                                                                                                      Nel mantello è presente anche la ghiandola del nero, che secerne l’inchiostro bioluminescente, utile al calamaro per confondere le prede.

                                                                                                                                                                                                                                                      È una specie pelagica che effettua migrazioni stagionali presente normalmente tra i 20 e i 300 m di profondità che predilige i fondali fangosi delle zone costiere.

                                                                                                                                                                                                                                                      Il calamaro viene pescato con reti a strascico o da traino e reti a circuizione, e sono pochi gli allevamenti di questo pesce anche se si stanno studiando nuove tecniche per svilupparne maggiormente l’allevamento.

                                                                                                                                                                                                                                                      Durante l’autunno si hanno le maggiori rese in fatto di pesca, infatti la stagione tipica del calamaro inizia a settembre e termina a dicembre. Così come il calamaro, anche i calamaretti iniziano a essere di stagione a settembre, ma continuano a rimanere sul mercato fino a febbraio.

                                                                                                                                                                                                                                                      • Un calamaro fresco si distingue grazie alla pelle, che deve essere umida con tentacoli integri e sodi. Il colore della sacca che contiene l’inchiostro deve risultare metallico, mentre la sua consistenza oleosa. Generalmente quando il calamaro non è fresco tende ad ingiallire.

                                                                                                                                                                                                                                                        Per pulire i calamari più giovani non occorre praticare alcun trattamento, mentre per quelli più grandi occorre togliere la pennetta, gli intestini, il fegato, eventuali uova presenti, gli occhi e il becco.  Con una mano afferrate la testa del calamaro e con l’altra il corpo, tirando delicatamente la testa in modo da determinare il distacco dagli intestini. Sfilate la pennetta trasparente e privatelo della pelle e successivamente riprendete la testa per separarla dagli intestini ed eliminare la sacca con il nero. Sciacquate sotto l’acqua corrente la parte rimasta e con le forbici eliminate gli occhi e tutta la parte circostante e togliete il becco.

                                                                                                                                                                                                                                                        Il calamaro come tutto il pesce è un alimento molto delicato, che deve essere consumato o congelato il prima possibile. Appena acquistato deve essere eviscerato e lavato accuratamente sotto acqua corrente. Conservarlo in frigorifero, ben coperto da pellicola alimentare o chiuso in un sacchetto freezer, per 1 o 2 giorni al massimo. Se è molto fresco, è possibile anche congelarlo, a -18°C, in appositi sacchetti ben chiusi, avendo l’accortezza di eliminare quanta più aria possibile. Si può così conservare 3 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                        Surgelati mantengono le caratteristiche nutrizionali, i molluschi resistono bene alle basse temperature. Al contrario le alte temperature, ad esempio la frittura, inducono la perdita di alcuni nutrienti, che invece si preservano con le cotture a vapore o al forno.

                                                                                                                                                                                                                                                        Indivia

                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Compositae

                                                                                                                                                                                                                                                        Genere: Cichorium

                                                                                                                                                                                                                                                        Specie: Cichorium endivia L.

                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                        L’indivia (Cichorium endivia L.) è un ortaggio originario del bacino del Mediterraneo del genere Cichorium, a cui appartiene anche la cicoria, e comprende diverse sottospecie: l’indivia scarola (Cichorium endivia latifolium), l’indivia ricciuta (Cichorium endivia crispum) e l’indivia belga.

                                                                                                                                                                                                                                                        L’indivia scarola è la più importante delle indivie sia per qualità che per diffusione ed è coltivata per le produzioni autunno-invernali. Il cespo a rosetta è formato da foglie allungate di colore verde chiaro o scuro, con margine intero o dentato e nervatura marcata di colore bianco. Ha un sapore leggermente amarognolo e una discreta croccantezza. È diffusa soprattutto nel centro-sud Italia e ne esistono diverse varietà, tra cui: la Bubikopf, la Bionda a cuore pieno, la Cornetto di Bordeaux, la Dilusia, la Full Heart, la Gigante degli ortolani e la Verde Fiorentina.

                                                                                                                                                                                                                                                        L’indivia ricciuta è un’insalata di tipo invernale con foglie di colore bianco-giallo e verdi, lembi sfrangiati ed arricciati e i cespi non formano un grumolo. Rispetto alla scarola la riccia ha un sapore più amarognolo ed è molto croccante. Le varietà si distinguono in precoci e tardive e le più diffuse sono: la Mantovana, la Riccia d’Italia, la Riccia fine d’estate, la Riccia romanesca, la Riccia a cuore d’oro, la Riccia grossa di Pancalieri, la Ruffec, la Riccia d’inverno.

                                                                                                                                                                                                                                                        L’indivia belga è un ortaggio originario del Belgio e viene anche chiamata Cicoria witloof, che in olandese significa “a foglia larga”. Ha un tipico sapore amarognolo e le foglie si presentano sode e croccanti, piuttosto affusolate, di colore bianco chiaro con le punte tendenti al verde.

                                                                                                                                                                                                                                                        L’indivia, insieme alla lattuga, costituisce il gruppo di da foglie per consumo crudo in insalata; l’indivia può essere consumata anche lessa.

                                                                                                                                                                                                                                                        • L’invidia belga è composta principalmente da acqua e fibre, che la rendono un alimento ideale nei soggetti che debbano migliorare il transito intestinale. Il limitato apporto energetico la rende adatta a regimi alimentari a basso introito calorico e grazie alla consistenza croccante, aumenta il senso di sazietà.

                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                          L’indivia belga è una buona fonte di vitamine A, C e del gruppo B ed è inoltre un’ottima fonte di acido folico (vitamina B9), essenziale per il benessere dell’apparato cardiovascolare e molto importante in gravidanza per uno sviluppo ottimale del nascituro. Povera di sodio e ricca di acqua, è diuretica e depurativa.

                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                          Interessante anche la presenza di calcio, minerale essenziale all’organismo umano implicato nei meccanismi di contrazione e rilasciamento dei muscoli, nella coagulazione del sangue, nella regolazione della permeabilità cellulare e nella trasmissione dell’impulso nervoso.

                                                                                                                                                                                                                                                          • L’indivia è una pianta biennale a produzione prevalentemente autunnale Il prodotto è costituito dal “cespo” ovvero dalla rosetta di foglie che coronano il brevissimo fusto e che nell’accrescimento si sovrappongono e si serrano in un grumolo, detto cuore, più o meno compatto.

                                                                                                                                                                                                                                                            I fiori solitamente sono 18-20 con colore bluastro; i frutti sono piccoli acheni (commercialmente i semi) allungati, angolari, muniti di pappo, in genere bianchi nella indivia riccia, grigi in quella scarola.

                                                                                                                                                                                                                                                            L’indivia nella piccola coltura viene seminata in semenzaio e successivamente trapiantata, mentre nella grande coltura viene praticata la semina diretta, impiegando seme normale o confettato. La sua coltivazione avviene in avvicendamento con altre colture erbacee.

                                                                                                                                                                                                                                                            La semina viene eseguita a file distanti 30-40 cm, con distanze tra le piante sulla fila di 25-35 cm. La lotta alle erbe infestanti viene fatta con sarchiature e diserbanti. Solitamente la semina avviene nel periodo di luglio-agosto, con la raccolta che va dall’autunno fino al termine dell’inverno a seconda del clima. Per favorire l’imbianchimento del grumolo a volte i cespi vengono legati circa 2 settimane prima della raccolta. Le rese ad ettaro variano da 200 a 300 quintali.

                                                                                                                                                                                                                                                            In commercio l’indivia si può trovare da ottobre ad aprile.

                                                                                                                                                                                                                                                            • Tra le insalate è l’unica che richiede un trattamento particolare per via della forma del cespo con foglie molto compatte. Per questo vi consigliamo di scegliere solo cespi freschi, nel caso siano flosci e macchiati acquistano un sapore amaro ed una consistenza fastidiosa al palato.

                                                                                                                                                                                                                                                              Come prima operazione introducete un coltellino alla base facendolo penetrare e facendolo girare con un movimento circolare, togliendo il torsolo centrale. Successivamente sfogliate il cespo eliminando le prime foglie esterne, lavatelo accuratamente sotto l’acqua corrente, sovrapponetele alcune sul tagliere e tagliatele a striscioline.

                                                                                                                                                                                                                                                              Come la maggior parte degli ortaggi si conserva in frigorifero per un paio di giorni, preferibilmente avvolta in un foglio di giornale, che previene l’eccessiva refrigerazione delle foglie.

                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                              A oggi non sono note controindicazioni al consumo di indivia belga, a meno che non si soffra di allergia a questo ortaggio.

                                                                                                                                                                                                                                                              Lattuga

                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Compositae

                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Lactuca

                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Lactuca sativa L.

                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                              La lattuga è una composita annuale e in Italia le varietà più conosciute sono la lattuga cappuccio (o a palla), la lattuga romana, la lattuga gentile (o canasta o gentilina) e la lattuga iceberg.

                                                                                                                                                                                                                                                              La lattuga cappuccio presenta foglie rotondeggianti che formano un grumolo serrato; le varietà più note sono Batavia bionda, Trocadero, Regina di Maggio e Great Lakes. Viste le numerose varietà esistenti la coltura può essere primaverile-estiva, estiva, autunnale e invernale.

                                                                                                                                                                                                                                                              Anche della lattuga romana esistono diverse varietà e le più note sono Bionda da inverno, Bionda da estate, Verde degli ortolani. Anche in questo caso la coltura, visto la presenza di diverse varietà, può essere invernale, primaverile e estiva.

                                                                                                                                                                                                                                                              In Italia la lattuga viene coltivata in diversi periodi dell’anno e in differenti ambienti climatici e nei mesi invernali viene largamente esportata nei paesi del Nord Europa.

                                                                                                                                                                                                                                                              Come l’indivia, è un ortaggio da foglie che viene consumata cruda, ma può anche essere cotta.

                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                La lattuga ha un contenuto di acqua superiore al 90% ed un buon contenuto di fibra. Se consumata cruda è particolarmente ricca in folati. Questi composti, noti anche con il nome di vitamina B9, contribuiscono alla normale crescita dei tessuti durante la gravidanza e svolgono altre funzioni di fondamentale importanza a livello cellulare.

                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                Inoltre, il consiglio è di spezzettare queste verdure con le mani, poiché causare la rottura in modo casuale delle fibre vegetali sembrerebbe favorire l’azione di alcuni enzimi che trasformano i folati rendendoli meglio assorbibili dal nostro intestino. Il consumo di vitamina B9 sembrerebbe avere anche un ruolo nella prevenzione oncologica, soprattutto per quanto riguarda il rischio di tumore del pancreas.

                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                Buono è anche il contenuto di vitamina K, ferro beta-carotene.

                                                                                                                                                                                                                                                                • La lattuga è una composita annuale che presenta un “cespo” costituito da foglie a spatola o tondeggianti inserite in un breve fusto e serrate in modo da costituire un “grumolo” o “cappuccio” più o meno compatto.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Nella lattuga cappuccio le foglie sono rotondeggianti e formano un grumolo serrato. Le diverse varietà possono essere a coltura primaverile-estiva, estiva, autunnale e invernale.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Una volta ultimata la fase vegetativa, la cui durata è influenzata dalla lunghezza del giorno, i cespi formano uno scapo fiorale alto 1,3 m circa, molto ramificato, portante numerose infiorescenze di 8-10 fiori riuniti a capolino. I frutti, che vengono erroneamente chiamati semi, sono acheni oblunghi, appiattiti, leggermente striati, di colore variabile dal grigio al bruno. Le rese unitarie si aggirano sui 200-250 quintali ad ettaro.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Per la lattuga romana la semina viene condotta in semenzaio in diversi periodi dell’anno a seconda delle varietà: in agosto-settembre per le lattughe invernali, in gennaio-febbraio per le primaverili e in aprile-maggio per le estive.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Una volta seminata in semenzaio, la lattuga viene poi trapiantata e successivamente raccolta. Le rese unitarie si aggirano sui 300-400 quintali ad ettaro e, in caso di terreni particolarmente fertili con 4-5 cicli all’anno, possono arrivare fino a 800 quintali ad ettaro.

                                                                                                                                                                                                                                                                  La lattuga, grazie alle diverse varietà, è reperibile sul mercato tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                  • Prima di ogni altra cosa, la longevità della tua lattuga, per quanto limitata, può essere influenzata da diversi fattori. Ad esempio, se acquisti lattuga vecchia e appassita al supermercato, è probabile che duri a malapena qualche giorno. Questo indipendentemente dal fatto che tu segua o meno la procedura corretta. Detto questo, devi assicurarti che la tua lattuga sia più fresca e soda possibile.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Con un po’ di fortuna, puoi conservare la lattuga sminuzzata nel tuo frigorifero per almeno una settimana. Cioè, se fai tutto bene. Ciò significa assicurarsi che sia adeguatamente pulita, tritata e refrigerata.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Il primo passo dopo l’acquisto della lattuga è lavarla accuratamente. Dopo aver lavato la lattuga, puoi procedere con l’asciugatura. Questo passaggio è incredibilmente cruciale. L’ultima cosa che vuoi è un eccesso di umidità, quindi assicurati di asciugarlo molto bene. Se hai una centrifuga per insalata nella tua cucina, ti suggeriamo di metterla a frutto. Questo è il modo migliore per togliere tutta quell’acqua dalle foglie. Tuttavia, se non ce l’hai, dovrebbero funzionare anche i tovaglioli di carta.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Successivamente, dovrai tagliare o strappare la lattuga dopo la pulizia. Ciò renderà molto più semplice la porzionatura in seguito. Allo stesso tempo, tagliare la lattuga aiuta anche a rendere le cose più gestibili. Ad esempio, se metti in frigorifero un intero cespo di lattuga e inizia a marcire, il recupero delle parti rimanenti sarà difficile.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Una volta tagliata la lattuga, mettila da parte per un po’ mentre prepari i sacchetti sigillabili. Per fare questo, prendi semplicemente un paio di tovaglioli di carta prima di inserire la lattuga all’interno. Come avrai capito, il tovagliolo di carta ha uno scopo preciso: assorbe l’umidità in eccesso che può rovinare la tua lattuga.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Prima di mettere il sacchetto di lattuga in frigorifero, assicurarsi che il cassetto sia bello e pulito e che tutte le altre verdure al suo interno siano fresche. È probabile che eventuali residui o odori aggrappati al cassetto finiscano nella tua lattuga sminuzzata, non importa quanto sia ermetica.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Di norma, potrebbe essere necessario tenere d’occhio gli asciugamani di carta che hai infilato nei sacchetti sigillabili e sostituirli ogni due giorni o quando sono bagnati. Ciò contribuirà a migliorare la durata di conservazione della tua lattuga sminuzzata.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Se si è in terapia con sostanze anticoagulanti è bene evitare di consumare quantità eccessive di lattuga.

                                                                                                                                                                                                                                                                      • Lin HL et al. (2013) “Folate intake and pancreatic cancer risk: an overall and dose-response meta-analysis.”, Public Health ;127(7):607-13.
                                                                                                                                                                                                                                                                      • Maharaj PPP et al. (2015) “Folate content and retention in commonly consumed vegetables in the South Pacific.”, Food Chemistry ;182:327-32.
                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                      Gamberi

                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                      Il termine generico “gambero” identifica diverse specie di crostacei, sia marine che d’acqua dolce, appartenenti a differenti ordini (prevalentemente all’ordine dei Decapodi).

                                                                                                                                                                                                                                                                      Tra essi è presente il gambero d’acqua dolce (Austropotamobius pallipes italicus), piccolo crostaceo appartenente alla famiglia degli Astacidi, che si trova nell’Europa occidentale, dal Portogallo alla Svizzera e alla Dalmazia e dall’Inghilterra alla Francia fino alla Liguria.

                                                                                                                                                                                                                                                                      Tra i gamberi d’acqua salata fa parte il gamberetto (Palaemon serratus), specie presente nel Mar Mediterraneo su fondali rocciosi e ricchi di alghe fino a circa 15 metri di profondità. Un’altra specie che si trova nel Mediterraneo ed è autoctona della zona è la mazzancolla (Penaeus kerathurus Forskäl).

                                                                                                                                                                                                                                                                      Una specie simile nella pigmentazione alla mazzancolla è il gamberone giapponese (Penaeus japonicus), noto anche col nome di “mazzancolla imperiale” o “mazzancolla giapponese”; è allevato in Giappone, Corea del Nord e Taiwan e, tra i Peneidi, è il più allevato nell’area del Mediterraneo (Spagna, Italia, Francia, Portogallo, Grecia, Albania, Turchia ed Egitto). Grazie alla capacità di sopravvivere per tempi lunghi fuori dall’acqua, la resistenza alle basse temperature (< 5°C) ed allo stress consente agli esemplari adulti di questa specie di sopravvivere al freddo invernale ed ai vari stress di pesca permettendogli di giungere vivo sui banchi di pesca e di essere facilmente esportabile.

                                                                                                                                                                                                                                                                      Esiste anche il gambero tigre gigante (Penaeus monodon Fabricius), nome che deriva dalle notevoli dimensioni raggiunte (36 cm) e per le bande verticali che percorrono i segmenti addominali. Questa specie non è presente nel Mediterraneo ed è originaria dell’Oceano Indiano e dell’Oceano Pacifico sud occidentale, con estensione dal Giappone all’Australia; è largamente prodotto in quasi tutti i paesi asiatici e sono state condotte delle prove di allevamento intensivo ed estensivo in Italia nell’Adriatico del Nord.

                                                                                                                                                                                                                                                                      • I gamberetti appartengono alla famiglia dei crostacei, quindi dal punto di vista nutrizionale presentano un basso apporto energetico ed un buon contenuto di proteine. La quantità di grassi è molto bassa, con prevalenza di mono e polinsaturi. Anche se in percentuali molto ridotte rispetto al pesce azzurro, i gamberi presentano EPA e DHA, acidi grassi essenziali a lunga catena della serie omega-3 che aiutano a salvaguardare il sistema cardiovascolare. I livelli di colesterolo sono relativamente alti.

                                                                                                                                                                                                                                                                        I gamberi sono buona fonte di vitamine del gruppo B e di minerali come selenio, iodio, zinco, fosforo e magnesio. Una porzione di gamberi copre quasi la totalità del fabbisogno giornaliero di selenio, minerale cofattore di enzimi con un ruolo importante nella difesa antiossidante dell’organismo.

                                                                                                                                                                                                                                                                        • Il gambero d’acqua dolce è un gambero dall’aspetto piuttosto robusto che raramente supera i 12 cm di lunghezza totale ed i 90 g di peso. Il corpo è di colore bruno-verdastro sul dorso e sui fianchi mentre biancastro sul ventre e sugli arti e, proprio per questa caratteristica, questa specie è nota anche con il nome di “gambero dai piedi bianchi”. I maschi rispetto alle femmine sono più grandi, hanno chele più sviluppate, l’addome più stretto con le prime due appendici (dette pleopodi) modificate in organi sessuali che, all’atto dell’accoppiamento, si uniscono a formare un unico organo copulatore; nella femmina le appendici dell’addome sono invece tutte uguali.

                                                                                                                                                                                                                                                                          Questa specie vive lungo fiumi e torrenti ed è onnivoro, si nutre infatti di insetti, lombrichi, molluschi, larve, piccoli pesci, animali morti, radici di piante acquatiche e anche detriti vegetali e animali di vario genere. È un predatore notturno mentre trascorre la maggior parte del giorno nascosto. I gamberi giovani e gli adulti in muta sono preda di Salmonidi e anguille.

                                                                                                                                                                                                                                                                          L’allevamento del gambero di fiume, viene fatto utilizzando vasche con argini e fondale in terra, costruite quasi sempre in aree limitrofe ai luoghi di pesca sui circostanti fiumi ed è condotto solo ai fini di ripopolamento dei corsi d’acqua in cui tale specie risulta naturalmente presente in quanto il gambero d’acqua dolce autoctono è una specie protetta, presente nella red list dell’ Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN).

                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                          Il gambero d’acqua salata presenta l’intero corpo rivestito da una corazza (detta carapace). La parte anteriore del corpo (cefalotorace) è costituita dalla fusione della testa col torace; in essa sono contenuti sistema nervoso, branchie, cuore, stomaco e presenta un rostro dentato e una serie di carene, solchi e spine. Dal carapace partono le antenne, recettori meccanici sensibili alle vibrazioni e le antennule con funzione olfattiva e di equilibrio rispetto alla gravità.

                                                                                                                                                                                                                                                                          La parte edibile dell’animale è l’addome, che è suddiviso in sei segmenti; le appendici anteriori (pereiopodi) hanno funzione esplorativa e prensile, le appendici al disotto dell’addome (pleopodi) sono utilizzate per il nuoto, mentre la parte caudale formata da quattro segmenti (uropodi) hanno funzione di timone nel nuoto e di remo nella tipica fuga all’indietro. Al termine è presente una spina appuntita, il telson.

                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                          I gamberi sul mercato si trovano in diversi periodi dell’anno a seconda della specie e della zona; in Italia ad esempio i gamberetti rosa sono tipici della primavera (da marzo a giugno).

                                                                                                                                                                                                                                                                          • In fase di acquisto i gamberi devono avere un odore delicato, gradevole, non ammoniacale. Se li acquistate freschi state attenti che i gamberi siano vivi e l’occhio, le zampe e le antenne siano mobili, il colore poi deve essere vivido e brillante.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Sono alimenti estremamente delicati, che devono essere consumati o congelati il prima possibile. Potete conservarli in frigorifero, ben coperti da pellicola alimentare o chiusi in un sacchetto freezer, per 1 giorno al massimo. Se sono molto freschi, è possibile congelarli, a -18°C, in appositi sacchetti ben chiusi, avendo l’accortezza di eliminare quanta più aria possibile. Si possono così conservare 3 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Per pulire i gamberi, per prima cosa sciacquateli sotto l’acqua corrente, quindi posizionatevi su un tagliere e staccate la testa. Quindi sempre utilizzando le mani staccate le zampette e il carapace, ovvero la corazza che protegge le carni. Potete decidere in questo caso, a seconda della preparazione che intendete fare, se lasciare la o no la parte finale della coda. Una volta pulito esternamente, procedete a compiere un’operazione molto delicata ovvero quella di togliere l’intestino interno: incidete il dorso del gambero con un coltellino ed eliminatelo tirando delicatamente, cercando di non romperlo. Potete fare questa operazione anche con uno stecchino: inseritelo nella carne del gambero, individuate l’intestino e tirate per eliminarlo. Potete pulire i gamberi anche da cotti: sbollentateli per qualche minuto in acqua bollente, lasciateli immersi per 4-5 minuti e scolateli con una schiumarola; fateli raffreddare per un paio di minuti e poi procedete con la pulizia. Eliminate la testa, le zampe e il carapace, anche in questo caso potete lasciare anche la coda.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Poi potrete cuocerli al vapore, lessarli o saltarli in padella. Vi ricordiamo che non è necessario aggiungere sale in cottura, il loro contenuto di sodio è già di per sé alto.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Non risultano interazioni fra il consumo di gamberi e l’assunzione di farmaci o altre sostanze. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Farro

                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                            Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)

                                                                                                                                                                                                                                                                            Genere: Triticum

                                                                                                                                                                                                                                                                            Specie: Triticum monococcum, Triticum dicoccum, Triticum spelta

                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                            Il farro è un termine generico usato per indicare tre specie diverse del genere Triticum, comunemente chiamate “frumenti vestiti”, che rispondono ai nomi scientifici di Triticum dicoccum, Triticum monococcum e Triticum spelta.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Tutte e tre le tipologie hanno le stesse caratteristiche di fragilità del rachide ma ognuna mostra però delle peculirità.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Il farro piccolo o monococco è una specie diploide ed è il farro di più antica origine e coltivazione originario delle aree montagnose dell’odierna Turchia. È il meno produttivo dei tre farri ed è anche il tipo più tardivo (spigatura e maturazione ritardano di 10-20 giorni rispetto alle comuni varietà di frumento tenero) e per questo motivo è inadatto agli ambienti caratterizzati da precoce innalzamento delle temperature accompagnato da assenza di precipitazioni. Possiede però cariossidi a frattura semi-vitrea che hanno un elevato contenuto di proteine e di carotenoidi.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Il farro medio è una specie tetraploide e, come il farro piccolo, ha una spiga compatta e generalmente aristata. Le spighette contengono di norma due cariossidi, raramente tre. Deriva dalla domesticazione della specie selvatica T. dicoccoides, la cui area di diffusione è collocabile da oriente del Mediterraneo fino al Caucaso. Il farro medio è il più importante e il più diffuso farro coltivato in Italia, nella zona centro-meridionale, tanto da essere spesso considerato il farro per antonomasia. Con il tempo si sono differenziate delle popolazioni autoctone (ecotipi) di farro e ogni ecotipo presenta delle sue peculiarità.

                                                                                                                                                                                                                                                                            Il farro grande è una specie esaploide che, come il farro medio, contiene due cariossidi, raramente tre, in ogni spighetta. È il farro di origine più recente ed è originario della zona dal Mar Caspio ai territori dell’Afghanistan e del Kazakistan odierni. Rispetto al farro medio offre produzioni superiori in condizioni ambientali favorevoli ma lo spelta non è presente in Italia sotto forma di popolazioni autoctone; sono disponibili invece numerose varietà commerciali, quasi tutte selezionate in paesi centroeuropei.

                                                                                                                                                                                                                                                                            In commercio si trova anche il farro di Monteleone di Spoleto DOP (Reg. UE n. 623 del 15.07.10) e il farro della Garfagnana IGP (Reg. CE n.1263/96).

                                                                                                                                                                                                                                                                            In generale la coltivazione del farro è andata riducendosi nel corso dei secoli, ma grazie alla sua importanza nutrizionale, negli ultimi anni se ne sta riscoprendo il consumo.

                                                                                                                                                                                                                                                                            • Come tutti i cereali, il farro è fonte di carboidrati complessi, fibra, proteine e lipidi. Sebbene contenga in quantità minori, rispetto agli altri cereali, la sequenza di aminoacidi che scatena i sintomi tipici della celiachia, deve essere comunque escluso dalla dieta delle persone che presentano tale condizione.

                                                                                                                                                                                                                                                                              Buono è anche il suo quantitativo in vitamine, in particolare del gruppo B e minerali come ferro, potassio e fosforo.

                                                                                                                                                                                                                                                                              Le fibre in esso contenute contribuiscono anche a ridurre i livelli di colesterolo cattivo nel sangue e il conseguente rischio cardiovascolare (beneficio potenziato dalla presenza di niacina) e aiutano a tenere sotto controllo i livelli di zuccheri e il conseguente rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.

                                                                                                                                                                                                                                                                              Tuttavia, i prodotti che subiscono la lavorazione di allontanamento dello strato più esterno del chicco sono più poveri in fibra, vitamine e minerali, per questo si consiglia prediligere la forma decorticata e le farine integrali, così da beneficiare degli effetti positivi per la salute.

                                                                                                                                                                                                                                                                              • Il farro si adatta in quei terreni dove altre varietà di frumento tenero e di altri cereali a paglia non riescono grazie alle sue caratteristiche. È infatti una specie rustica, con modeste esigenze di terreno, resistente al freddo e con un forte potere di accestimento, che può consentire il recupero di una sufficiente fittezza delle colture. Presenta inoltre un ciclo di sviluppo tardivo, non compatibile con profili climatici meno piovosi e più caldi di quelli di collina e montagna durante le fasi finali del processo produttivo, ha una taglia alta della pianta e una cariosside vestita dagli involucri glumeali, valida protezione contro avversità, che di norma accompagna la granigione e la maturazione negli ambienti altocollinari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                Per quanto riguarda la coltivazione del farro la preparazione del letto di semina non è così accurata come quella degli altri cereali vernini. La semina avviene di norma in autunno, salvo in ambienti ad altitudini elevate dove viene eseguita a fine inverno per evitare i rischi connessi con le temperature molto basse di tale stagione. La semina post-invernale può cadere da fine febbraio ad aprile inoltrato, a seconda delle condizioni locali. La semina può essere effettuata a spaglio o con le comuni seminatrici per cereali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                Per la concimazione del terreno di solito è sufficiente la letamazione o la fertilità lasciata dall’erba medica; il farro ha infatti modeste esigenze nutritive. Inoltre, essendo coltivato in zone marginali dove si fa poco uso di erbicidi, difficilmente si fa ricorso a un controllo chimico delle infestanti. Questi cereali presentano una rapida crescita iniziale e un elevato accestimento e la raccolta risulta più tardiva rispetto al frumento tenero; viene infatti effettuata a partire dalla fine della prima metà di luglio e fino a metà agosto, a seconda delle aree e del tipo di farro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                A causa dell’elevata fragilità del rachide della spiga e dell’aderenza delle glume e delle glumelle alla cariosside, durante la trebbiatura si deve ridurre la velocità di avanzamento della macchina e di rotazione dell’aspo. Inoltre, proprio per queste caratteristiche, durante la trebbiatura il rachide si disarticola facilmente liberando spighette intere contenenti cariossidi che rimangono avvolte (“vestite”) dagli involucri glumeali. Per ottenere la granella nuda è necessaria un’ulteriore lavorazione di svestitura, detta anche sbramatura o sgusciatura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                Le produzioni sono molto variabili: dai 28-30 quintali ad ettaro nei terreni di pianura ai 10-18 delle zone di montagna e marginali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                La granella possiede un elevato valore alimentare e, oltre ad essere usata (quasi interamente) nell’alimentazione umana, può essere impiegata nell’alimentazione zootecnica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                Il farro, poiché viene commercializzato essiccato, è acquistabile tutto l’anno ed è di facile reperibilità nel mercato italiano.

                                                                                                                                                                                                                                                                                • In commercio esistono due tipi di farro: il farro decorticato, un farro integrale che ha bisogno di qualche ora in ammollo prima di essere cotto, e il farro perlato che invece non presenta la pellicola e quindi non necessita di ammollo né di lunghi tempi di cottura. Per dimezzare i tempi di preparazione si può utilizzare la cottura in pentola a pressione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                  Come detto in precedenza, per non perdere i vantaggi delle fibre è consigliabile scegliere il farro decorticato in quanto durante l’operazione di perlatura vengono perse la maggior parte delle fibre. Prima di cucinare il farro, è bene lavare accuratamente i chicchi per eliminare ogni tipo di impurità. Il farro decorticato, dopo essere stato in ammollo per almeno 8 ore, cuoce in acqua bollente per circa 50-60 minuti, mentre il farro perlato cuoce per circa 30 minuti. Il sapore di questo cereale risulta abbastanza neutro ed è per questo che si sposa bene con qualunque preparazione, fredda o calda. Può essere utilizzato come il riso per la preparazione di zuppe e minestre calde o per insalate fredde.

                                                                                                                                                                                                                                                                                  Una volta aperta la confezione, il farro deve essere conservato al riparo dall’umidità in un contenitore chiuso e consumato entro la data di scadenza. Se vi dovesse avanzare del farro bollito potete conservarlo in frigorifero per un paio di giorni in un contenitore ermetico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                  A oggi non sono note interazioni tra il consumo di farro e l’assunzione di farmaci o altre sostanze. Il farro contiene glutine e non può quindi essere consumato dai celiaci o da chi soffre di intolleranza al glutine. Poiché risulta lassativo, ne è sconsigliato l’uso in soggetti con problemi intestinali come la colite.

                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                  Ostriche

                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                  Famiglia: Ostreidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                  Genere: Ostrea

                                                                                                                                                                                                                                                                                  Specie: Ostrea edulis L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                  L’ostrica piatta (Ostrea edulis L.) è un mollusco bivalve, vive attaccata alle rocce ed è la specie più diffusa e coltivata nel Mediterraneo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                  Esistono diverse specie di ostrica; l’ostrica piatta (Ostrea edulis L.) è presente in tutti i mari d’Europa, nel Mar Nero e nell’ Atlantico orientale, dalla Norvegia fino al Marocco, si distingue facilmente dalle altre ostriche presenti sul mercato per la forma tondeggiante delle valve. L’ostrica portoghese (Crassostrea angulata Lamarck) e l’ostrica giapponese o del Pacifico (Crassostrea gigas Thunberg), entrambe conosciute con il nome di ostrica concava, hanno invece le valve a forma di ovale allungato. Inoltre alcune specie di ostriche producono pregiate perle.

                                                                                                                                                                                                                                                                                  • L’ostrica è un mollusco bivalve, che contiene proteine ad alto valore biologico, sali minerali e vitamine del gruppo B.

                                                                                                                                                                                                                                                                                    Tra i minerali spiccano il calcio ed il fosforo, fondamentali per lo sviluppo e per la salute delle ossa e dei denti, il ferro, fondamentale per la composizione dell’emoglobina e che contribuisce alla produzione di alcuni ormoni e di tessuto connettivo. Lo zinco invece è coinvolto nella risposta immunitaria, nella guarigione delle ferite e nella riparazione dei tessuti, mentre il potassio aiuta a mantenere la pressione della norma.

                                                                                                                                                                                                                                                                                    • L’ostrica concava è una specie di mollusco endemica costituita esternamente da una conchiglia, al cui interno si trova il mollusco. La conchiglia è formata da due valve con forma variabile a seconda dell’ambiente in cui vive, in cui la valva inferiore è concava mentre quella superiore è piatta. Il guscio è di colore avorio mentre la parte esterna è marroncina, con diverse varianti fino al giallino, caratterizzata da un elevato numero di striature, macchie violacee e da ampie scanalature. L’interno della conchiglia si presenta di colore bianco e il mollusco in essa presente ha il corpo dalla forma tondeggiante con i margini dei due lembi del mantello frangiati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le ostriche in genere misurano dai 6 ai 9 cm e alcune possono arrivare fino a 15 cm.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      Si nutrono principalmente di alghe e vivono attaccate a rocce, conchiglie e detriti anche se alcuni esemplari si possono trovare su fondali sabbiosi e fangosi. Prediligono acque non molto profonde con una salinità compresa tra 20 e 25‰, anche se è una specie molto resistente che riesce a sopravvivere a diverse temperature (tra -1,8 e 35°C) e con differenti livelli di salinità (inferiori al 10‰ o superiori al 35‰).

                                                                                                                                                                                                                                                                                      L’ostrica è una specie ermafrodita proterandra; nelle zone con un buon approvvigionamento alimentare si ha una prevalenza di sesso femminile, mentre dove c’è scarsa disponibilità di cibo viene riscontrato un numero maggiore di individui maschi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      La gametogenesi ha inizio in condizioni di temperatura prossime ai 10°C e salinità compresa tra 15 e 32‰; la deposizione delle uova invece avviene generalmente a temperature superiori a 20°C. Dopo la schiusa delle uova le larve, utilizzando il piede larvale, iniziano a cercare un luogo adatto per l’insediamento a cui vi si attaccano in maniera permanente tramite una secrezione cementizia prodotta da una ghiandola presente sul piede. Una volta avvenuto l’insediamento inizia la metamorfosi allo stadio giovanile; la crescita è molto rapida.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      Per l’allevamento i sistemi utilizzati sono analoghi a quelli impiegati nella mitilicoltura, tanto che talvolta vengono allevate entrambe le specie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il seme può essere reperito tramite captazione su banchi naturali in prossimità dell’allevamento, tramite acquisto da altri allevamenti o da schiuditoi. Le giovani ostriche vengono poste a dimora sul fondale o in appositi contenitori mantenuti in sospensione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      Sul mercato le ostriche sono disponibili tutto l’anno, in particolare da ottobre ad aprile. In commercio si trova il prodotto fresco, la cui commercializzazione risulta molto complicata a causa della shelf-life relativamente breve, mentre il prodotto trasformato e venduto in scatola, surgelato, sottovuoto o sottoforma di vari tipi di preparati o salse risulta meno complicato da conservare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Per riconoscere la sua freschezza devono essere e rimanere chiuse quando si utilizzano.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le ostriche concave possono essere conservate in frigorifero per solo un giorno. Le ostriche di buona qualità possono mantenersi fino a 10 giorni dalla raccolta, tutte ben chiuse, ben vive e freschissime dalla spedizione e mantenute poi in frigo e ad un massimo di temperatura di 2–4°C, tenute in posizione orizzontale perché non perdano il loro liquido.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Prendere l’ostrica nel palmo della vostra mano sinistra, possibilmente con un panno che protegge dalla frastagliatura del guscio. Infilare la punta del coltello tra le due valve dell’ostrica e affondare fino a staccare il muscolo all’interno. Bisogna proseguire scorrendo con il coltello lungo tutto il perimetro del guscio fino a staccare completamente il guscio interno e aprite le due parti facendo attenzione a non far cadere il liquido interno all’ostrica. Una volta eliminata una parte del guscio, riponete l’ostrica sul palmo della mano e con il coltello passate sotto il mollusco per staccare anche l’altra parte del muscolo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le ostriche possono essere consumate cotte o crude. Il calore annienta eventuali sostanze tossiche. È però importante sapere che una normativa europea (Regolamento CE 853/2004, sulla «Vendita e somministrazione di preparazioni gastronomiche contenenti prodotti della pesca destinati ad essere consumati crudi o praticamente crudi») obbliga chi vende o somministra pesce fresco a congelarlo a 20 gradi per almeno 24 ore. Pertanto, prima di consumarlo crudo, è bene informarsi se sia stato effettuato il congelamento preventivo. A casa invece, è bene congelare le ostriche per almeno 96 ore a -18°C in un congelatore a tre o più stelle, prima di consumarle crude.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Non vi sono particolari controindicazioni al consumo di ostriche. È preferibile evitare il consumo di ostriche crude in gravidanza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Capesante

                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Pectinidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Genere: Pecten

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Specie: Pecten jacobaeus

                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                        La capasanta, conosciuta anche come cappasanta, pettine di mare o conchiglia di San Giacomo, è un mollusco bivalve, costituito esternamente da una conchiglia equilaterale a forma di ventaglio mentre internamente da una parte bianca, soda e tenera, al centro e da una parte arancione, decisamente più cremosa, ai margini.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Questo mollusco è presente in tutti i mari italiani, in particolare in alto Adriatico, e nell’Oceano Atlantico. In Italia si trova la specie mediterranea Pecten jacobaeus mentre nel mare del nord è presente la specie Pecten maximus.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        La capasanta viene generalmente venduta viva ma si può trovare anche surgelata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Le capesante sono molluschi povere di grassi saturi, lipidi che se assunti in quantità eccessive possono essere pericolosi per la salute di cuore e arterie. Sono anche una fonte di omega 3, acidi grassi ottimi proprio per la salute cardiovascolare, e di potassio, che fa bene a cuore e arterie controllando la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna.

                                                                                                                                                                                                                                                                                          Le capesante forniscono inoltre proteine di qualità elevata, magnesio, coinvolto in numerosi processi all’interno e all’esterno delle cellule, vitamine del gruppo B, che garantiscono un buon metabolismo, fosforo fondamentale per la salute di ossa e denti e selenio micronutriente dalle funzioni antiossidanti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                          Tuttavia, le capesante sono anche ricche di colesterolo, il cui apporto giornaliero non dovrebbe superare i 300 mg (o i 200 mg in presenza di disturbi cardiovascolari). Inoltre sono fonte di molto sodio, un altro potenziale nemico del sistema cardiovascolare la cui assunzione non dovrebbe superare i 2.000 mg al dì.

                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Le capesante sono molluschi bivalvi costituiti esternamente da due conchiglie dalla colorazione rosso-arancio chiuse da una cerniera mobile la cui forma ricorda quella di un ventaglio. Ciascuna conchiglia (o valva) possiede due espansioni laterali, dette orecchiette, dalla forma triangolare e dalle dimensioni pressoché uguali. La conchiglia della parte superiore ha una colorazione più intensa, quella della parte inferiore è molto chiara ed è convessa. Inoltre, su ciascuna valva, esternamente sono presenti dalle 14 alle 16 costole striate che si irradiano dalla cerniera.

                                                                                                                                                                                                                                                                                            All’interno delle due conchiglie è racchiuso il mollusco formato da una parte bianca soda chiamata noce al centro e da una parte color bruno-rossiccia molto morbida detta corallo nella parte più marginale. Gli occhi di questo animale sono catadiottrici cioè basano il loro principio di funzionamento sulla riflessione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                            Le capesante sono animali ermafroditi e si riproducono a maggio e a giugno dando vita a piccole larve di tipo planctonico fino ad arrivare mediamente a una lunghezza di 12 – 14 centimetri; possono vivere sino a 20 anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il loro habitat naturale è costituito dai fondali sabbiosi o di tipo detritico ad una profondità che varia dai 25 metri sotto il livello del mare fino a 200 metri. Gli esemplari più giovani si ancorano al fondo con degli appositi filamenti mentre gli adulti possono spostarsi sui fondali grazie al movimento repentino di apertura e chiusura delle valve, con conseguente espulsione dell’acqua al di fuori (idropropulsione).

                                                                                                                                                                                                                                                                                            Le capesante immesse sul mercato provengono dalle attività di pesca o di allevamento in mare aperto. Gli allevamenti si trovano solitamente poco lontani dalla costa e, dopo un anno di vita, le capesante vengono immesse all’interno di nasse particolari dove rimarranno sino alla raccolta. Essendo degli organismi filtratori non avranno bisogno di essere cibate per cui l’allevamento risulta abbastanza redditizio. Le tecniche di allevamento utilizzate sono la molluschicoltura, la stagnicoltura e la vallicoltura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                            La pesca delle capesante viene invece praticata con le draghe o con le reti a strascico, tecnica in cui le imbarcazioni, stascicando su fondali sabbiosi, raccolgono i molluschi all’interno del grande sacco. Una volta salpate le reti le capesante di misura non idonea vengono rigettate in mare rapidamente dato che il mollusco non riesce a sopportare bene lo stress del prelievo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                            I principali mesi in cui è possibile reperire sul mercato le capesante sono quelli compresi tra maggio e settembre e quello di dicembre, anche se la pesca può avvenire durante tutto l’anno. Si tratta di un prodotto abbastanza costoso che può essere commercializzato vivo, surgelato sgusciato o preparato in conserva.

                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Quando acquistate le capesante dovete accertarvi che abbiamo un diametro di circa 10 cm e che il loro guscio sia ben chiuso, importante per avere la certezza che il mollusco sia vivo. Ad ogni modo chiedete al venditore di aprirvene una così da poter controllare che la carne all’interno sia di colore bianco candido ed arancione brillante, con una consistenza bella solida.

                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Pulire le capesante è una fase fondamentale sia per la riuscita finale del piatto che prepareremo sia perché questo mollusco può essere mangiato crudo. Vi servirà: una ciotola, dell’acqua, del sale grosso, un coltellino appuntito. La prima cosa da dover fare è lasciare le capesante in una ciotola di acqua fredda e sale grosso per almeno mezz’ora.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Con un coltellino appuntito si dovrà far entrare la lama tra le due conchiglie e staccare il muscolo che si trova nella parte piatta della conchiglia. Bisognerà staccare totalmente il frutto e rimuovere la pelle trasparente che lo avvolge e la parte nera.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Una volta separata la parte bianca da quella del muscolo arancione si potranno pulire entrambe sotto acqua corrente fredda.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le capesante possono essere consumate sia crude che cotte, sia come antipasto che come secondo. Il loro guscio, impiegato spesso come piattino, le rende molto sceniche e perfette per delle eleganti preparazioni. Molto utilizzate in cucina, le capesante in passato erano uno dei piatti tipici di Natale (soprattutto quelle gratinate) ma oggi è facile trovarle durante tutto l’anno nei ristoranti che preparano piatti a base di pesce. Gratinate, al forno, in umido oppure crude, le capesante possono essere mangiate in modi diversi ma tutti necessitano di una cottura non troppo lunga per evitare che possano seccarsi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Non risultano interazioni tra il consumo di capesante e l’assunzione di farmaci o altre sostanze. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Vongole

                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Veneridae

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Ruditapes

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Ruditapes spp.

                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                              La vongola è un mollusco bivalvo appartenente alla famiglia dei Veneridae. È quindi dotata di due conchiglie ovoidali-triangolari ellittiche combacianti tra loro dalla colorazione variabile (bianco, grigio o marrone).

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Esistono diverse specie di vongola. La vongola verace nostrana (Ruditapes decussatus) è una specie difficile da allevare e, per questo motivo, poco diffusa. Al suo posto si trova la vongola filippina (Ruditapes philippinarum o Ruditapes semidecussatus), specie originaria del Pacifico, molto coltivata nelle lagune dell’Alto Adriatico dove ha trovato un habitat ottimale per la riproduzione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Le vongole contengono pochi lipidi, tracce di carboidrati ed una buona quantità di proteine ad alto valore biologico e diversi minerali, tra i quali spiccano il potassio, fondamentale per mantenere un corretto bilancio idrico, ed il calcio, utile invece per una corretta salute di ossa e denti, per una corretta funzionalità dei muscoli e dei nervi e per la coagulazione del sangue.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le vongole sono anche ricche di ferro. Una sola porzione (150 grammi) copre il fabbisogno giornaliero di questo prezioso minerale, sia per la popolazione maschile che femminile.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Sebbene le vongole siano caratterizzate da un contenuto calorico non molto elevato, è bene non consumarle spesso per via del notevole contenuto di colesterolo e sodio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                • La vongola verace nostrana (Ruditapes decussatus) ha una conchiglia robusta di colore bianco-grigio-giallastro con macchie e striature più scure, mentre internamente è biancastra con un’eventuale macchia violacea; la valva, nella parte interna, è liscia. Questa specie può raggiungere una dimensione massima di circa 6 cm ma generalmente la dimensione media degli esemplari si aggira attorno ai 3-4 cm.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La vongola filippina (Ruditapes philippinarum o Ruditapes semidecussatus) ha un guscio robusto di forma ovale, che può raggiungere i 6 – 8 cm di diametro, e un colore solitamente molto vivace. Rispetto alla vongola verace, dove i sifoni appaiono separati, nella vongola filippina essi risultano uniti alla base e divisi all’estremità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La vongola è un mollusco bivalve che vive in acque poco profonde sepolto a 15-20 cm di profondità sotto la sabbia e sotto fondali di tipo limaccioso. È una specie che si nutre filtrando detriti e fitoplancton dall’acqua tramite i sifoni e le sue branchie sono costituite da due coppie di piastre composte di filamenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La riproduzione è esterna ed avviene prevalentemente nella stagione estiva, sia in natura che negli incubatoi. La deposizione delle uova solitamente ha luogo in condizioni di temperatura comprese tra i 20-25°C e nel tardo autunno-inizio inverno viene comunemente osservato un periodo di riposo sessuale. Dopo la schiusa delle uova, le larve fuoriuscite nuotano liberamente per un periodo di circa 10-15 giorni e successivamente si stabiliscono sul fondo tramite l’attacco di un bisso ad una piccola roccia o ad un pezzo di guscio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  L’allevamento delle vongole viene praticato direttamente sul fondo e la prima fase è quella del reperimento del seme. Il sito scelto per iniziare l’allevamento delle vongole è costituito da un misto di sabbia e fango, anche se possono essere ottenuti buoni risultati su sedimenti completamente sabbiosi o fangosi a condizione che vi sia una buona ossigenazione, e il periodo ottimale per effettuare la semina è quello primaverile, quando la temperatura dell’acqua è superiore a 14°C e cominciano a manifestarsi le prime “fioriture” di microalghe.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La semina viene effettuata a spaglio in condizioni di bassa marea, in maniera da facilitare il lavoro e consentire di monitorare l’infossamento delle giovani vongole, che in genere avviene entro 5-15 minuti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La raccolta viene effettuata manualmente, con rastrelli a mano o rasche o con la rasca meccanica con fuoribordo, il rastrello vibrante, la draga turbosoffiante o la motorasca. Questi ultimi strumenti però causano danni al fondale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  In seguito alla raccolta il prodotto viene selezionato tramite l’utilizzo di setacci manuali o meccanici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le vongole sono disponibili durante tutto l’anno in commercio e la loro shelf-life, in presenza di condizioni esterne ottimali, appare piuttosto lunga rendendo questa specie molto gradita sul mercato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  In Italia la gran parte delle vongole allevate viene commercializzata come prodotto fresco.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Per pulire le vongole, innanzitutto fate una cernita delle vongole, eliminando quelle aperte o rotte, perchè essendo morte, potrebbero essere rischiose o comunque avere un cattivo sapore. Poi battete su di un piano o un tagliere ogni singola vongola, in modo da far perdere già un po’ di sabbia ed impurità. Ponetele in un colapasta poggiato su una ciotola (assicuratevi che non tocchi il fondo) e sciacquatele più volte sotto acqua corrente. Potete lasciarle a mollo per alcuni minuti, poi cambiare l’acqua più volte, fino a quando sul fondo della ciotola non ci saranno più residui di sabbia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Un altro metodo di pulizia è quello che prevede l’uso del sale: potete aggiungere il sale grosso alle vongole in ammollo in questo modo ricreerete una condizione simile all’acqua di mare e le vongole spurgheranno facilmente la sabbia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Lasciatele spurgare così per almeno 5-6 ore, controllando di tanto in tanto se rilasciano la sabbia, e in caso affermativo, scuotetele e cambiate l’acqua, almeno un paio di volte e comunque fino a quando non vedrete più tracce di sabbia. Una volta che le vongole saranno pulite, saranno pronte per essere cucinate. Per far aprire le vongole, è necessario metterle a cuocere in un tegame capiente; solitamente si usa insaporire con uno spicchio d’aglio e un filo d’olio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Se le vongole non vengono consumate subito, mettetele in un recipiente coperte con acqua fredda, oppure avvolte in un panno umido e riponetele in frigorifero sino al momento della preparazione. Si consiglia di utilizzarle in giornata o al massimo entro le 24 ore. Le vongole possono essere congelate previa cottura semplice, mettendole in un contenitore di vetro, con la loro acqua di cottura. Consumatele entro 2-3 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Quanto alle controindicazioni, è bene ricordare che le vongole sono molluschi filtratori e possono quindi essere veicolo di microrganismi patogeni per l’uomo: è consigliabile dunque acquistare solo vongole dalla provenienza sicura per scongiurare il rischio di contrarre malattie come salmonellosi, tifo, epatite A e colera (sebbene la cottura elimini la carica microbica, per ridurre al minimo il rischio di contagio è consigliabile comunque acquistare solo prodotti certificati e garantiti).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    È bene inoltre evitare di consumare il prodotto crudo. Ne è sconsigliato il consumo ai soggetti con problemi di colesterolo e pressione alta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Ad oggi non sono note interazioni tra il consumo di vongole e l’assunzione di farmaci o altre sostanze. Per chi soffre di epatite è però preferibile evitare il consumo di vongole crude e di altri molluschi crudi, come le ostriche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le vongole sono alimenti potenzialmente allergizzanti e se ne sconsiglia l’utilizzo sia in gravidanza che in allattamento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Cozze

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Famiglia: Mytilidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Genere: Mytilus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Specie: Mytilus spp.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le cozze o mitili sono molluschi bivalvi appartenenti alla famiglia delle Mytilidae, molto apprezzati fin dall’antichità e oggetto di intenso allevamento industriale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Esistono due specie mediterranee di elevato interesse economico: il Mytilus edulis, presente nel bacino occidentale e il Mytilus galloprovincialis, presente in quello orientale. Queste due specie differiscono tra loro in quanto il Mytilus galloprovincialis, rispetto al Mytilus edulis, presenta un colore esterno delle valve più scuro, la forma più appiattita della zona postero-dorsale della conchiglia ed il bordo esterno del mantello di colore violaceo anziché giallo-bruno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In Italia sono diffuse lungo tutte le coste della penisola, con particolare abbondanza nel Mare Adriatico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Con il Riconoscimento CE nel 2013 la “Cozza di Scardovari” ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta (DOP). La Cozza di Scardovari appartiene alla specie alloctona Mytilus galloprovincialis e viene prodotta con allevamenti su pali all’interno di un’area di 12 ettari data in concessione all’interno della Sacca degli Scardovari, vasto specchio d’acqua compreso tra le foci del Po di Gnocca e del Po delle Tolle (in provincia di Rovigo).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In mare aperto, al largo delle zone di Rosolina e Scardovari, viene allevata su un’estensione complessiva di 1600 ettari, in impianti galleggianti (off-shore) con sistemi di allevamento in sospensione (long-line).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La raccolta avviene dal momento in cui il prodotto raggiunge la taglia minima commercializzabile di 5 cm. Le fasi di depurazione, lavorazione e confezionamento devono essere svolti in impianti situati nel territorio (nelle 3 frazioni di Scardovari, Ca’ Mello e Santa Giulia del comune di Porto Tolle) poiché prevedono l’utilizzo di acqua della Sacca di Scardovari per mantenere le peculiarità derivate dall’ambiente di produzione, la vitalità, la freschezza e la qualità del prodotto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                    •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le cozze o mitili appartengono alla categoria dei molluschi, fonte di proteine nobili, indispensabili per il nostro organismo, e ricchi di acidi grassi a lunga catena della serie omega-3, essenziali per il corretto sviluppo del sistema celebrale e per la protezione di cuore e arterie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Come tutti i molluschi, sono già naturalmente ricche in sodio, per questo, quando si cucinano, non è necessario aggiungere ulteriore sale. Per quanto riguarda altri micronutrienti, le cozze sono molto ricche in selenio, utile per un corretto funzionamento del sistema immunitario.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Contengono molto ferro biodisponibile (assimilabile), quindi sono adatte a persone con anemia. La presenza di vitamina B e di minerali come iodio e magnesio consentono di combattere gli stati di affaticamento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Non sono da trascurare le proprietà di questo mollusco nei confronti del cuore. Il suo alto contenuto di potassio aiuta a controllare la pressione e la ritenzione idrica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      A causa della presenza del guscio, la parte edibile rappresenta solamente il 30% circa, per cui per soddisfare una porzione di pesce, che sarebbe di 150 g, bisognerebbe considerare ½ kg a persona di cozze. Per questo vi consigliamo di utilizzarle principalmente come antipasto o arricchimento proteico di primi piatti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • La cozza o mitilo è un mollusco dotato di conchiglia divisa in due parti (bivalve), tenute insieme da un meccanismo a cerniera. La singola valva ha forma ovale, allungata, squadrata e cuneiforme, con bordo appiattito ed arrotondato su un lato ed appuntito sull’altro. La superficie esterna della valva è formata da sottili cerchi radiali e concentrici, mentre all’interno è liscia. Il corpo è molle, rivestito completamente dai lobi del mantello. Il colore della conchiglia all’esterno è nero-violaceo, all’interno è madreperlaceo; il bordo del mantello è violaceo-purpureo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        I filamenti paralleli presenti hanno la funzione di filtrare il nutrimento, costituito prevalentemente da fitoplancton e materiale organico, dall’acqua mentre un’apposita ghiandola situata al centro del corpo permette la digestione del cibo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il manto è la porzione di tessuto localizzata strettamente a contatto del guscio e contiene i gameti (ovuli o spermatozoi). La fecondazione è esterna e le uova, una volta fecondate, evolvono allo stadio di larva trocofora e successivamente di veliger, che viene trasportato dalle correnti e dalle maree. Una volta raggiunta una lunghezza del guscio pari a 0,25 mm, essi si attaccano su substrati. Il mitilo vive generalmente attaccato a massi e scogliere, sia in ambiente marino che lagunare, grazie a una serie di filamenti secreti da una ghiandola, che vengono chiamati filamenti del bisso. Il bisso è un composto a base di cheratina, che solidifica a contatto con l’acqua. Essi riescono a muoversi con l’aiuto di un muscolo adattato alla funzione di locomozione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La mitilicoltura in Italia viene praticata principalmente attraverso tre sistemi di allevamento, su fondale, a pali fissi e a filari galleggianti o long-line, scelti in base alle caratteristiche ambientali e meteomarine dell’area di insediamento. Il sistema su fondale viene utilizzato soltanto nelle aree lagunari del delta padano e si basa sullo spostamento del prodotto di piccola taglia raccolto in natura in alcune zone predisposte e lì lasciato crescere fino al raggiungimento della taglia minima commerciale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il sistema a pali fissi utilizzato nelle zone lagunari o nei pressi di siti costieri riparati dalle mareggiate, consiste nella disposizione di pali in legno, cemento o metallo, a cui vengono appese le calze, ovvero reti tubolari in materiale plastico (polipropilene) contenenti i mitili. L’insieme della struttura e dei mitili è detto resta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il sistema a filari galleggianti o long-line è una struttura composta da due corpi morti di ancoraggio, posti a una distanza variabile da 100 a 200 metri, e collegati tra loro da uno o più cavi mantenuti in sospensione da una successione di galleggianti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le reste vengono vendute nel momento in cui i mitili raggiungono la taglia commerciale (50-70 mm di lunghezza) e vengono commercializzate come prodotto fresco (in confezioni chiuse di rete, sottovuoto o in atmosfera protettiva), come conservato (bollito e conservato in salamoia sterilizzato) e surgelato con o senza guscio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Per la Cozza di Scardovari DOP la semina e l’accrescimento del seme possono essere effettuate solo in vivai all’interno della Sacca di Scardovari e, ogni produttore posiziona le reste con il seme in acqua in modo da avere una densità di 5 -15 unità per m2. Le reste preparate vengono immerse in acqua ad una profondità di circa 1,5 m, sostenute da impalcature opportunamente sistemate per formare un vivaio. Il rinnovo delle reti per formare una resta avviene manualmente 2-4 volte nell’arco del periodo di accrescimento, in modo da diradare i mitili, ripulirli e selezionare le cozze differenziandole per dimensione per formare nuove reste.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La raccolta avviene manualmente dal momento in cui il prodotto raggiunge la taglia minima commercializzabile di 5 cm. Il prodotto viene sgranato e calibrato con l’ausilio di una macchina nelle tipiche “cavane”, casette su palafitte situate lungo l’arginatura della Sacca, e successivamente riposto in appositi sacchi ed identificato con un’etichetta che riporta il numero identificativo del produttore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Dai punti di sbarco il prodotto viene trasportato con mezzi adatti agli impianti di depurazione; la temperatura di trasporto deve essere mantenuta inferiore ai 20°C in modo da mantenere la vitalità del prodotto rendendo così efficace il successivo processo di depurazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il processo di depurazione è realizzato con un flusso d’acqua utilizzando l’acqua della Sacca di Scardovari depurata ad una temperatura inferiore ai 20°C. in seguito alla fase di depurazione il prodotto viene trasferito al confezionamento. Nel processo di confezionamento rientrano le seguenti operazioni: un sistema di lavaggio, un sistema di ispezione, controllo e eliminazione dei gusci vuoti e del materiale non idoneo, un sistema di pesatura e dosaggio del prodotto per ottenere i diversi formati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il prodotto confezionato viene posto in cella ad una temperatura compresa tra 2 e 8°C e viene avviato alla spedizione entro le 48 ore; durante il trasporto bisogna mantenere la corretta temperatura di conservazione del prodotto (tra i + 2 e i + 6 °C).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Prima di conservarle o utilizzarle per i vostri piatti, è fondamentale pulirle con cura e attenzione. Prima di tutto, controllate che le cozze siano fresche: dovranno avere i gusci ancora chiusi che non devono aprirsi facilmente al tatto; eliminate quelle con i gusci rotti o bucati e quelle aperte quindi procedete alla pulizia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Sistematele in una bacinella capiente e sciacquatele sotto acqua fredda corrente. Con il dorso della lama di un coltello o con una retina in metallo strofinate i gusci eliminando ogni incrostazione dai gusci quindi con un movimento deciso tirate via la barbetta (anche detta bisso) che fuoriesce dalla valve di ciascuna cozza. Se avete intenzione di conservarle, non dovrete aprirle ma, una volta pulite, lasciarle in ammollo per 30 minuti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Dopo aver pulito e asciugato le cozze, potete conservarle in frigo per un massimo di tre giorni, sistemandole in una zuppiera capiente o in un piatto fondo coperto con un panno da cucina bagnato e strizzato: in questo modo le cozze resteranno umide; il panno deve essere abbastanza stretto da impedire alle cozze di aprirsi, ma non troppo così da permettergli di “respirare”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Ponete la zuppiera con le cozze nel ripiano più basso del frigorifero, la parte in cui la temperatura è più bassa. Le cozze rilasceranno ogni giorno un po’ di liquido: controllate e fate attenzione a scolarlo una volta al giorno così che non si accumuli sul fondo della zuppiera o che scoli contaminando gli altri alimenti. Prima di utilizzarle, controllate che non abbiano un cattivo odore e che i gusci siano rimasti intatti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Surgelate mantengono le caratteristiche nutrizionali, le cozze difatti resistono bene alle basse temperature. Al contrario le alte temperature, ad esempio la frittura, inducono la perdita di alcuni nutrienti, che invece si preservano con le cotture a vapore o al forno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Non è vera la credenza che limone o aceto sono sufficienti ad eliminare potenziali microrganismi patogeni. Prima di consumare a crudo qualsiasi tipologia di pesce è sempre bene prevederne l’abbattimento termico, in ambito di ristorazione, oppure il congelamento per almeno 96 ore per il consumo casalingo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Non risultano interazioni fra il consumo di cozze e l’assunzione di farmaci o altre sostanze. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Datteri

                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Famiglia: Arecaceae (Palmae)

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Genere: Phoenix

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Specie: Phoenix dactylifera L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I datteri sono i frutti della palma da dattero (Phoenix dactylifera L.), specie originaria del Nordafrica. Le palme da dattero vengono coltivate nelle aree a clima caldo di tutti i continenti; le possiamo trovare infatti in Nordafrica, in Arabia, nel Golfo Persico, dove forma la caratteristica vegetazione delle oasi, nelle Canarie, nel Mediterraneo settentrionale e nella parte meridionale degli Stati Uniti. È presente anche in Italia dove viene impiegata anche come pianta ornamentale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Tra le varietà più coltivate ricordiamo: Majhool, Deglet noor, Ameri, Deri, Halawi e Zahidi, Berhi e Hiann.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            I datteri sono i frutti ricchi di fibre, utili a ridurre il colesterolo, a regolare l’intestino e proteggere dal cancro il colon. I tannini sono invece antinfettivi, antinfiammatori, antiossidanti e antiemorragici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Per le vitamine, buono è loro contenuto di vitamina A, che protegge la vista, la pelle e sembrerebbe essere utile nella prevenzione del tumore al polmone ed alla cavità orale. Beta carotene, luteina e zeaxantina potrebbero invece proteggere da tumori a prostata, seno, endometrio, polmone e pancreas. Le vitamine B sono importanti per il metabolismo, così come la vitamina K, che inoltre favorisce una buona coagulazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Fra i minerali buono è il contenuto di ferro, utile per il trasporto dell’ossigeno, di potassio, fondamentale per la salute cardiovascolare, di calcio, utile alle ossa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Oltre la ricchezza di fibra alimentare, di vitamine e sali minerali, i datteri sono composti da proteine ricche di aminoacidi essenziali, necessari per il corretto funzionamento del nostro organismo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • La palma da dattero presenta un tronco molto slanciato, alto fino a 30 m, coperto dai resti delle guaine delle foglie cadute. Le foglie sono riunite in un numero massimo di 20-30 a formare una corona apicale, sono pennate, lunghe fino a 6 m, di colore verde-glauco; le foglie in posizionate in alto sono ascendenti, quelle sul fondo ricurve verso il basso, con segmenti coriacei, lineari, rigidi e pungenti. È una pianta dioica, ovvero che possiede gli organi riproduttivi maschili su una pianta e quelli femminili su un’altra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              I fiori sono unisessuali, piccoli, di colore biancastro, fragranti, riuniti e fortemente ricurvi per il peso dei frutti. I frutti sono noti come datteri e sono bacche oblunghe, di colore arancione scuro a maturità, lunghe fino a 5 cm nelle varietà coltivate, con polpa zuccherina, contenenti un seme di consistenza legnosa. I frutti, perché giungano a completa maturazione richiedono temperature piuttosto elevate (40°C).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La palma da dattaro è sensibile al freddo, necessita di clima mite, richiede una notevole disponibilità di acqua, che in coltura viene fornita anche per irrigazione, e cresce bene su terreni di qualsiasi natura. Viene coltivata all’aperto in posizioni esposte al sole ed è molto importante la potatura delle foglie vecchie per evitare l’insorgere di malattie e attacchi ad opera di parassiti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La moltiplicazione avviene per polloni o per semina in primavera. La produzione dei primi frutti si ha tra il 6° e il 7° anno d’età. La raccolta dei datteri avviene tagliando interamente il grappolo a cui segue un trattamento per proteggere la pianta dall’attacco d’insetti dannosi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              In seguito alla raccolta quasi tutti i datteri vengono fatti seccare al sole; in questo modo si ha un aumento della concentrazione degli zuccheri diventando così più dolci. Tale tecnica permette di conservarli più a lungo rendendoli disponibili sul mercato tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Alcune varietà invece, come la Berhi e la Hiann, vengono commercializzate fresche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              I datteri secchi si distinguono da quelli freschi in quanto i primi sono più scuri, grinzi e di forma oblunga irregolare, mentre quelli freschi sono lisci e perfettamente cilindrici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La palma da dattero inoltre viene utilizzata anche come pianta ornamentale per via del suo portamento slanciato e del fogliame.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • I datteri possono essere trovati sia freschi che essiccati, ma non devono essere mangiati in quantità eccessive considerando il loro elevato apporto calorico. Generalmente vengono consumati durante le festività natalizie, ma è bene evitare di accompagnarli a creme di mascarpone o formaggi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                I datteri sono ottimi per preparare un decotto dolce e delicato, utile per lenire i sintomi infiammatori dell’apparato gastrointestinale, piuttosto comuni durante le feste natalizie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Se intendi mangiarli entro pochi giorni, puoi tenerli a temperatura ambiente all’interno di un contenitore chiuso. Se invece vuoi che durino a lungo, mettili nel frigorifero: si conserveranno anche per un anno. Se li hai comprati in grande quantità o se sai già che non li userai prima di alcuni mesi, puoi metterli nel congelatore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’allergia ai datteri è rara. Sono però possibili reazioni crociate con i pollini della famiglia delle betulle.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                I datteri possono interferire con i diuretici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Prugne o susine

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Famiglia: Rosaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Genere: Prunus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Specie: Prunus spp.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le prugne o susine sono i frutti della specie appartenente alla famiglia delle Rosaceae. Esistono numerose specie di Prunus, originarie di luoghi diversi. Le diverse specie sono raggruppate in tre categorie:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                1) Specie asiatico-europee, con i seguenti gruppi:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                susini europei (Prunus domestica) a cui appartengono tutte le cultivar europee facenti capo ai tipi delle Regine Claudie, Prugne Vere, Goccie d’Oro, Diamantine Blu e Lombarde;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                susini siriaci (Prunus insititia) che comprendono i gruppi delle Damaschine ovali, Damaschine sferiche, Mirabelle, Sangiuliane;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                mirabolani (Prunus cerasifera), specie spontanea dell’Asia Minore;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                – altre specie: appartengono a questo gruppo delle specie selvatiche utilizzate sia per la coltura che come materiale per il miglioramento genetico (Prunus spinosa, prunus cocomilia, ecc.).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                2) Susini cino-giapponesi, con i seguenti gruppi:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                giapponese puro (Prunus salicina): specie originaria dell’Estremo Oriente, probabilmente della Cina;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                – cino-giapponesi di minor interesse (Prunus simonii);

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                – altre specie: vi appartengono specie di minor interesse, quali il Prunus platysepala, Prunus bokhariensis, originario dell’India orientale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                3) Susini americani:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                susini di scarso interesse con diversi gruppi tra i quali: americane pure (Prunus americana), nigra (Prunus nigra), Van Buren (Prunus americana mollis) ecc.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In particolare la prugna è il frutto dell’albero Prunus Domestica (susino Europeo), originario della penisola caucasica. Ha una forma allungata, ovale, polpa dolce e succosa e, a seconda della varietà assume un colore della buccia diverso. Fresche sono presenti in estate e autunno, essiccate durante tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La susina invece è il frutto dell’albero Prunus Salicina (susino Cino-Giapponese), originario dell’estremo oriente. Ha una forma tondeggiante, una polpa morbida e succosa che fatica a staccarsi dal nocciolo e presenta un colore giallo-rosa. Solitamente viene consumata fresca.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In commercio si trova anche la Susina di Dro che, con il Riconoscimento CE del 2011, è stata riconosciuta come DOP (Denominazione di Origine Protetta). Tale riconoscimento designa il frutto fresco della cultivar locale Prugna di Dro (o Prugna Nera di Dro), comunemente detta Susina di Dro, coltivata nella Provincia Autonoma di Trento corrispondente alla porzione di bacino idrografico del fiume Sarca. Presenta una buccia di colore da rosso-violaceo a blu-viola scuro, con presenza di patina pruinosa, a volte con piccole superfici verdastre; una polpa di colore giallo o verde-giallo e la DOP “Susina di Dro” si distingue per un delicato gusto dolceacidulo- aromatico e per la gradevole consistenza pastosa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In generale è una pianta che viene coltivata in tutto il mondo. Gli Stati Uniti oggi sono fra i principali produttori e in Italia si ritrova principalmente in Emilia Romagna, Campania e in Trentino per quanto riguarda la produzione di Susina Dro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Come per tutta la frutta in generale, anche le prugne e le susine hanno un contenuto di acqua elevato, che arriva fino al 90% della parte edibile. La restante parte è composta principalmente da zuccheri. Buono è anche il quantitativo di fibra alimentare, noto soprattutto per le prugne, famose per il suolo risolutivo di quadri di stitichezza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Ma non è solo merito delle fibre, infatti contengono anche un particolare tipo di zucchero che non viene quasi per nulla intaccato dai processi digestivi ed è quindi libero di arrivare intatto all’intestino, il sorbitolo. Lì per osmosi inizia a trattenere e richiamare acqua, rendendo le feci di consistenza morbida e facilitando perciò l’evacuazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  A livello di minerali, buono è il quantitativo di potassio, fondamentale per riequilibrare il sodio derivante della dieta, mentre tra le vitamine spicca la vitamina C, che aiuta l’organismo ad assorbire il ferro e supporta il buon funzionamento delle difese immunitarie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Esistono diverse varietà di prugne, come la California blu Americana o la Sangue di Drago Cino-Giapponese, che apportano ulteriori benefici al sistema cardiovascolare. Le antocianine, oltre ad essere le responsabili dei pigmenti rosso, blu o viola, sono anche in grado di abbassare il colesterolo cattivo (LDL) ed aumentare l’elasticità dei vasi sanguigni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Infine, il consumo di prugne secche della California è stato associato a benefici per la salute delle ossa, soprattutto in termini di prevenzione dell’osteoporosi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • I susini europei sono a fioritura tardiva (il che consente una maggiore resistenza al freddo), con 1-2 fiori per gemma, mentre i susini cino-giapponesi sono più precoci e hanno 2-3 fiori per gemma; l’impollinazione è entomofila ed anemofila.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La propagazione avviene per seme, talea, margotta. Le forme di allevamento possono essere in vaso basso, palmetta irregolare e palmetta libera.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Durante la coltivazione è fondamentale l’irrigazione e gli interventi di potatura servono come opera di contenimento delle dimensioni della pianta o per l’eliminazione di rami soprannumerari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La raccolta copre un periodo ampio, da giugno ad ottobre, perciò possono essere eseguite anche cinque raccolte. Per capire se il frutto è maturo si fa riferimento al grado rifrattometrico, alla resistenza della polpa (misurata col penetrometro), al rapporto solidi solubili/acidità totale e alla variazione del colore di fondo della buccia. La prima raccolta è sempre la migliore, mentre la terza dà frutti di seconda qualità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Per poter eseguire l’essiccazione la raccolta va ritardata e viene effettuata con unico passaggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    All’atto dell’immissione al consumo i frutti freschi devono essere interi, di aspetto fresco e sano, puliti, privi di sostanze ed odori estranei, di forma ovale, moderatamente allungata, con polpa compatta, ricoperti dalla caratteristica pruina biancastra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La conservazione in frigorifero delle susine può essere solo di breve durata in quanto questi frutti mal sopportano i trattamenti termici di conservazione essendo facilmente soggetti all’imbrunimento della polpa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In Italia la stagione delle susine è tipo del periodo estivo, da giugno a settembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Per quanto riguarda la Susina di Dro DOP, le produzioni non possono superare le 78 t/ha e, il controllo del carico produttivo viene eseguito attraverso operazioni di potatura che vengono effettuate manualmente tra ottobre e marzo. La raccolta viene effettuata esclusivamente a mano nei mesi di luglio, agosto e settembre, rispettando la scalarità di maturazione tipica dei diversi microclimi vallivi e collinari e delle varietà. Il confezionamento deve avvenire nella zona di produzione per evitare deterioramenti dei frutti e ammuffimenti della massa, inoltre una rapida chiusura della filiera influisce positivamente sul mantenimento del caratteristico strato di pruina che ricopre i frutti. Vengono eseguiti anche dei controlli sulla conformità del prodotto e, sulle confezioni di vendita del prodotto, dovrà apparire la dicitura DOP “Susina di Dro” con il relativo logo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • Per acquistare le prugne più dolci bisogna controllare che la buccia sia di colore rosso-viola, liscia, priva di grinze e che non siano presenti tagli o ammaccature. Potete anche sceglierle acerbe, come nel caso delle susine gialle, magari continuando a farle maturare in casa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      A temperatura ambiente però, non in frigo, possibilmente lontane dal sole e distribuite equamente in un cesto da frutta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Solo le prugne ben maturate e in salute possono essere conservate al freddo: riponetele su un piatto o in un sacchetto aperto, e lasciatele sopra uno dei ripiani del vostro frigorifero. La loro vita si allunga fino a quasi un mese.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Che siano conservate al naturale o in frigo, il consiglio è di consumare sempre le prugne il più fresche possibile, per assaporare al meglio il frutto e beneficiare delle sue proprietà.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Ma esistono anche alcuni metodi semplici ed efficaci che garantiscono una vita ancora più lunga alle nostre susine come le prugne sciroppate o le prugne secche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le prugne potrebbero interferire con l’azione degli ossazolidinoni, come il linezolid, e con quella dei diuretici. Le prugne sono fonte di ossalati, molecole che possono promuovere la formazione di calcoli.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Igwe EO and Charlton KE (2016) “A Systematic Review on the Health Effects of Plums (Prunus domestica and Prunus salicina).”, Phytotherapy Research;30(5):701-31.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Williamson G. (2017) “The role of polyphenols in modern nutrition.”, Nutrition Bulletin; 42(3):226-235.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Melone

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Cucurbitaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Genere: Cucumis

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Specie: Cucumis melo L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il melone è un frutto rotondeggiante, dolce e profumato originario dell’Africa che ad oggi è diffuso in tutto il mondo. Attualmente i principali produttori di meloni sono la Turchia, l’Iran e l’Egitto; in Italia viene coltivato su circa 23.000 ettari in pieno campo, in coltura semi-forzata o in serra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Si distinguono tre diverse varietà di melone in base alle caratteristiche del frutto. I meloni cantalupi hanno frutti sono globosi, con buccia liscia o leggermente verrucosa, di colore verde-grigio, con solchi ben marcati; presentano una polpa dal colore aranciato o salmone e sono molto profumati. I meloni cantalupi sono precoci, di media pezzatura (peso da 0,6 a 1,5 Kg) e poco serbevoli, ovvero che non si conservano bene a lungo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        I meloni retati hanno frutti ovali o tondeggianti, con buccia fittamente reticolata, e con costolatura mancante o poco marcata; la polpa è di colore verde-giallo o arancione, molto profumata; il peso dei frutti oscilla da 1 a 2,5 Kg e la serbevolezza è scarsa. I meloni retati sono conosciuti anche come meloni americani in quanto molte varietà di questo tipo provengono dagli Sati Uniti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        I meloni da inverno hanno frutti lisci e senza costole di colore giallo o verde scuro, con polpa bianca, verde chiaro o gialla, dolce e poco profumata. Questi meloni hanno frutti di medie e grandi dimensioni (peso da 1,5 a 4 Kg) e sono coltivati principalmente nelle regioni meridionali dove l’ambiente caldo e secco favorisce la dolcezza e la serbevolezza dei frutti (possono essere infatti conservati per molti mesi, fino all’inverno).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Il melone è un frutto che contiene una buona componente di acqua e la restante parte è costituita prevalentemente da zuccheri semplici. Poca è la fibra alimentare presente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Per i minerali quello più presente è il potassio, che regola il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori dalle cellule, ed è fondamentale per la normale funzione del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso. Inserire nella dieta alimenti ad alto contenuto di potassio e basso di sodio aiuta a mantenere un corretto equilibrio tra questi due minerali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il melone è anche fonte di vitamina C, con azione antiossidante, e vitamina A, sotto forma del suo principale precursore, il beta carotene.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il consumo del melone è stato associato a un minor rischio di sindrome metabolica, una condizione pericolosa per la salute caratterizzata da un insieme di problematiche, tra cui possono per esempio essere inclusi livelli elevati di lipidi nel sangue, iperglicemia, pressione alta e sovrappeso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Inoltre è stato dimostrato che i fitonutrienti presenti nel melone possono migliorare il metabolismo dell’insulina e degli zuccheri nel sangue e che potrebbero, in caso di diabete, aiutare a ridurre lo stress ossidativo e a migliorare la resistenza all’insulina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Il melone è una pianta annuale costituita da un fusto principale strisciante che si ramifica e con radici molto sviluppate in superficie, che possono scendere di molto anche in profondità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La pianta di melone è di norma monoica, ovvero prima si sviluppano fiori maschili e successivamente quelli femminili (anche se non sono rari tipi andromonoici con fiori maschili e fiori ermafroditi). Le foglie sono arrotondate, reniformi o divise in lobi, ruvide al tatto. Il frutto è un peponide di notevoli dimensioni e peso (1-4 Kg) costituito da una parte esterna o buccia (epicarpo) saldata a una parte intermedia (mesocarpo) carnosa, che rappresenta la parte edibile, al cui interno si forma una cavità riempita da un massa spugnosa e flaccida nella quale sono inseriti numerosi semi. I semi si presentano allungati, appuntiti a un’estremità, bianchi e di peso variabile da 20 a 70 mg.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il melone, per essere coltivato, esige alte temperature, teme l’eccessiva umidità e richiede un terreno profondo e perfettamente drenato (l’irrigazione avviene a pioggia, a solchi, a goccia o con manichette forate disposte sotto la pacciamatura). Inoltre, per quanto riguarda l’avvicendamento, la coltura del melone non può tornare su un terreno prima che siano passati diversi anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La coltivazione del melone avviene in pieno campo, in coltura semi-forzata o in serra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La semina viene effettuata in primavera avanzata (aprile-maggio) quando la temperatura ha raggiunto i 14-15°C. Nella coltura in serra le piantine vengono posizionate molto vicine in quanto non vengono lasciate strisciare a terra ma sono allevate in verticale mediante fili o reti in modo da sfruttare meglio lo spazio disponibile.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La semina in campo in pien’aria è il sistema più diffuso e si realizza con la pacciamatura di film plastico steso a terra, invece la coltura del melone pacciamata e semi-forzata si realizza con la pacciamatura e con piccoli tunnel che ricoprono ogni fila di piante. L’obiettivo di questa tecnica colturale è quello di anticipare l’impianto di 20-30 giorni e la maturazione dei frutti di 10-20 giorni. Questi sistemi di forzatura vengono maggiormente utilizzati nel Centro-Nord Italia e utilizzano piantine allevate in fitocelle e trapiantate attraverso i fori aperti sul film plastico della pacciamatura per la realizzazione dell’impianto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La raccolta inizia 90-110 giorni dopo la semina e prosegue scalarmene per 15-30 giorni. I meloni vanno raccolti ad uno stadio di sviluppo ben preciso in quanto un ritardo compromette la serbevolezza, un anticipo compromette la qualità (almeno 10% di contenuto zuccherino); i segni visibili della maturazione sono ad esempio il distacco del peduncolo dal frutto (in certe varietà retate), la comparsa di screpolature concentriche intorno al peduncolo, la scomparsa della peluria dal peduncolo, ecc.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Le produzioni di frutti commerciabili sono di 20-35 t/ha in pien’aria, di 30-40 t/ha in quelle semi-forzata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            I frutti raccolti nelle ore calde dovrebbero essere prerefrigerati con acqua fredda. Per le varietà cantalupo e retato la conservazione è superflua perché sono destinati al consumo immediato, anche se potrebbero essere conservati per 10-15 giorni a 2-5 °C con umidità relativa del 90-95%; per i meloni da inverno la conservazione arriva fino ai 5 mesi a 7-10°C e con 85-90% d’umidità relativa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La stagionalità del melone riguarda il periodo estivo, da maggio a settembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Il gusto dolce e, al tempo stesso, particolare del melone lo ha portato ad essere anche inserito in insalate e ricette salate. È ideale da consumare come spuntino, come dopo pasto, ma anche per la preparazione di antipasti, dolci e gelati per stimolare l’appetito e rinfrescare la bocca.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Per esempio potete sfruttarlo negli aperitivi. Potete anche congelare il melone già aperto: scavate nella polpa con l’apposito strumento e formate delle palline. Congelatele negli stampi del ghiaccio con un po’ di acqua e qualche fogliolina di menta, e utilizzatelo per i vostri aperitivi. Una volta congelato potrete conservarlo per tutta l’estate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Quando acquistate il melone, sceglietelo sempre di stagione: esistono infatti varietà estive e invernali. Riguardo alla scelta al momento dell’acquisto, controllate la consistenza e il profumo: battete la buccia con la mano e, se avvertite un suono sordo, allora il frutto è maturo al punto giusto, se rimbomba, è ancora acerbo. Il profumo poi non deve essere troppo intenso, altrimenti vuol dire che il melone è troppo maturo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il melone appena acquistato può essere conservato intero in luogo fresco o in frigo, in base alle esigenze di consumo. Se dovete consumarlo in giornata o, al massimo, il giorno seguente, potete conservarlo in dispensa o comunque in un luogo fresco e asciutto: meglio evitare balconi e terrazze. Se invece è ancora acerbo, mettetelo nel cestino della frutta, così da farlo maturare in fretta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              In alternativa potete conservarlo in frigo: avvolgetelo nella pellicola trasparente, sigillatelo in un sacchetto frigo e mettetelo nel cassetto della frutta. In questo modo non si propagheranno cattivi odori: consumatelo comunque entro una settimana a non meno di 5°C. Tiratelo fuori dal frigo almeno mezz’ora prima di gustarlo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il melone potrebbe interferire con l’azione dei diuretici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Carillon J et al. (2016) “Dietary supplementation with a specific melon concentrate reverses vascular dysfunction induced by cafeteria diet.”, Food & Nutrition Research;60:32729.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Egoumenides L et al. (2018) “A Specific Melon Concentrate Exhibits Photoprotective Effects from Antioxidant Activity in Healthy Adults”, Nutrients; 10(4), 437.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Orata

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Famiglia: Sparidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Genere: Sparus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Specie: Sparus aurata L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’orata è un pesce di mare appartenente alla famiglia degli Sparidi, con un corpo di forma ovale, testa robusta e occhi piccoli. È presente nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale. È un pesce che può raggiungere una lunghezza di 70 cm e un peso superiore ai 5 kg; può arrivare a vivere anche venti anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’orata è la specie che viene più comunemente allevata nell’area Mediterranea e la Grecia è il maggior produttore europeo. In Italia le regioni che dove si registrano le maggiori produzioni di orata sono Toscana, Puglia e Sicilia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’orata che si trova in commercio proviene dalle attività di pesca in mare aperto o dagli allevamenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • L’orata è un pesce bianco dal limitato potere calorico, ricco in proteine e grassi insaturi, nonostante il quantitativo sia inferiore se paragonata al pesce azzurro.  Gli acidi grassi omega 3, vi ricordiamo, sono fondamentali per proteggere la salute cardiovascolare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Per quanto riguarda i minerali il calcio e il fosforo sono i più concentrati, fondamentali per lo sviluppo e per la salute delle ossa e dei denti, buono è anche il contenuto di iodio, essenziale per le funzioni regolate dagli ormoni tiroidei, e di ferro, componente dell’emoglobina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • L’orata ha un corpo arrotondato con testa robusta e occhi piccoli; in mezzo ad essi presenta una fascia nera ed una dorata, che scompare dopo la morte. Nella parte anteriore della mascella possiede da 4 a 6 denti simili ai canini e posteriormente denti progressivamente meno affilati, fino a quelli di tipo molariforme.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La tonalità della colorazione viene influita dall’ambiente circostante in cui vive; il dorso dell’orata è di color grigio-azzurro, i fianchi sono argentati e percorsi da linee longitudinali grigiastre, mentre il ventre è bianco. L’opercolo branchiale ha il margine rossastro, mentre la pinna dorsale presenta sfumature azzurrognole e quella caudale grigio-verdastre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’orata vive nelle vicinanze delle coste con fondali rocciosi o arenosi in acque non troppo profonde (al massimo 40 metri di profondità) e purché la temperatura dell’acqua non sia inferiore ai 4°C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    È un pesce che da giovane vive in branchi e, con il passare degli anni, tende a diventare solitario. È una specie abitudinaria che si riproduce in inverno (le orate nascono da ottobre a dicembre in alto mare), mentre nei mesi caldi (quando sono diventate forme giovanili) si avvicina alle coste ed entra anche in lagune salmastre per via della maggiore presenza di cibo. Verso la fine dell’autunno le orate tornano verso il mare aperto dove generalmente scelgono come habitat i fondali rocciosi o caratterizzati dalla presenza di praterie di Posidonia oceanica. L’orata si nutre prevalentemente di molluschi ed organismi bentonici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    È una specie ermafrodita proterandra, ovvero tutti gli esemplari che nascono sono maschi, per poi subire un cambio di sesso sopra una certa dimensione con l’età, diventando a tutti gli effetti femmine. La maturità sessuale viene raggiunta a 2 anni (20-30cm) dai maschi, mentre la maturazione delle gonadi avviene a 2-3 anni (33-40 cm) per le femmine; le femmine possono deporre da 20.000 ad 80.000 uova al giorno, per un periodo di durata superiore ai 4 mesi. In condizioni di cattività l’inversione sessuale viene condizionata dalle condizioni sociali e da fattori ormonali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Esistono diverse modalità di allevamento dell’orata: allevamento estensivo, all’interno di lagune o bacini di acqua salata, allevamento semiintensivo, all’interno delle lagune in alcune zone che vengono delimitate con delle reti, o allevamento intensivo, all’interno delle vasche a terra o nelle gabbie a mare. In particolare la “vallicoltura” è una tipologia di allevamento estensivo praticata nelle lagune dell’Alto Adriatico, che si basa sulla cattura delle forme giovanili che migrano dal mare alle lagune.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Gli avannotti (o larve) riassorbono il sacco vitellino (alimentazione endogena) dopo 3-4 giorni dalla schiusa e vengono poi alimentate con organismi vivi fino a 25-35 giorni dalla schiusa, periodo nel quale avviene la metamorfosi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    I giovanili di circa 45 giorni di età vengono trasferiti all’interno di vasche più grandi, dove la temperatura dell’acqua è di 18°C, in cui avviene la fase di svezzamento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Nell’allevamento estensivo i giovanili, che vengono catturati durante la migrazione dal mare alla laguna attraverso un sistema di trappole, vengono sottoposti alla fase di ingrasso utilizzando gli avannotti pescati o l’”impesciamento”, tipologia di semina che viene effettuata con materiale proveniente dalle avannotterie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Nell’allevamento semintensivo i giovanili introdotti, per accorciare i tempi di allevamento e ridurre la mortalità, a volte vengono precedentemente sottoposti alla fase di pre-ingrasso negli impianti di tipo intensivo. In questo tipo di allevamenti è frequente la pratica di fertilizzazione delle acque di allevamento e, in alcuni casi, il cibo naturalmente presente viene integrato con la somministrazione di mangime artificiale ed aggiunta di ossigeno in acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Nell’allevamento intensivo (ad oggi tecnologia produttiva più utilizzata per questa specie) le orate generalmente vengono allevate in vasche di calcestruzzo oppure in vasche scavate a terra ed impermeabilizzate con teli di PVC. L’orata allevata alle temperature ottimali (18-26°C) raggiunge i 400 g in 10- 12 mesi, ma si adatta bene anche a temperature fino a 32-34°C, mentre tollera poco le basse temperature e non resiste a temperature inferiori di 4°C. Recentemente si sta sviluppando l’allevamento all’interno di gabbie installate in mare, in strutture che possono essere galleggianti, semisommerse o sommerse e di varie dimensioni a seconda del luogo nel quale vengono posizionate; l’allevamento in gabbia, rispetto a quello tradizionale a terra, permette un notevole risparmio energetico in quanto non è necessario l’utilizzo di pompe per l’approvvigionamento dell’acqua né di filtri per il trattamento delle acque reflue anche se la crescita degli esemplari risulta rallentata rispetto a quella dell’allevamento in vasche, in quanto la temperatura dell’acqua non può essere modificata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’alimentazione delle orate viene effettuata tramite l’utilizzo di distributori automatici di mangime oppure a mano, soprattutto nel caso degli animali più grandi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’orata è disponibile sul mercato tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • L’orata è fresca quando si presenta con colore vivo, con carne compatta e soda; le squame devono essere ben attaccate al corpo. Per pulire l’orata si procede eliminando dapprima le squame partendo dalla coda utilizzando un coltello o lo squamatore, poi si devono togliere le interiora incidendo lo stomaco partendo dalla coda verso la testa, infine si tolgono le branchie e la pelle con un coltello affilato. La pelle può essere lasciata in base alle proprie preferenze.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Per conservarla appena acquistata deve essere eviscerata e lavata accuratamente sotto acqua corrente. Conservarla in frigorifero, ben coperta da pellicola alimentare o chiusa in un sacchetto freezer, per 1 o 2 giorni al massimo. Se è molto fresca, è possibile anche congelarla, a -18°C, in appositi sacchetti ben chiusi, avendo l’accortezza di eliminare quanta più aria possibile. Si può così conservare 3 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Quando si consuma il pesce, non si dovrebbe aggiungere sale viste le quote già presenti di sodio. L’orata si presta molto ad essere cucinata al cartoccio, dove la sua pancia una volta eviscerata viene riempita con aglio e aromi a piacere e poi cotta in forno avvolta in un cartoccio che può essere di carta stagnola o carta forno. Con questa cottura il pesce conserva inalterato il suo sapore e la sua morbidezza. Si usa portare a tavola l’intero cartoccio e sfilettare il pesce al momento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Unica cosa a cui prestare molta attenzione è la cottura. La temperatura ottimale del forno dovrebbe essere tra i 200 e i 220° C. Il tempo varia ovviamente in base alla pezzatura del pesce.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      È sempre bene consumare l’orata dopo averla cucinata: il calore infatti annienta eventuali sostanze tossiche, come per esempio Anisakis, un parassita molto diffuso. È importante sapere che una normativa europea (Regolamento CE 853/2004, sulla «Vendita e somministrazione di preparazioni gastronomiche contenenti prodotti della pesca destinati ad essere consumati crudi o praticamente crudi») obbliga chi vende o somministra pesce fresco a congelarlo a 20 gradi per almeno 24 ore. Pertanto, prima di consumarlo crudo, è bene informarsi se sia stato effettuato il congelamento preventivo. A casa invece, è bene congelare l’orata per almeno 96 ore a -18°C in un congelatore a tre o più stelle, prima di consumarla cruda.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Cocomero o Anguria

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Famiglia: Cucurbitaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Genere: Citrullus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Specie: Citrullus lanatus (Thunb.) Matsum e Nakai

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il cocomero è il frutto del Cocos nucifera, una specie appartenente alla famiglia delle Cucurbitaceae; è conosciuto anche come anguria, nelle regioni padane, o melone d’acqua, in quelle meridionali. La pianta è originaria dell’Africa tropicale e ad oggi è diffusa in tutto il mondo, sia nella fascia tropicale che in quella temperata-calda. Attualmente il principale produttore a livello mondiale è la Cina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In commercio esistono diverse varietà di cocomero: la Crimson sweet (medioprecoce con frutti di grossezza media), la Sugar baby (ibrida F1 precoce), la Charleston gray 133 (a frutto oblungo, tardiva), la Blue Belle (Ibrido F1 rotonda e molto produttiva), l’imperial (Ibrido F1 rotonda, precoce), la Florida Giant, La Blue Ribbon, la Ashai Miyako (Ibrido F1 precoce con frutto rotondo).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Il cocomero è il frutto con maggior contenuto di acqua, molto consumato in estate per reidratare l’organismo e con proprietà diuretiche. Buono è anche il suo contenuto in fibra alimentare, che gli dona un modesto potere saziante.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        A livello di minerali, buono è il suo quantitativo in potassio, che regola il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori dalle cellule, ed è fondamentale per la normale funzione del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso. Un buon apporto alimentare è associato alla riduzione della pressione negli ipertesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        L’anguria contribuisce anche alla quota di antiossidanti derivanti dalla nutrizione, grazie al suo contenuto in vitamina C, licopene e beta-carotene, che aiutano la proliferazione di radicali liberi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Insieme ai pomodori, il cocomero è uno dei frutti a più elevato contenuto di licopene, carotenoide dalle proprietà benefiche nei confronti dell’apparato cardiovascolare e, secondo alcune più recenti ricerche, delle ossa. Inoltre questo frutto è fonte di citrullina, un aminoacido che una volta nell’organismo viene convertito ad arginina; quest’ultima può promuovere la buona salute cardiovascolare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Il cocomero è il frutto di una pianta erbacea annuale costituita da uno stelo che rapidamente si ramifica in altri steli striscianti sul terreno, lunghi fino ad alcuni metri, muniti di viticci. Le foglie sono grandi, spicciolate, di colore verde grigiastro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I fiori maschili (solitamente la pianta di cocomero è monoica, ossia porta fiori maschili e femminili separati) compaiono per primi e superano in numero quelli femminili in un rapporto di 7:1, l’impollinazione è entomofila (api) e l’allogamia è la regola, dopo 40-50 giorni dalla fecondazione i frutti raggiungono la maturazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il frutto è un peponide in cui epicarpo, mesocarpo ed endocarpo sono un tutt’uno, che si presenta esternamente liscio e coriaceo, e internamente pieno di polpa in cui sono immersi numerosi semi appiattiti del peso di 35-100 mg. L’aspetto, la forma e le dimensioni dei frutti sono variabili a seconda della varietà e delle condizioni di coltura: il peso di un frutto varia da 2 a 15 Kg, la forma può essere sferica o allungata, il colore esterno verde-chiaro, verde scuro o con striature dei due colori, la polpa è generalmente rossa, ma esistono anche tipi a polpa gialla o bianca.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il cocomero richiede una temperatura minima di germinazione di 15°C e per questo motivo deve essere seminato in primavera avanzata, aprile-maggio, per poter essere raccolto in estate. Inoltre, vista la scarsa piovosità durante la stagione di crescita, l’irrigazione è quasi sempre indispensabile e i terreni più adatti sono quelli profondi e sciolti. Il cocomero è una coltura da rinnovo ma non deve ritornare sullo stesso terreno prima di 4-5 anni per ridurre i rischi d’attacchi parassitari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          L’impianto si fa con semina diretta in campo, metodo adottato sia per la coltura in pien’aria che per quella forzata, o con trapianto di piantine allevate in fitocella, solo per la coltura forzata. Solitamente vengono lasciati 2-3 m tra le file e 1,5-2 m tra le postarelle.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I frutti una volta maturi presentano il disseccamento del peduncolo e del cirro che lo accompagna, suono cupo e sordo alla percussione, scomparsa totale della pruina che ricopre il frutto immaturo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La raccolta è eseguita a mano ponendo particolare attenzione per evitare ferite o abrasioni che comprometterebbero la conservabilità del frutto. Le produzioni variano da 30 a 50 t/ha in funzione dell’ambiente, della cultivar, della tecnica colturale seguita.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La conservazione dei frutti maturi una volta raccolti è limitata nel tempo: resistono infatti per 15 giorni a 15°C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          In Italia la stagione del cocomero è nel periodo estivo nei mesi di luglio e agosto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Vi consigliamo come prima cosa di comprarlo di stagione, scegliendolo intero. I cocomeri maschio sono più allungati e acquosi, mentre le femmine sono più tondi e dolci. La buccia deve essere scura e opaca: se è verde e lucida il frutto non è maturo. Le striature devono essere ravvicinate e ben definite: verde scuro anziché verde pallido, e color crema anziché giallino.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            A parità di dimensioni, scegliete quello più pesante: ha una maggiore quantità d’acqua ed è più dolce. Potete tagliarlo a palline scavandolo con la paletta del gelato, o in rondelle sottilissime da usare come carpaccio, ma il taglio più comodo resta in spicchi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Per tagliarlo a spicchi vi consigliamo prima di lavare la buccia per togliere eventuali batteri, asciugarlo e metterlo su un tagliere.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Tenete fermo il cocomero con una mano e con l’altra tagliate le due estremità fino a far comparire il rosso della polpa. Ora appoggiate il cocomero su una estremità e formate una base stabile. Poi tagliate il frutto in quattro quarti nel senso della larghezza e tagliate poi ogni quarto in spicchi larghi 2-3 centimetri alla buccia

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il cocomero è sempre più spesso usato in piatti salati, per creare un po’ di contrasto di sapore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Non sono noti rischi specifici associati al consumo alimentare di cocomero, che è considerato un frutto poco allergenico e che secondo la Shopper’s Guide to Pesticides 2015 dell’Environmental Working Group non è incluso nell’elenco dei prodotti più a rischio di contaminazione da pesticidi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Hong MY et al. (2015) “Watermelon consumption improves inflammation and antioxidant capacity in rats fed an atherogenic diet.”, Nutrition Research ;35(3):251-8.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Mordente A et al. (2011) “Lycopene and cardiovascular diseases: an update”, Current Medicinal Chemistry ;18(8):1146-63.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Pesce spada

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Xiphiidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Xiphias

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Xiphias gladius

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il pesce spada è un pesce di mare il cui nome deriva dal prolungamento della mascella superiore in un rostro osseo simile a una spada. È presente nelle acque tropicali e temperate di tutti gli oceani, ma si trova anche nel Mar Nero, nel Mar Mediterraneo, nel Mar di Marmara e nel Mare d’Azov.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le sue carni sono poco grasse, sode, saporite e il suo sapore è delicato. È regolarmente presente sui mercati e viene commercializzato intero od a tranci, fresco, congelato o affumicato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il pesce spada è un pesce di grossa taglia, e andrebbe preferito con meno frequenza rispetto a quelli di piccola taglia. Generalmente questi pesci accumulano più facilmente mercurio rispetto ai più piccoli, tuttavia se consumanti nelle giuste quantità e frequenze si riesce a tenere sotto controllo il rischio di eccessivo accumulo di mercurio ed a beneficiare degli importanti nutrienti del pesce, in particolare gli omega-3 che svolgono un importante ruolo nella protezione del sistema circolatorio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il pesce spada è fonte in particolare di proteine e vitamina D, che ha un importante ruolo nella mineralizzazione dello scheletro e controlla le concentrazioni di calcio e fosforo nel sangue regolandone l’assorbimento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Buona è anche la sua concentrazione in fosforo e calcio, importanti per la salute delle ossa e dei denti ed in potassio che aiuta a mantenere la pressione nella norma e può ridurre il rischio di calcoli renali ricorrenti e la perdita di tessuto osseo durante l’invecchiamento. Il selenio, invece, permette il buon funzionamento degli antiossidanti cellulari, mentre il magnesio interviene in numerose reazioni che avvengono a livello cellulare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Per le vitamine, oltre la vitamina D, è presente anche la vitamina A che protegge la vista, favorisce lo sviluppo delle ossa e la crescita dei denti e la vitamina B12 che svolge un ruolo importante nella produzione dei globuli rossi e nella formazione del midollo osseo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Il pesce spada ha un corpo agile, muscoloso e allungato. Presenta un prolungamento della mascella superiore, la spada (o rostro), che può arrivare ad 1/3 della lunghezza del corpo, appuntita e molto robusta, costituita da materiale osseo e che viene utilizzata come arma di offesa e difesa. Può raggiungere una lunghezza massima di 4,5 m ed un peso che supera i 400 kg. La pinna dorsale è posizionata subito dopo il capo ed è molto alta, rigida e falciforme. Il dorso è di colore bruno scuro, mentre il ventre chiaro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Si nutre principalmente di tonni di piccole dimensioni, sgombri, barracuda, pesci volanti, clupeidi e molluschi cefalopodi. Vive in acque temperate anche molto profonde in solitaria o in piccoli gruppi; tra giugno e settembre, periodo della riproduzione, forma delle coppie che si spostano in acque più calde.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La tecnica di pesca utilizzata è la traina d’altura, ovvero quando il pesce spada è nelle vicinanze si lancia l’esca in acqua facendogliela passare vicino e mantenendola sempre fuori dalla scia dell’imbarcazione. L’esca ideale è rappresentata dal calamaro, ma possono essere utilizzati anche i cefali, gli sgombri e le palamite

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  In Italia la pesca del pesce spada è praticata soprattutto in Sicilia e in Calabria, da aprile a settembre. Bisogna però ricordare che in Italia non si possono catturare esemplari che non siano lunghi almeno 140 cm.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  In commercio si trova intero od a tranci, fresco, congelato o affumicato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Pesce tipico della tradizione culinaria siciliana si presta benissimo ad essere preparato in moltissime ricette.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Vi consigliamo di scegliere i tranci dalla carne compatta, di colore bianco-rosata e priva di striature rosse, indizio di poca freschezza. L’odore deve essere gradevole e delicato. La freschezza di questo pesce si riconosce anche osservando la carne posta ai lati della vertebra: si deve presentare con delle righe di colore scuro che devono formare una “X”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    I tranci di pesce spada si conservano in frigorifero per 1-2 giorni oppure vanno consumati in giornata. Se congelato a circa -18°C si conserva per 3 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Per i tranci e i filetti di pesce spada è sufficiente sciacquarli sotto l’acqua corrente e poi asciugarli. A seconda della preparazione, si può decidere se eliminare o meno la pelle.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Data la presenza di metilmercurio nelle carni del pesce spada, le donne in età fertile, in gravidanza o in allattamento e i bambini è bene non ne consumino più di una porzione alla settimana (100 grammi).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La presenza di metilmercurio è dovuta all’ambiente naturale e in parte è dovuto all’inquinamento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Altre possibili sostanze tossiche vengono in genere annientate dalla cottura, come per esempio Anisakis, un parassita molto diffuso nel Mar Mediterraneo. Per questo motivo è bene cuocere sempre il pesce spada prima di consumarlo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    È importante sapere che una normativa europea (Regolamento CE 853/2004, sulla «Vendita e somministrazione di preparazioni gastronomiche contenenti prodotti della pesca destinati ad essere consumati crudi o praticamente crudi») obbliga chi vende o somministra pesce fresco a congelarlo a 20 gradi per almeno 24 ore. Pertanto, prima di consumarlo crudo, è bene informarsi se sia stato effettuato il congelamento preventivo. A casa invece, è bene congelare il pesce spada per almeno 96 ore a -18°C in un congelatore a tre o più stelle, prima di consumarlo crudo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Sogliola

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Famiglia: Soleidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Genere: Solea

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Specie: Solea vulgaris

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La sogliola è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Soleidae. Questa specie è diffusa nell’Oceano Atlantico orientale, nel Mar Baltico, nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo, in particolare nell’Adriatico centro-settentrionale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le sue carni bianche sono ottime e molto ricercate e viene commercializzato sia fresco che congelato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La sogliola (Solea vulgaris) spesso viene confusa con la passera pianuzza (Platichthys flesus) e la platessa (Pleuronectes platessa).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Per distinguerle basta sapere che la sogliola è un pesce che vive su fondali sabbiosi fino a 150 metri di profondità e, al momento della nascita, i due occhi sono ai lati della testa mentre crescendo l’occhio sinistro comincia a spostarsi a fianco dell’altro sul lato destro del capo. La passera pianuzza si trova nel Mar Mediterraneo nell’Oceano Atlantico, è un pesce piatto con corpo liscio ed ovale ed entrambi gli occhio sullo stesso lato della testa anche da adulta. La platessa invece è un pesce tipico dei mari freddi; si trova infatti nell’Oceano Atlantico Orientale e nel Mar Mediterraneo è scarsamente presente

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La sogliola è un pesce magro altamente proteico. Per quanto riguarda i grassi, è ricca di acidi grassi omega 3, fondamentali per la corretta struttura cellulare e per il corretto sviluppo del sistema nervoso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Tra i minerali troviamo il potassio, ottima arma per combattere l’ipertensione, ed il fosforo, che contrariamente a quello che è il pensiero comune, non serve per la memoria ma per lo più per il mantenimento di ossa e denti. Per le vitamine quelle più concentrate sono la vitamina A e B.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La sogliola è anche uno dei pochi cibi che contengono i folati, per cui il suo consumo è consigliato anche in gravidanza. L’acido folico può, infatti, ridurre fino al 70% il rischio che il nascituro sviluppi malformazioni congenite.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • La sogliola è un pesce piatto dal corpo ovale e compresso, con testa piccola, muso arrotondato e bocca piccola ed arcuata. Gli occhi, di cui uno si sposta a fianco dell’altro intorno ai due mesi di vita, sono situati entrambi sulla parte del corpo rivolta verso la superficie dell’acqua. Le squame sono rettangolari, piccole e spinose ai margini. La pinna dorsale inizia all’altezza dell’occhio superiore e si collega, tramite una membrana, al peduncolo caudale; le pinne pettorali sono piccole e asimmetriche. La sogliola comune può raggiungere dimensioni comprese fra i 30 cm (nel Mediterraneo) e i 50 cm di lunghezza (nell’Atlantico) e il peso in media si aggira attorno ai 200 grammi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il colore della parte superiore varia dal bruno-grigio al rossastro, con possibile presenza di piccole macchie, mentre il ventre si presenta biancastro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La sogliola vive sui fondali marini melmosi e sabbiosi e, nelle ore diurne, si adagia sul fondo sul lato cieco dove scava piccole nicchie per insabbiarsi e mimetizzarsi, mentre di notte esce in cerca di cibo. Si nutre prevalentemente di anellidi, vermi, piccoli crostacei, piccoli molluschi e piccoli pesci.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        È un pesce che si riproduce nel periodo invernale deponendo uova che si disperdono in superficie e, al momento della nascita, le larve hanno i due occhi ai lati della testa; nel momento in cui la larva raggiunge i 15mm di lunghezza (intorno ai 2 mesi di vita) l’occhio sinistro comincia a spostarsi a fianco dell’altro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La sogliola viene solitamente pescata con attrezzi da traino come rapidi, sfogliare o ramponi ma può venir catturata anche con reti a strascico e attrezzi fissi (tremagli). Le esche utilizzate per la pesca alla sogliola sono vongole, mitili, pezzetti di gamberetto o seppioline, vermetti; le vongole resistono bene sull’amo mentre i mitili si sfaldano facilmente e, per questo motivo, sarebbe meglio racchiuderli in ritagli di garza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La sogliola viene pescata durante tutto l’anno, in particolare nei mesi autunnali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Viene venduta fresca, generalmente eviscerata, o congelata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Fresca o surgelata, la composizione nutrizionale rimane pressoché identica: fonte di proteine nobili, acidi grassi omega-3 a lunga catena, vitamine e minerali. I migliori metodi di cottura per preservare le sue caratteristiche sono al vapore, al cartoccio o al forno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La freschezza della sogliola si riconosce dall’occhio che deve essere sempre sporgente con la pupilla nera, non arrossata e dal colore vivo della pelle, ben aderente al corpo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La sogliola può essere conservata in frigorifero per un massimo di 24 ore dopo essere stata pulita e avvolta in carta da forno o di alluminio, e può essere congelata solo se molto fresca, per non più di un mese.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Dal gusto delicato, si adatta a più di una preparazione. La carne della sogliola è piuttosto soda e saporita e potete trovare questo pesce sia intero sia in filetti. Se volete cucinare una sogliola intera, dovete solo privarla della pelle, lavarla e asciugarla per bene.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Una delle ricette più in e più delicate per cuocere la sogliola, è quella della sogliola al cartoccio. Lavate la sogliola, privatela di pelle, lische e interiora, e lasciatela cuocere in forno avvolta da un cartoccio creato con della carta forno. Aggiungete all’interno del cartoccio insieme al pesce anche dei pomodorini, del basilico, dell’aglio, un pizzico di sale e dell’olio. Cuocete in forno a 160 gradi per 50 minuti e il pesce sarà squisito.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Non sono note condizioni in cui il consumo della sogliola potrebbe interferire con farmaci o altre sostanze, mentre il suo consumo è sconsigliato a chi soffre di intolleranza al pesce.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Dentice

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Famiglia: Sparidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Genere: Dentex

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Specie: Dentex dentex

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il dentice (Dentex dentex), conosciuto anche come dentice nostrano, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia degli Sparidi, la stessa della quale fanno parte anche i saraghi e le orate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Esistono altre due specie piuttosto simili al dentice comune (Dentex dentex): il dentice corazziere (Dentex gibbosus), caratterizzato dalla presenza di una protuberanza gibbosa che cresce sulla fronte, e il pagro o “dentice praio” (Pagrus pagrus).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          È diffuso nell’Oceano Atlantico orientale, in particolare dalla Patagonia al Senegal, e nel Mar Mediterraneo occidentale. Vive in prossimità dei fondali rocciosi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Viene pescato tutto l’anno e le tecniche di pesca utilizzate sono la subacquea o dalla costa; in commercio si trova fresco o congelato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il dentice è un pesce povero di grassi saturi e ricco di omega 3, considerati amici della salute di cuore e arterie, quindi si presenta come un ottimo alleato per la salute cardiovascolare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            A livello di sali minerali, il dentice è ricco in potassio, fondamentale per regolare il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori dalle cellule e necessario al corretto funzionamento del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso. Il fabbisogno di potassio per la popolazione italiana adulta è di 3900 mg al giorno, sia per i maschi che per le femmine.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il dentice è inoltre fonte di selenio, che ostacola la formazione dei radicali liberi, proteggendo le cellule dai danni dell’ossidazione e che interviene nel funzionamento del sistema immunitario e nel metabolismo degli ormoni tiroidei.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Buono è anche la concentrazione di fosforo, importante per la salute di ossa e denti, vitamina A importante per la vista e per il sistema immunitario, vitamine del gruppo B, necessarie per diversi processi metabolici e vitamina D anch’essa importante per la salute delle ossa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Il dentice è un pesce magro, facilmente digeribile, dalle carni bianche, sode e dal sapore delicato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Presenta un corpo ovale, testa grande e occhi piccoli. I denti sono aguzzi e, nella parte anteriore di entrambe le mascelle, ne sono presenti quattro o sei lunghi e ben sviluppati; gli altri invece sono più corti. La pinna dorsale è lunga con la parte anteriore dotata di aculei spinosi: la coda è possente, tipica del nuotatore di razza, ed è a forma di mezza luna. Le pinne pettorali sono strette e lunghe. Negli esemplari giovani il colore sul dorso è azzurro-grigiastro mentre i fianchi sono argentei e percorsi da quattro bande verticali scure; crescendo perdono la gradazione blu e diventano di un colore rosso pallido uniformemente distribuito. Sono presenti anche macchie più scure e riflessi violacei, rosati e azzurro metallico che però spariscono dopo la morte

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il dentice può superare il metro di lunghezza e i dieci chili di peso. E un predatore vorace che si nutre di pesci più piccoli e di cefalopodi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Vive sui fondali rocciosi, nuotando a profondità comprese tra 30 e 80 metri e, in primavera pur avvicinandosi alla costa, non sale al di sopra dei dieci metri; si riunisce generalmente in branchi composti da esemplari della stessa taglia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La pesca del dentice è indicata nei mesi estivi e autunnali nelle ore che precedono l’alba e, tra le tecniche più utilizzate, c’è la traina profonda. La pesca a traina di fondo consiste nella pesca con piombo guardiano (400-900 grammi) e viene usata in abbinamento a esca viva (calamaro, occhiata, aguglia, sugarello) o, più di rado, a un’esca morta, solitamente un calamaro. Un altro sistema utilizzato è l’affondatore, ovvero un piombo montato su un cordino apposito sul quale è montata una pinzetta a sgancio a pressione calibrata per la lenza che proviene dalla canna; con questo sistema possono essere utilizzati tutti i tipi di esca ma necessita di una strumentazione specifica. Il terzo dei sistemi d’affondamento più usati consiste nell’impiego del monel, un filo metallico, nella bobina di un grosso mulinello rotante; la pesca a traina con il monel si effettua in prevalenza usando esche artificiali tipo minnow, con paletta metallica, sondando fondali misti di roccia e posidonia a profondità non superiori a 40 metri.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Fra le altre tecniche capaci di catturare il dentice ci sono anche quelle in verticale, più moderne, quali il vertical jigging, il inchiku e il bolentino con l’esca viva.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Il dentice è fresco quando presenta un colore vivo, il corpo rigido e dritto con le squame ben attaccate al corpo e una carne compatta e soda.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il pesce può essere conservato in frigorifero se si desidera consumarlo il prima possibile, infatti se si conserva in frigo può essere utilizzato prima della scadenza dei tre giorni. In congelatore invece va conservato solo se fresco e se messo in sacchetti con chiusura ermetica e privo di aria, per circa tre mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il primo procedimento per pulire il dentice sta nell’eliminare le squame, utilizzando lo squamatore o un coltello, partendo dalla coda fino alla testa. Poi si effettua un’incisione nello stomaco sempre partendo dalla coda verso la testa per poi togliere le interiora e successivamente, si tagliano le branchie con un paio di forbici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Fresco o surgelato, la composizione nutrizionale rimane pressoché identica, in cucina questo pesce può essere utilizzato per la preparazione di risotti, minestre o di saporiti secondi piatti cuocendolo al cartoccio, al forno, al sale, alla griglia o bollito. I migliori metodi di cottura per preservare le sue caratteristiche sono al vapore, al cartoccio o al forno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Non risulta che il consumo di dentice interferisca con l’assunzione di farmaci o altre sostanze. Nel dubbio è sempre bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Pesca

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Famiglia: Rosaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Genere: Prunus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Specie: Prunus persica (L.) Batsch.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La pesca è il frutto del Prunus persica ed è una specie originaria della Cina, dove tutt’oggi è ampiamente coltivata. La pesca viene coltivata nelle zone con clima temperato-mite e, a livello mondiale, i maggiori produttori sono Stati Uniti, seguiti da Italia, Spagna, Grecia, Cina, Francia e Argentina. In particolare in Italia le regioni maggiori produttrici sono Emilia-Romagna, Campania, Veneto e Lazio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Esistono diverse specie coltivate del genere Persica, tra cui:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Persica vulgaris Mill. (= Prunus persica (L.) Batsch.) che produce frutti con buccia tomentosa, adatta al consumo fresco o per l’industria;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Persica laevis DC (= Prunus persica var. necturina Maxim., Prunus persica var. laevis Gray) è il pesco noce o nettarina, che produce frutti glabri da consumo fresco.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le cultivar di pesco, in relazione alla specie di appartenenza e al tipo di prodotto fornito, vengono distinte in cultivar da consumo fresco, nettarine e percoche (da industria).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le cultivar da consumo fresco vengono distinte in cultivar a polpa gialla (dalla polpa succosa, sapore dolce e pelle vellutata) e a polpa bianca (dotate di buccia vellutata e profumata, dall’interno pallido e di consistenza filamentosa). Tra quelle a polpa gialla ricordiamo Earrly Maycrest, Queencrest, Maycrest, Springcrest, Spring Lady, Springbelle, Royal Glory, Flavorcrest, Redhaven, Rich Lady, Lizbeth, Red Moon, Red Topo, Summer Rich, Maria Marta, Glohaven, Pontina, Romestar, Elegant Lady, Suncrest, Red Coast, Symphonie, Franca, Sibelle, Cresthaven, Roberta Barolo, Bolero, Fayette, Promesse, Sunprice, Aurelia, Early O’Henry, Padana, Calred, O’Henry, Guglielmina, Parade, Flaminia, Fairtime.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In quelle a polpa bianca rientrano Primerose, Springtime, Alexandra, Felicia, Anita, Iris Rosso, Maria Grazia, Daisy, Alba, Bea, Redhaven Bianca, Maria Bianca, Fidelia, White Lady, Rosa del West, Maria Rosa, Rossa San Carlo, Maria Angela, Tendresse, Toro, Dolores, K2, Regina Bianca, Duchessa d’Este, Maria Delizia, Tardivo Giuliani, Michelini, Regina di Londa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Anche le nettarine (caratterizzate dall’avere una polpa dura e soda, a tratti croccante, e una pelle liscia) possono essere distinte in cultivar a polpa gialla e a polpa bianca; tra quelle a polpa gialla ricordiamo May Glo, Lavinia, Armking, Rita Star, Maria Emilia, Supercrimson, May Diamond, Red Delight, Weinberger, Gioia, Early Sungrand, Big Top, Spring Red, Firebrite, Maria Laura, Independence, Flavor Gold, Pegaso, Maria Carla, Red Diamond, Antares, Summer Grand, Flavortop, Stark Redgold, Nectaross, Maria Aurelia, Venus, Maria Dolce, Orion, Sweet Red, Caldesi 84, Royal Giant, Sirio, Scarlet Red, Fairlane, Tastyfree, Caldesi 85, California.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Nella cultivar a polpa bianca rientrano Silver King, Caldesi 2000, Caldesi 2010, Silver Star, Silver Moon, Caldesi 2020.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Tra le pesche da industria (o percoche) ricordiamo Federica, Tirrenia, Loadel, Villa Giulia, Romea, Villa Adriana, Tebana, Adriatica, Lamone, Villa Ada, Babygold 6, Villa Doria, Carson, Vivian, Andross, Jungerman, Babygold 9, Merriam.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Le pesche sono composte da più del 90% di acqua, mentre la restante parte contiene perlopiù zuccheri semplici e fibra. Grazie proprio alla loro particolare composizione anche l’apporto calorico è limitato, all’incirca 30 calorie ogni 100 grammi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Tra i minerali quello più presente è il potassio, fondamentale per regolare il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori le cellule, per la salute del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso. Le fonti di potassio della nostra dieta sono utili a mantenere in equilibrio il rapporto con il sodio. Spesso le diete occidentali sono sbilanciate a favore di quest’ultimo, con possibile aumento dei livelli di pressione sanguigna e conseguente incremento del rischio cardiovascolare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Buoni sono anche i contenuti in ferro, fondamentale per la produzione dei globuli rossi e in fluoro per la salute di ossa e denti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La polpa delle pesche è invece un concentrato di beta-carotene. Questo una volta assorbito può essere convertito in vitamina A, un importante micronutriente liposolubile che garantisce il corretto funzionamento del processo visivo, ma anche la salute di pelle, ossa e sistema immunitario. La vitamina A, sembrerebbe anche utile per prevenire i tumori al polmone e alla cavità orale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Buono è anche il contenuto in vitamina C, con una potente azione antiossidante.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Diversi studi, infine, ne descrivono la ricchezza in composti fenolici con quantitativi che variano a seconda delle varietà e delle condizioni pedoclimatiche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Il pesco è un albero che può raggiungere gli 8 m di altezza, con una corteccia bruno-cenerina e rami radi, divaricati, rosso-bruni. Le foglie sono lanceolate, strette e seghettate. I fiori sbocciano prima della comparsa delle foglie, sono ermafroditi, ascellari, pentameri e di colore rosa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il pesco è una specie autofertile e, solo uno dei due ovuli, viene fecondato e matura; il nocciolo di pesco contiene perciò un solo seme (o mandorla) solcato profondamente, dal sapore amaro per l’elevato contenuto di amigdalina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    I frutti sono drupe carnose, tondeggianti, solcate longitudinalmente da un lato, coperte da una buccia tomentosa (pesche propriamente dette) o glabra (pesche-noci o nettarine) di vario colore. La polpa è succulenta, di sapore zuccherino più o meno acidulo, e, a seconda della varietà, può essere gialla o bianca. La maturazione dei frutti avviene tra la prima e la seconda decade di maggio nelle zone meridionali, fino alla fine di settembre per le cultivar più tardive.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Per la sua coltivazione il pesco richiede climi temperato-miti, si possono usare diverse tecniche colturali (classificate in forme in volume, forme a parete verticale e a pareti inclinate) e, per la scelta del sesto d’impianto, si deve tenere conto di molti elementi quali il portinnesto, la fertilità del terreno, la forma di allevamento, la disponibilità di acqua, la varietà , ecc.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Un’ operazione importante consiste nel diradamento dei frutti, che permette di ottenere frutti di pezzatura commerciale a complemento della potatura; il diradamento va eseguito alla quarta-sesta settimana (25-35 giorni) dopo la piena fioritura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La raccolta viene effettuata generalmente in più riprese (ad eccezione delle percoche se si pratica la raccolta meccanica) usando come metodo di valutazione la colorazione dell’epidermide; la raccolta può essere fatta ricorrendo ai sistemi tradizionali, utilizzando scale, oppure ad appositi carri raccolta opportunamente attrezzati per l’utilizzazione dei pallets.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La produttività degli impianti peschicoli varia a seconda delle cultivar: risulta minore per quelle precoci mentre tende ad aumentare per quelle tardive; nelle cultivar più produttive può giungere fino a 400 q/ha.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In seguito alla raccolta le pesche vengono inviate ai magazzini di lavorazione dove si provvede alla cernita, alla spazzolatura, e al confezionamento in imballaggi standardizzati e per le varietà intermedie o tardive alla conservazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La pesca oltre che essere consumata allo stato fresco è largamente utilizzata nella industria conserviera per la produzione di marmellate, succhi e pesche sciroppate, pesche essiccate, mostarda e canditi e molto altro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In Italia sono di stagione tra giugno e settembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • In linea generale le pesche fresche, dopo la raccolta, hanno una vita abbastanza breve che non supera i dieci giorni, anche se conservate in frigorifero. Dipende dalla varietà e dal grado di maturazione. In certi casi non superano i tre giorni dall’acquisto, nonostante siano ancora ben sode quando le compriamo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In alternativa al consumo fresco, è possibile usare le pesche per preparare centrifugati o frullati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Alcune varietà sono particolarmente indicate per la preparazione di confetture, frutta disidratata, frutta sciroppata e succhi di frutta, sia industrialmente che artigianalmente. Tutte queste preparazioni comportano solitamente l’aggiunta di zuccheri, o nel liquido di governo, o nel processo di trasformazione del prodotto, che ne alterano alcune caratteristiche nutrizionali, specialmente la parte calorica. In molti casi lo stesso vale per i succhi di pesca, a cui vengono solitamente aggiunti conservanti, acqua e zuccheri semplici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Invece, le pesche in forma essiccata o disidratata non subiscono grosse alterazioni, se non quella di essere state private dell’acqua e di avere quindi bloccato il processo di degradazione. In questo caso, hanno lo stesso corredo di nutrienti e sali minerali delle pesche fresche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Nel caso delle produzioni industriali, grazie all’applicazione delle più moderne tecnologie di conservazione, la frutta viene stabilizzata con trattamenti che ne rispettano maggiormente le componenti aromatiche e in alcuni casi senza l’aggiunta di zuccheri semplici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le pesche sono fonti di salicilati e possono scatenare pericolose reazioni pseudoallergiche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Abidi W et al. (2011) “Evaluation of Antioxidant Compounds and Total Sugar Content in a Nectarine [Prunus persica (L.) Batsch] Progeny.”, International Journal of Molecular Sciences; 12(10): 6919–6935.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Loizzo MR et al. (2015) “Prunus persica var. platycarpa (Tabacchiera Peach): Bioactive Compounds and Antioxidant Activity of Pulp, Peel and Seed Ethanolic Extracts.”, Plant Foods for Human Nutrition;70(3):331-7.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Topinambur

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Compositae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Genere: Helianthus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Specie: Helianthus tuberosus L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il Topinambur, conosciuto anche come Tartufo di canna o Patata del Canada, è la radice dell’Helianthus tuberosus, una pianta perenne di origine americana.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Nell’Europa occidentale e nelle regioni Mediterranee il topinambur viene spesso utilizzato come se fosse una patata, sebbene risulti meno nutritivo di quest’ultima. Inoltre, rispetto alla patata, si conserva male una volta estratto da terra in quanto contiene inulina anziché amido.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Spesso considerato al pari di una patata, in realtà le sue caratteristiche nutrizionali sono ben diverse. In particolare, non rappresenta un’ottima fonte di carboidrati come la patata. Tuttavia, il topinambur presenta buone quantità di una particolare tipologia di fibra, l’inulina. Questo composto arriva inalterato nel colon, dove i microrganismi che vi abitano possono utilizzarlo come nutrimento. L’inulina agisce come prebiotico e aiuta a ridurre l’assorbimento da parte dell’intestino di grassi e zuccheri: in questo modo, l’inulina aiuta a proteggere la salute cardiometabolica da eccessi di glucosio e colesterolo nel sangue.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          A livello di micronutrienti il topinambur è molto ricco in potassio, utile a regolare il contenuto ed il flusso di acqua dentro e fuori dalle cellule e fondamentale per la normale funzione del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il topinambur è inoltre una fonte di antiossidanti (vitamine A, C ed E, selenio e manganese); di vitamine importanti per il metabolismo (appartenenti al gruppo B) e lo sviluppo del sistema nervoso durante la gestazione (i folati); di ferro, importante per la produzione dei globuli rossi; e di calcio e fosforo, alleati di ossa e denti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Il topinambur è un tubero dalla forma irregolare dotato di radici ramificate provviste di rizomi tuberiferi. Lo stelo è eretto e lungo, pubescente; i fiori sono gialli e riuniti in un capolino terminale. Il frutto è un achenio, ovvero un frutto secco con un pericarpo più o meno indurito (talvolta anche legnoso) contenente un unico seme che è distinto dal pericarpo stesso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Non richiede grosse esigenze ambientali; resiste al freddo e al caldo ma preferisce climi temperato-caldi, tipici dell’area mediterranea, aree soleggiate e si adatta ad ogni tipo di terreno. Essendo una pianta rustica e invadente, talvolta infestante, conviene coltivarla fuori rotazione oppure prima di una coltura sarchiata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Per quanto riguarda la coltivazione, la tecnica colturale è simile a quella della patata. Il piantamento dei tuberi si esegue a righe distanti 50-60 cm (si riducono a 20-25 cm nella coltura da foraggio), pochi centimetri sotto il livello del terreno (solitamente 10 cm). La semina si esegue durante la metà o gli ultimi giorni dell’inverno. In seguito è sufficiente una normale rincalzatura poiché la pianta assume uno sviluppo assai rigoglioso e soffoca facilmente le erbe infestanti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La raccolta dei tuberi si fa quando gli steli sono ormai secchi, generalmente in autunno, garantendo così un consumo che si estende per l’intera stagione fredda. La produzione si aggira intorno ai 200-250 quintali ad ettaro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La stagione del topinambur va da ottobre a marzo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il Topinambur, oltre all’alimentazione umana, viene utilizzato per l’industria e il bestiame; in quest’ultimo caso anche gli steli e le foglie della pianta forniscono foraggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • I negozi fisici sono ben forniti di tale alimento. Solitamente la scelta più indicata è rivolta alle attività bio, oppure nei grandi mercati. l topinambur può essere consumato crudo o cotto, nel secondo caso il procedimento può ricordare il modo di cucinare le patate. Ottimo mangiato così, con sale e pepe. Naturalmente cucinato risulta più delicato da mangiare rispetto alla versione cruda, anche se quest’ultima mantiene intatte le proprietà benefiche in cucina potete realizzare molti piatti con questa specie di radice.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Si accosta bene ai funghi, le noci, alla salsa di pomodoro e nelle insalate. Ma naturalmente le sue preparazioni non si fermano qui. Può essere l’ingrediente primario per realizzare una squisita purea, oppure per condire risotti. Anche nelle zuppe è perfetto e molto apprezzato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il topinambur viene utilizzato anche per la realizzazione d’integratori. In questo caso vi consigliamo, prima di iniziare la loro assunzione, di parlarne con il vostro medico in quanto possono avere delle controindicazioni e interferire con eventuali terapie farmacologiche in corso. In caso di consumo abbondante, l’elevato apporto di inulina tipico del topinambur può causare fastidiosi effetti collaterali a livello intestinale (gas).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Ribes nero

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Grossulariacee

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Ribes

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Ribes nigrum L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il ribes nero o cassis è il frutto del Ribes nigrum L., un arbusto originario delle zone montuose dell’Eurasia, in particolare della Siberia e del centro-nord dell’Europa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le varietà più diffuse in Europa sono il ribes rosso (Ribes rubrum L.), il ribes nero (Ribes nigrum L.), il ribes bianco (Ribes sativum L.) e l’uva spina (Ribes grossularia L.); le diverse tipologie si differenziano per il colore, l’aroma, il sapore e la destinazione dei frutti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              In commercio esistono numerose cultivar di ribes nero, quali Climax, Gigante di Boskoop, Burga, Noir de Bourgogne, Tenah, Black Reward e Black Down (le due Black sono autofertili); Tifon, Troll e Andega (di più recente introduzione, autofertili e resistenti all’oidio).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Si trovano anche numerosi ibridi, creati tra ribes nero e uva spina, che sono caratterizzati da taglia media, assenza di spine e frutti dal sapore migliore. Tra gli ibridi ricordiamo Josta (olandese, molto vigorosa, con bacche violacee, di media grossezza), Jostine (molto vigorosa e produttiva) e Jogranda (meno vigorosa, con grosse bacche).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • I ribes neri sono composti principalmente da acqua e zuccheri semplici, mentre i lipidi e le proteine sono presenti solo in piccolissime quantità.  Il contenuto di fibra è invece molto buono, fondamentale per mantenere in salute l’intestino.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                A livello di micronutrienti quelli più presenti sono vitamina C e potassio. La vitamina C ha una potente azione antiossidante, favorisce l’assorbimento intestinale del ferro e del cromo, interviene nella difesa immunitaria, favorisce la cicatrizzazione delle ferite e protegge i capillari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Molto importante è il contenuto in polifenoli dei ribes neri, presenti nella buccia, rappresentati prevalentemente da flavonoidi ed antocianine. Questi composti sono noti per la loro capacità antiossidante, studi recenti evidenziano il loro ruolo preventivo nei confronti delle malattie cardiovascolari. In particolare le antocianine sembrerebbero essere efficaci nella prevenzione dell’aterosclerosi, riducendo i livelli di colesterolo cattivo (LDL).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Il ribes nero è un arbusto che può raggiungere i 2 metri di altezza, con fogliame deciduo, fusti ramosi e dalla corteccia liscia, che si presenta da chiara a rossastra nei fusti giovani per poi diviene scura nei fusti vecchi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le foglie sono grandi, piane, picciolate, dotate di 3-5 lobi, dall’apice acuto e con margine dentato. I fiori, raccolti in racemi pendenti, sono pentameri, di colore verde-biancastro, poco appariscenti. I frutti sono delle bacche globose di colore viola scuro, riunite in grappoli spargoli e brevi, ricche di semi con all’apice le vestigia del fiore, la cui maturazione avviene in agosto-settembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La pianta di ribes resiste ai freddi invernali ma teme le gelate tardive (specie in fase di fioritura) e l’eccessivo caldo nei mesi estivi. La coltivazione del ribes viene quindi praticata in collina e montagna prediligendo le posizioni mediamente soleggiate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il ribes nero si adatta a tutti i terreni purché non vi sia un eccesso di ristagno idrico. La propagazione viene fatta per talea di ceppaia e il trapianto viene effettuato a macchina su file. La coltura necessita di due o tre sarchiature tra le file per mantenere le erbe infestanti sotto l’orizzonte di raccolta. Viene effettuata anche la potatura per assicurare il rinnovo dei frutti, ricordando che il ribes nero fruttifica prevalentemente sui rami di un anno e poco su quelli corti e inseriti su legno vecchio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il periodo di maturazione può durare anche 3 settimane, quindi la raccolta viene eseguita in 2 –3 riprese in quanto i frutti, a maturazione raggiunta, si mantengono a lungo sulla pianta. Le operazioni di raccolta sono piuttosto rapide, poiché i grappoli vengono disarticolati alla base del peduncolo. Il periodo di raccolta per il ribes (rosso e nero) va da giugno a settembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I frutti del ribes nero sono poco adatti al consumo fresco e vengono destinati esclusivamente all’industria di trasformazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le foglie, le gemme ed i frutti sono intensamente profumati per la presenza di ghiandole contenenti oli essenziali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • I ribes neri possono essere utilizzati per rendere più gustose e fresche insalate, ricette dolci o salate e possono essere aggiunti a colazione allo yogurt.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Vi consigliamo di consumare il ribes nero ricco in vitamina C quando si consumano i legumi, o un contorno di broccoli o spinaci, per aumentare l’assorbimento del ferro non eme di questi alimenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’estratto delle gemme di ribes nero, inoltre, è efficace anche per stimolare le difese immunitarie e prevenire le malattie influenzali. La tintura madre ottenuta dalla spremitura delle foglie fresche è indicata per drenare e disintossicare l’organismo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’estratto delle foglie, invece, ha un utilizzo erboristico e fitoterapico specifico per la preparazione di infusi, tinture madre, decotti e tisane utili a depurare l’organismo dall’acido urico e ad abbassare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Sembra che il ribes nero possa interferire con l’azione di anticoagulanti come il warfarin. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico. L’assunzione di prodotti a base di ribes nero non è stata associata a particolari effetti collaterali. Tuttavia, è consigliata particolare cautela nel caso in cui si soffra di epilessia a causa del possibile rischio di abbassamento della soglia di comparsa delle convulsioni. Non è inoltre da escludere la possibilità di reazioni allergiche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Mattila P.H. et al. (2016) “High variability in flavonoid contents and composition between different North-European currant (Ribes spp.) varieties.”, Food Chemistry;204:14-20.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Zorenc Z. et al. (2017) “Polyphenol metabolism in differently colored cultivars of red currant (Ribes rubrum L.) through fruit ripening.”, Planta;246(2):217-226.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.coltivazionebiologica.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Ribes rosso

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Famiglia: Grossulariacee

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Genere: Ribes

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Specie: Ribes rubrum L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il ribes rosso è il frutto del Ribes rubrum L., un arbusto perenne diffuso in Europa, nell’America settentrionale e in Asia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il genere Ribes include diverse specie e le più importanti e diffuse sono Ribes rubrum (ribes rosso), Ribes sativum (ribes bianco) e Ribes nigrum (ribes nero).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le varietà coltivate sono numerose, tutte di provenienza straniera, ma che si adattano bene anche ai nostri climi. Ricordiamo Junnifer (francese, vigorosa, produttiva sensibile alle gelate tardive); Perfection (olandese, molto produttiva); Cocagne (francese, molto resistente al freddo, con grappoli persistenti e facili da raccogliere a mano); Red Lake (americana, molto produttiva e di media vigoria, adatta al consumo diretto); Stanza (olandese, con grappoli lunghi, frutti di colore rosso cupo e di ottima qualità); Rondom (olandese, rustica, con grappoli molto compatti, di facile raccolta perché provvisti di lungo peduncolo, adatta all’industria di trasformazione); Rovada (olandese, adatta per il consumo diretto e per l’industria, con grappoli lunghi e facili da raccogliere, bacche grosse, brillanti e di ottima qualità); Versailles (con grappoli lunghi, bacche di colore giallo e sapore delicato).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il colore delle bacche del ribes rosso possono essere anche bianche o giallastre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • I ribes rossi sono composti principalmente da acqua e zuccheri semplici, mentre i lipidi e le proteine sono presenti solo in piccolissime quantità. Il contenuto di fibra è invece molto buono, fondamentale per mantenere in salute l’intestino.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        A livello di micronutrienti quelli più presenti sono vitamina A, vitamina C e potassio. La vitamina C, anche se risulta più presente nel ribes nero, ha una potente azione antiossidante, favorisce l’assorbimento intestinale del ferro e del cromo, interviene nella difesa immunitaria, favorisce la cicatrizzazione delle ferite e protegge i capillari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Molto importante è il contenuto in polifenoli, presenti nella buccia, rappresentati prevalentemente da flavonoidi ed antocianine. Questi composti sono noti per la loro capacità antiossidante; studi recenti evidenziano il loro ruolo preventivo nei confronti delle malattie cardiovascolari. In particolare le antocianine sembrerebbero essere efficaci nella prevenzione dell’aterosclerosi, riducendo i livelli di colesterolo cattivo (LDL).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • La pianta di ribes è un arbusto perenne che può essere alto 1-2 m, deciduo, inerme, con foglie semplici, palmate con 3-5 lobi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I fiori, generalmente autofertili, sono formati da 5 sepali, glabri, verdognoli o brunastri, spesso punteggiati di rosso. I frutti sono bacche traslucide, di colore variabile dal rosso al rosa e dal giallo al biancastro, di forma sferica, a polpa dolce-acidula, acquosa, con numerosi semi. La maturazione delle bacche è contemporanea per tutte le infiorescenze ma il loro diametro generalmente decresce da quelle basali a quelle apicali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La pianta di ribes resiste ai freddi invernali ma teme le gelate tardive (specie in fase di fioritura) e l’eccessivo caldo nei mesi estivi. La coltivazione del ribes viene quindi praticata in collina e montagna prediligendo le posizioni mediamente soleggiate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il ribes rosso si adatta a tutti i terreni purché non vi sia un eccesso di ristagno idrico. La propagazione viene fatta per talea di ceppaia e il trapianto viene effettuato a macchina su file. La coltura necessita di due o tre sarchiature tra le file per mantenere le erbe infestanti sotto l’orizzonte di raccolta. Viene effettuata anche la potatura per assicurare il rinnovo dei frutti, ricordando che il ribes nero fruttifica prevalentemente sui rami di un anno e poco su quelli corti e inseriti su legno vecchio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il culmine della produzione avviene al quarto-quinto anno e si mantengono in produzione per dieci-dodici anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il periodo di maturazione può durare anche 3 settimane, quindi la raccolta viene eseguita in 2 –3 riprese in quanto i frutti, a maturazione raggiunta, si mantengono a lungo sulla pianta. Le operazioni di raccolta sono piuttosto rapide, poiché i grappoli vengono disarticolati alla base del peduncolo. Il periodo di raccolta per il ribes (rosso e nero) va da giugno a settembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I frutti del ribes rosso sono molto gradevoli per il consumo fresco, ma la destinazione principale è quella della trasformazione sotto forma di confetture, gelatine e sciroppi. Le varietà bianche sono adatte prevalentemente per il consumo fresco.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • I ribes rossi possono essere utilizzati per rendere più gustose e fresche insalate, ricette dolci o salate e possono essere aggiunti a colazione allo yogurt.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Vi consigliamo di consumare il ribes ricco in vitamina C quando si consumano i legumi, o un contorno di broccoli o spinaci, per aumentare l’assorbimento del ferro non eme di questi alimenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il ribes rosso può essere utilizzato per tisane, infusi e decotti, sia con gli estratti secchi della pianta che in combinazioni con altri ingredienti. Ottima soluzione è anche la marmellata di mirtilli e ribes rossi, ideale per torte e crostate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Non sono note condizioni in cui il consumo di ribes rosso potrebbe interferire con farmaci o altre sostanze. È però noto che una specie strettamente imparentata, il Ribes nigrum (ribes nero) può interferire con farmaci antinfiammatori non steroidei. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Mattila P.H. et al. (2016) “High variability in flavonoid contents and composition between different North-European currant (Ribes spp.) varieties.”, Food Chemistry;204:14-20.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Zorenc Z. et al. (2017) “Polyphenol metabolism in differently colored cultivars of red currant (Ribes rubrum L.) through fruit ripening.”, Planta;246(2):217-226.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              More

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Rosaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Rubus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Rubus fruticosus L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le more sono i frutti del rovo (Rubus fruticosus), pianta appartenente alla famiglia delle Rosaceae.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Esistono diverse varietà di mora e le cultivar coltivate possono essere inermi o spinose.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il Rubus fruticosus L. è una specie nativa dell’Europa subartica che ad oggi viene coltivata su scala commerciale anche in Nord America (in particolare negli Stati Uniti) fino in Siberia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Altre specie sono il R. laciniatus, R. procerus e R. ulmifolius, tutte diffuse in Europa, e il R. canadensis, portatore del carattere “senza spine”, diffuso nell’America del Nord.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Tra le varietà più coltivate, che derivano da una specie di origine americana, ricordiamo la Thornfree (senza spine), la Black Satin (varietà precoce), la Dirksen Thornless e la Hull Thornless (poche spine).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le more sono note per essere ricche in fitocomposti ed ellagitannini. In linea generale sono composte da acqua, zuccheri e fibra. La tipologia di fibra è sia solubile che insolubile, per questo sono alimenti utili per promuovere la buona salute dell’intestino. Presentano anche un buon contenuto di vitamine, dove spiccano la vitamina C, la vitamina K e la vitamina E, e di sali minerali, in particolare di manganese e rame, importante per la salute delle ossa e per la produzione di globuli bianchi e globuli rossi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le more sono inoltre fonte di betacarotene ma anche di quercetina, catechine, kempferolo e acido salicilico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Ma torniamo alla sua composizione in fitocomposti, fondamentali per mantenere l’organismo in salute. Le più importanti sono antocianine, molecole in grado di dialogare con i geni della longevità, che cooperano con vitamina C ed E per apportare benefici all’organismo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Gli ellagitannini, sopra citati, appartengono anche loro alla classe dei polifenoli, ed esercitano il loro ruolo protettivo principalmente a livello dello stomaco dove prevengono gastriti ed ulcere.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Il rovo, pianta da cui originano le more, è un’arbustiva perenne rustica diffusa in tutta Europa, in grado di resistere al freddo invernale e alle brinate tardive. La pianta è definita anche “semi-caducifoglia” in quanto molte foglie permangono durante la stagione quiescente invernale. Ha un’elevata capacità pollonifera, un portamento tipicamente cespuglioso ed è composta da tralci spinosi ripiegati su se stessi che possono raggiungere 3-4 metri.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le foglie sempreverdi, presentano un colore verde scuro (più chiare sulla pagina inferiore), hanno margini seghettati, nervature reticolari, evidenti punte acuminate e ricoperte da una leggera peluria biancastra. I fiori, di colore bianco rosato, sono riuniti in infiorescenze terminali panicolate o corimbiformi. Il frutto è costituito da piccole drupe o bacche riunite in more di color viola scuro e brillante. L’impollinazione è entomofila e le cultivar coltivate possono essere sia inermi che spinose.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il rovo è una pianta abbastanza resistente al freddo, idonea ad esser coltivata anche in montagna e che beneficia di molta esposizione solare. Predilige terreni profondi e fertili. Necessita di palificazione, potature in verde per ridurre il numero dei tralci di rinnovo e, prima della maturazione, per cimare le femminelle.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La raccolta inizia in luglio e si protrae fino a settembre. La resa ad ettaro è superiore ai 100 quintali. La raccolta avviene in modo scalare, prendendo dal rovo solo i frutti maturi, che si riconoscono facilmente per via del colore; al momento della raccolta il ricettacolo rimane aderente al frutto e la mora deve essere colta asciutta perché l’umidità presente provoca un deperimento veloce del frutto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le more sono frutti tipici estivi, in particolare del mese di agosto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  L’aroma ed il colore rendono la mora adatta a diverse preparazioni (marmellate, sciroppi) ed alcune varietà si prestano particolarmente per il consumo fresco.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Le more quando vengono raccolte, solitamente sono già molto mature e quindi vanno consumate in pochissimo tempo. Per chi vuole consumare le more in un paio di giorni, basta conservarle in un contenitore a temperatura ambiente o magari in frigorifero messe tutte su un unico strato. Evitate accuratamente di lavarle perché si deteriorano più facilmente e marciscono anche nel giro di poche ore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le more si possono anche conservare in freezer in un sacchetto per i surgelati. Lasciatele indurire un po’ nel freezer appoggiate su carta forno e poi inseritele in un sacchetto per surgelati e chiudetele privandole dell’aria. Una volta scongelate devono essere consumate in giornata. Durante la fase preliminare di conservazione, è importante eliminare tutte le parti molli per evitare che possano recare diffondere l’umidità alle altre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La trasformazione di questi prodotti, come per esempio la produzione di marmellate in cui interviene un trattamento termico, può ridurre il contenuto dei fitocomposti e di conseguenza la capacità di esercitare gli effetti positivi. Vi consigliamo per questo di alternare l’utilizzo del prodotto fresco ad altre tipologie come succhi o marmellate, in maniera tale da trarne tutti i benefici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’allergia alle more è rara. Sembra che alla sua base possa esserci la presenza di acido salicilico all’interno di questi frutti, che può scatenare sintomi come gonfiore e arrossamenti di bocca, labbra e lingua, eczemi, orticaria, rash cutanei, mal di testa, naso che cola, prurito agli occhi, respiro sibilante, problemi gastrointestinali, depressione, iperattività e insonnia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Sangiovanni E et al. (2013) “Ellagitannins from Rubus berries for the control of gastric inflammation: in vitro and in vivo studies”, PLOS ONE;8(8):e71762.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Veberic R et al. (2014) “Changes in the contents of anthocyanins and other compounds in blackberry fruits due to freezing and long-term frozen storage.”, Journal of Agricultural and Food Chemistry;62(29):6926-35.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Tamarindo

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Famiglia: Fabaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Genere: Tamarindus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Specie: Tamarindus indica L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il tamarindo è il frutto del Tamarindus indica, pianta appartenente alla famiglia delle Papilionacee, anche detta delle Fabacee o delle Leguminose; la caratteristica di questa famiglia è quella di produrre come frutti dei baccelli contenti semi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      È un albero sempreverde nativo dell’Africa che si trova in tutte le aree subtropicali del mondo, ovvero Africa, Asia del Sud, Sud America e Caraibi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il tamarindo è fonte di beta-carotene (18 µg in 100 g), acido tartarico e diversi fitocomposti. La polpa del frutto è composta di acqua per il 31%, per il 57% di zuccheri, per il 3% da proteine e per il 5% da fibre. Anche il contenuto di grassi è ragguardevole, 0,6%.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le sue fibre aiutano a proteggere l’intestino da sostanze cancerogene e aiutano a ridurre il colesterolo. Il potassio aiuta invece a controllare la frequenza cardiaca e a ridurre la pressione. Infine, l’acido tartarico è un potente antiossidante, così come diverse proteine presenti in questo frutto. Secondo i più recenti studi condotti, gli antiossidanti del tamarindo, in particolare dei semi, possono intervenire efficacemente nel rallentamento dei processi degenerativi che portano all’invecchiamento dell’organismo causato dai responsabili del danno ossidativo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La polpa del tamarindo è da tempo utilizzata nella medicina popolare come lassativo, digestivo e rimedio a problemi al fegato e alla cistifellea. Viene inoltre consigliata contro le sindromi da raffreddamento, la febbre, la nausea in gravidanza e i vermi intestinali nei bambini. Le molecole presenti nel tamarindo esercitano inoltre una blanda azione antibatterica e antimicotica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Il tamarindo è un albero sempreverde tipico delle zone tropicali, con fusti poco sviluppati e con rami che raggiungono anche i 25 metri di altezza. Le foglie sono alterne, paripennate, brevemente picciolate, di colore verde lucido nella pagina superiore e pallido in quella inferiore. Le foglioline sono piccole (meno di 3 cm), in numero di 10-12 paia, di colore verde-chiaro, opposte, ravvicinate, oblunghe, ottuse e glabre. I fiori sono grandi, giallo-verdastri, irregolari, riuniti in infiorescenze a racemo. Il frutto è un baccello dal guscio legnoso ma fragile di colore nocciola, indeiscente (ovvero non si apre spontaneamente a maturazione avvenuta), dalla forma quasi cilindrica e dalle estremità arrotondate, liscio in superficie, lungo 10-15 cm, largo 2 cm.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il periodo di fioritura nella maggior parte delle aree solitamente avviene in primavera e i frutti vengono raccolti tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate. La pianta fruttifica tra i 7 e i 12 anni dopo la semina e la rendita dei baccelli si stabilizza intorno ai 15 anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il tamarindo predilige un clima caldo, terreni acidi argillosi misti di terriccio e sabbia; è sensibile al gelo e non cresce bene sotto i 7°C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Del frutto viene utilizzata la polpa che, opportunamente purificata mediante dissoluzione in acqua bollente, viene setacciata e il liquido ottenuto si concentra a bagnomaria o posto al sole ad essiccare. La polpa di tamarindo può essere utilizzata come frutta essiccata, per la preparazione di bevande e sciroppi e per uso medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Nel nostro Paese e in tutto il mondo occidentale viene poco considerato come alimento. A livello domestico, la polpa dei frutti di tamarindo veniva estratta dai baccelli o silique mediante un processo di purificazione che consisteva nell’immergere la polpa in acqua bollente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il liquido in cui si era disciolta la polpa veniva poi passato con un setaccio di crine e lasciato concentrare a fuoco lento fino a trarne un estratto molle, una massa nerastra di sapore decisamente acido. Ancora oggi l’estratto è ampiamente usato nella medicina tradizionale sia come lassativo, sia come antidiarroico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            I decotti e gli oli essenziali di tamarindo, oltre che come antimalarici e antimicrobici, vengono utilizzati comunemente per numerose infezioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il tamarindo può interferire con l’assorbimento dell’aspirina e dell’ibuprofene.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • • Bhadoriya S.S. et al. (2012) “Anti-Inflammatory and Antinociceptive Activities of a Hydroethanolic Extract of Tamarindus indica Leaves”, Scientia Pharmaceutica; Jul-Sep 2012;80(3):685-700.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Bhadoriya S.S. et al. (2011) “Tamarindus indica: Extent of explored potential”, Pharmacognosy reviews; 5(9):73-81.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              www.agraria.org

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Semi di lino

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Linaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Linum

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Linum usitatissimum L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il lino (Linum usitatissimum L.) è una pianta erbacea probabilmente originaria della zona compresa tra il Golfo Persico, il Mar Caspio e il Mar Nero. Nel Medioevo era ampiamente coltivato in tutto il continente europeo e il suo declino iniziò nel Settecento, per via della maggior coltivazione di altre piante da fibra, per raggiugere l’apice nel corso del XX secolo con l’avvento delle fibre sintetiche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La Specie Linum usitatissimum L. è l’unica specie coltivata per scopi industriali (utilizzata nell’industria del legno, delle vernici e nel settore tessile), comprende numerose forme e i tipi coltivati sono distinti in due grandi gruppi:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Lino da fibra: comprende le forme a taglia alta, stelo elastico, fibre lunghe e duttili, infiorescenza ridotte, fiori piccoli azzurri o a volte bianchi, semi piccoli e bruni; queste forme prediligono ambienti costieri, freschi, senza forti escursioni termiche;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Lino da olio: comprende forme a taglia ridotta, a portamento rigido, con steli brevi e robusti, ramificati alla base, con fibre corte e grossolane, infiorescenze molto sviluppate, fiori azzurri e a volte violacei, con semi più grandi, bruni o tendenti al rossastro; prediligono ambienti caldi e assolati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              A livello mondiale, il maggior produttore di semi di lino è il Canada, seguito a distanza da Argentina, India, Cina e Nuova Zelanda. In Europa viene coltivato in Francia, Gran Bretagna e Belgio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                I semi di lino racchiudono una gran quantità di caratteristiche nutrizionali. Sono ricchi in fibra alimentare, acidi grassi polinsaturi, proteine, minerali come calcio, potassio, fosforo, ferro, zinco e folati. La fibra alimentare contenuta nei semi di lino è di tipo solubile, per questo sono noti per regolare la motilità intestinale e combattere problemi di stipsi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Un solo cucchiaio di semi di lino è in grado si superare il fabbisogno giornaliero medio di omega-3. Quest’ultimi, in base a studi scientifici, sono in grado di abbassare i livelli plasmatici di colesterolo LDL, o colesterolo cattivo, proteggere dalle malattie cardiovascolari e neurodegenerative e migliorare la sensibilità all’insulina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Ma la protezione cardiovascolare non si ferma solamente agli omega-3, infatti nei semi di lino sono presenti buone quantità di composti fenolici, come il secoisolariciresinolo e l’acido ferulico, con attività protettiva. In particolare il secoisolariciresinolo è in grado di svolgere una debole attività estrogenica nelle donne in menopausa, mentre in quelle fertili è in grado di regolarne i livelli di estrogeni nel sangue. L’acido ferulico ha invece attività antiossidante e quindi contribuisce a rafforzare l’effetto protettivo esercitato dai semi di lino nei confronti delle principali malattie croniche non trasmissibili come diabete, tumori e patologie cardiovascolari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Il lino è una pianta erbacea a radice fittonante, sottile e poco ramificata, con fusto eretto che raramente supera il metro di altezza; le foglie sono strette, glabre, alterne, raramente opposte. I fiori, solitari o riuniti in corimbi, sono formati da 5 sepali e 5 petali, che possono essere di colore azzurro, bianco o violaceo. Il frutto è una capsula pentacarpellare e ogni carpello è biloculare; ogni loggia contiene un seme, di colore variabile (bruno, bruno-rossastro, bruno-olivastro) lucente, allungato, ovale e ricco di olio. Lo strato più esterno del tegumento è formato da cellule poligonali che hanno la proprietà di rigonfiare in acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il lino coltivato per la produzione di fibra predilige aree temperato-umide; il lino destinato alla produzione di seme (da cui si estrae l’olio) predilige climi caldi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il lino necessita di terreni profondi, fertili, piuttosto leggeri, con buona dotazione di sostanza organica e pH neutro; nei terreni troppo ricchi di humus, l’abbondanza di azoto favorisce l’allettamento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Per quanto riguarda la coltivazione, il lino da fibra può occupare il primo posto nella rotazione succedendo a un prato, alla medica o a un cereale vernino, mentre quello da seme segue una coltura da rinnovo; si consiglia di non far succedere il lino a se stesso per evitare fenomeni di stanchezza del terreno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Dopo aver eseguito una aratura profonda (circa 40 cm), dovranno essere eseguite due lavorazioni per preparare un terreno molto fine. La semina avviene da metà febbraio a fine aprile per i tipi primaverili, da ottobre a dicembre per quelli autunnali, a file distanti circa 10 cm. Al Nord di solito la coltura non necessita di irrigazione; al Sud abbisogna di 2-3 interventi irrigui.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il ciclo biologico dura 90-100 giorni nei tipi a semina primaverile e 180-200 giorni o più in quelli a semina autunnale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il lino da seme viene raccolto quando le capsule si sono imbrunite; nel lino da fibra, l’epoca ottimale coincide con la perdita delle foglie basali e quando il colore passa dal verde intenso al paglierino intenso. Per la produzione di fibra la raccolta avviene impiegando estirpatrici meccaniche, mentre per la produzione di olio viene eseguita con normali mietitrebbiatrici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La resa varia in funzione del tipo di coltura: per quella da fibra da 40 a 60 quintali ad ettaro di paglia essiccata, di cui 5-7 quintali di seme; nella coltura da olio, la resa in seme può arrivare a 20-25 q.li/ha.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  In seguito alla raccolta il lino da fibra subisce un processo di lavorazione comprendente macerazione, essiccamento, gramolatura e strigliatura per ottenere la fibra che si trova in commercio; tale fibra deriva dalle fibre liberiane della corteccia (lunghe 30-90 cm). Come sottoprodotti della lavorazione si ottengono la filaccia e la stoppa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Dal lino da seme invece si estrae l’olio in quanto contiene circa 35-45% di olio e 5-6% di mucillagine; tale prodotto viene impiegato esclusivamente per la produzione di colori, vernici, inchiostro da stampa. Ciò che rimane viene impiegato nell’alimentazione zootecnica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I semi di lino sono reperibili sul mercato tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • I semi di lino possono essere aggiunti sminuzzai crudi o tostati in insalate, contorni e nello yogurt. Lasciando riposare per una notte un cucchiaio di semi di lino in mezzo bicchiere d’acqua, o in un vasetto di yogurt bianco naturale, si ottiene una sorta di gel che, assunto al mattino a stomaco vuoto, facilita i processi di evacuazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In commercio si trova la farina e il pregiato olio, spremuto a freddo, che può essere aggiunto a molte ricette, ma sempre consumato a crudo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    I semi di lino possono interferire con l’assunzione di antidiabetici, anticoagulanti e antiaggreganti. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico. Il consumo di grandi quantità di semi di lino è sconsigliabile a causa delle mucillagini, che possono causare mal di stomaco, gonfiori e diarrea; inoltre i lignani li rendono sconsigliabili durante la gravidanza. In ogni caso, non dovrebbero essere consumati crudi a causa della tossicità dei glucosidi cianogenetici presenti al loro interno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Goyal A et al. (2014) “Flax and flaxseed oil: an ancient medicine & modern functional food.”, Journal of Food Science and Technology; 51(9): 1633–1653.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Kajla P et al. (2015) “Flaxseed—a potential functional food source.”, Journal of Food Science and Technology; 52(4): 1857–1871.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Maggiorana

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Famiglia: Lamiaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Genere: Origanum

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Specie: Origanum majorana

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La maggiorana è una pianta erbacea perenne, diffusa come erba aromatica, appartenente alla stessa famiglia di origano, timo, cumino, anice e finocchio. Il suo nome scientifico è Origanum majorana ma è conosciuta anche come Majorana hortensis.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      È originaria dell’Africa settentrionale e in Europa, in Africa e in Asia centrale può crescere anche spontaneamente in quanto favorita dal clima piuttosto caldo. Nelle zone fredde, non riuscendo a sopravvivere alle temperature rigide, viene coltivata come annuale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il suo utilizzo nella cucina tradizionale mediterranea è molto diffuso e le sue foglie, sia fresche che secche, possono essere usate per speziare qualsiasi alimento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • La maggiorana è un’erba aromatica fonte di ferro, betacarotene, beta- criptoxantina, luteina ed oli essenziali. In cucina la maggiorana può sostituire l’uso di sale. Ridurre il consumo di sale favorisce un minore rischio di patologie croniche, come malattie cardiovascolari e tumori. Le raccomandazioni indicano di non superare i 5 grammi al giorno, in Italia il consumo è ben superiore. Oltre a prediligere alimenti poveri di sale, la sostituzione con erbe aromatiche è un’ottima strategia per far educare il palato a cibi meno salati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Molto usati sono gli infusi a base di maggiorana, in grado di combattere nausea e flatulenza. Il tutto è dovuto principalmente agli oli essenziali di quest’erba aromatica che sembrerebbero esercitare un’azione antibatterica ed antinfiammatoria.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La maggiorana è inoltre una buona fonte di antiossidanti, alleati del sistema immunitario, della salute cardiovascolare e di quella di ossa e denti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • La maggiorana è una pianta erbacea perenne caratterizzata da un fusto dal portamento eretto, di colore rossastro, che può raggiungere i 60-80 cm di altezza. Le foglie sono opposte, ovato-ellittiche, pelose e verde chiaro-biancastre. I fiori, violacei o rosei, sono riuniti in dense spighette che formano delle pannocchie terminali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La maggiorana viene spesso confusa con l’origano per l’aspetto simile ma il gusto e l’aroma sono molti diversi in quanto la maggiorana non contiene gli oli essenziali propri dell’origano.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Per la sua coltivazione la maggiorana privilegia le posizioni soleggiate e riparate dal vento, i terreni secchi e ben drenati; si propaga per semina, da effettuare durante la primavera, o per divisione delle piante accestite, in primavera o dopo la fioritura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La raccolta delle foglie e delle estremità fiorite deve avvenire all’inizio della fioritura, ovvero durante il periodo estivo. In seguito alla loro raccolta possono essere utilizzate fresche oppure subire diverse tipologie di conservazione quali l’essiccazione, il congelamento oppure la macerazione in olio e aceto. L’essiccazione deve essere fatta in un luogo ombroso e ventilato e questa tecnica permette di avere la maggiorana reperibile sul mercato tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • In seguito alla sua raccolta è bene lavarla ed asciugarla per poi porla ad essiccare in un luogo asciutto e al riparo dalla luce del sole. Dopo alcuni giorni le foglie saranno diventate secche e di color verde scuro ed a questo punto potrete sbriciolarle con le mani e conservarle in un barattolo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Potrete utilizzarla in ogni caso sia fresca che secca per dare più sapore alle vostre ricette senza utilizzare sale in eccesso, nella preparazione di salse e nell’accompagnamento soprattutto dei pomodori freschi. La maggiorana è impiegata, oltre che come erba aromatica, nella preparazione di tisane ed infusi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il suo utilizzo può interferire con l’assunzione di litio. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico. Se assunta in dosi non medicinali la maggiorana è considerata un alimento sicuro; tuttavia è importante fare attenzione alla sua assunzione in caso di gravidanza o menorragia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Anderson CA et al. (2015) “Effects of a behavioral intervention that emphasizes spices and herbs on adherence to recommended sodium intake: results of the SPICE randomized clinical trial”, The American Journal of Clinical Nutrition;102(3):671-9.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.maggiorana.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Fragola

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Rosaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Fragaria

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Fragaria spp.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La fragola è una pianta di origine europea i cui frutti appartengono al genere Fragaria che viene coltivata nelle aree temperate di tutto il mondo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Esistono diverse specie tra cui: Fragaria chiloensis, di origine sudamericana, Fragaria virginiana, originaria del sud degli Stati Uniti e Fragaria ovalis, originaria delle Isole Kurili. Tutte le specie di origine extraeuropea sono ottoploidi, mentre la Fragaria vesca (la fragola selvatica o fragola di bosco che si trova spontanea nei nostri boschi) è diploide. Le varietà coltivate sono quasi tutte incroci tra Fragaria chiloensis e Fragaria virginiana la cui produzione è iniziata verso la fine del Settecento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le varietà si distinguono per dimensioni, consistenza e sapore e ad oggi ne sono note più di 600.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le varietà di fragola vengono classificate in:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              unifere o brevidiurne o non rifiorenti: differenziano i fiori con un periodo di luce inferiore alle 12 ore e con un sufficiente termoperiodo. La differenziazione dei fiori avviene da settembre fino al verificarsi delle prime gelate e la maturazione dei frutti si ha in primavera nell’arco di circa 4 settimane una sola volta. Alcune varietà unifere possono diventare, occasionalmente, bifere;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              bifere o longidiurne o rifiorenti: differenziano i fiori con un periodo di luce superiore alle 14 ore e producono più frutti dalla primavera all’autunno. Non sono molto diffuse a livello industriale e sono impiegate quasi esclusivamente a livello casalingo;

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              day neutral o fotoindifferenti: differenziano gemme a fiore con qualsiasi condizione di luminosità, purché sia rispettato il termoperiodo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La varietà selvatica o fragola di bosco (Fragaria vesca L.) cresce nei boschi, nelle radure e nei luoghi erbosi, dal piano a 1800 m., e produce frutti durante tutto il periodo estivo. È una specie originaria dell’Europa e della Siberia ed è diffusa in tutte le regioni del mondo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le fragole sono composte principalmente da acqua e carboidrati semplici, mentre proteine e grassi sono ben poco presenti. Buono è invece l’apporto di fibra alimentare, fondamentale per mantenere in salute l’intestino.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le fragole sono un’ottima fonte di vitamina C, tanto che una loro porzione è in grado di soddisfare completamente il fabbisogno giornaliero di questo tipo di vitamina nelle donne, e circa l’80% negli uomini. Buono è anche il contenuto di folati, magnesio e potassio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La ricchezza di questo alimento non si ferma qua, in quanto in esso sono contenute anche due molecole molto importanti appartenenti alla classe dei flavonoidi: le antocianine e la fisetina. Le antocianine, ovvero i pigmenti che colorano di rosso le fragole, sono un’importante difesa dall’aterosclerosi, in quanto agiscono direttamente sul colesterolo cattivo (LDL) ossidato, diminuendolo. Uno studio ha dimostrato come una media di due porzioni di fragole al giorno sia in grado di migliorare i livelli di colesterolo plasmatico solo dopo quattro settimane.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Recenti studi di laboratorio hanno evidenziato invece che la fisetina abbia effetti interessanti nei confronti di alcune tipologie di tumore (tumore del seno, alla cervice, al colon e all’esofago) e sarebbe anche in grado di interferire con la neurodegenerazione, proteggendo i neuroni dai danni causati dall’invecchiamento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Inoltre il consumo di fragole è stato associato a un miglior controllo dei livelli di zuccheri nel sangue, e quindi potrebbe aiutare a prevenire il diabete di tipo 2. Ma sono necessari ulteriori studi per approfondire meglio la questione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • La fragola è una pianta perenne, acaule, il cui fusto è stato trasformato in un corto rizoma. Le foglie sono ternate, ovato-oblunghe, dentato-seghettate, lungamente picciolate. I fiori, bianchi, ermafroditi, sono riuniti in gruppi di 3-8 a costituire dei racemi e hanno lunghi piccioli. Il frutto è in realtà un falso frutto costituito dal ricettacolo fiorale che si accresce e si fa succulento e presenta sulla superficie dei piccoli “semini”, chiamati acheni, che sono i veri frutti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il terreno ideale per la coltivazione della fragola deve essere subacido (pH ottimale: 5,5-6,5), sciolto e ricco di sostanza organica; richiede inoltre quantità moderate ma costanti di acqua durante tutto il suo ciclo colturale. Il terreno deve essere preparato e concimato alcuni mesi prima del periodo previsto per la semina o della messa a dimora delle piantine.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La moltiplicazione è di tipo agamico e può avvenire mediante un vivaio tradizionale, in cui vengono coltivate piante madri (per la produzione di stoloni), oppure mediante la riproduzione meristematica delle piantine, denominate “super-élite”, con la loro moltiplicazione in ambiente controllato e successiva moltiplicazione su terreno. La distanza tra le file prevista è di circa 125 cm, mentre sulla stessa fila 35-35 cm se doppia, 15-20 cm se fila semplice. Per aumentare la produzione, contenere le avversità e facilitare la raccolta vengono impiegati sistemi di coltivazione senza suolo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I periodi di raccolta variano a seconda del tipo di coltura, se protetta o in pieno campo, della latitudine e della varietà (rifiorente o non); solitamente avviene in autunno per le produzioni fuori stagione ottenute con piante frigoconservate di varietà unifere, dalla primavera all’autunno con varietà rifiorenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le fragole si raccolgono quando hanno raggiunto il caratteristico colore rosso in quanto sono frutti non climaterici, ovvero non maturano dopo la raccolta; la produzione è molto variabile ed oscilla dai 100 ai 300 q.li/ha.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  In Italia la stagione migliore per consumare le fragole inizia ad aprile e continua per tutta la prima parte dell’estate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La produzione è destinata al consumo fresco, alla surgelazione, alla produzione di marmellate, sciroppi, liquori, gelati, ecc.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La fragola selvatica o fragola di bosco (Fragaria vesca L.) è una pianta erbacea perenne, alta 10-20 cm, con fiori formati da 5 petali bianchi e caratterizzata da frutti di piccole dimensioni con sapore molto intenso. Viene coltivata soprattutto in Trentino con un periodo di raccolta che va da giugno a settembre. I frutti vengono utilizzati per profumare e decorare gelati, macedonie e torte di frutta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Una porzione di fragole corrisponde esattamente a circa 10 fragole ed è consigliabile consumarle crude e intere in quanto la vitamina C è sensibile al calore ed all’esposizione all’aria, quindi la cottura o lo sminuzzamento ne riducono il contenuto. I trattamenti termici hanno un effetto negativo anche sul loro contenuto in polifenoli, tuttavia la capacità antiossidante totale resta alta anche nei frutti cotti e processati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le fragole possono essere utilizzate all’interno di preparazioni che prevedono la cottura o come succhi. Se non si può fare a meno del dolce, una ciotola di fragole con la panna è una buona alternativa ad una fetta di torta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le fragole vanno conservate nel cassetto più fresco del frigorifero e per un periodo massimo di 7 giorni, a una temperatura intorno ai 2°C. Per mantenere la loro umidità ottimale ed evitare l’avvizzimento, è preferibile conservarle intatte e asciutte in un contenitore non ermetico. È consigliabile lavare le fragole solo poco prima del consumo. Una volta tagliate devono essere conservate in un contenitore per alimenti se non consumate entro poche ore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le fragole possono interferire con i farmaci anticoagulanti e antiaggreganti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Giampieri F. et al. (2015) “Strawberry as a health promoter: an evidence based review”, Food & Function; 6(5):1386-98.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Khan N. et al. (2013) “Fisetin: A Dietary Antioxidant for Health Promotion.”, Antioxidants & Redox Signaling; 19(2):151-62.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.internosblog.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Soia

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Famiglia: Papilionaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Specie: Glycine max L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La soia è una pianta erbacea annuale della famiglia delle leguminose originaria dell’Asia centro-orientale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Fino alla fine dell’Ottocento era coltivata esclusivamente in Cina, ad oggi invece è uno dei prodotti più coltivati al mondo, anche per il largo uso di questo seme nell’alimentazione degli animali, e il maggiore produttore mondiale sono gli Stati Uniti. In Europa è coltivata soprattutto in Francia e Italia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      È una delle più importanti piante alimentari per la ricchezza dei semi in olio (18-20%) e in proteine (40%).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Esistono diverse varietà distinte in base alla precocità, all’altezza del primo baccello, alla resistenza alle malattie, allo stress idrico, ecc.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La soia gialla è la più conosciuta e coltivata e dalla sua lavorazione si ottengono diversi prodotti come le bevande vegetali, il tofu, il tempeh, le salse, i gelati e i dessert.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La soia verde, chiamata anche fagiolo mung o fagiolo azuki verde, ricca di aminoacidi essenziali e dalle piccole dimensioni, è la più utilizzata per la produzione dei germogli di soia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La soia rossa, o fagiolo azuki rosso, è utilizzata nella cucina cinese per zuppe, contorni e per la preparazione di dolci.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La soia nera è la più pregiata ed infine la varietà edamame, più allungata e di colore verde brillante, si consuma cotta al vapore con tutto il baccello.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Da differenti lavorazioni della soia si ricavano prodotti diversi; dal seme intero si ottiene il latte di soia, prodotto ottenuto dal seme macinato, estratto a caldo in acqua e bollito, il tofu o formaggio di soia, latte di soia coagulato con sali di magnesio o calcio o aceto; il Natto, formaggio vegetale simile al tofu; il tempeh o carne di soia, ottenuto dal seme della soia gialla decorticato, bollito in acqua e fermentato per 24-48 ore da un fungo (gen. Rhizopus); i germogli di soia, ottenuti dalla germinazione dei semi della soia da varietà a seme piccolo, e i prodotti fermentati (salse e bevande).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La salsa di soia è una salsa fermentata molto sapida, utilizzata come condimento sia a crudo sia nelle preparazioni culinarie; ne esistono diversi tipi e i due più noti sono il Tamari, tipica della cucina cinese e più pregiata, e lo Shoyu, particolarmente usata nella cucina giapponese, che prevede nella preparazione anche l’aggiunta del frumento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La soia è un legume che spicca per il suo contenuto proteico e per la sua composizione in amminoacidi essenziali, ovvero i mattoncini che compongono le proteine e che il nostro organismo da solo non è in grado di sintetizzare. Studi recenti evidenzierebbero un suo ruolo nella prevenzione cardiovascolare, proprio grazie al suo profilo proteico. Inoltre, alle proteine della soia, vengono spesso associate altre molecole interessanti, gli isoflavoni. Studi scientifici suggeriscono che alcune di queste molecole potrebbero aiutare a ridurre il rischio di cancro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Buono è anche il suo contenuto in grassi, prevalentemente della classe degli insaturi, tra cui troviamo anche i fitosteroli, in grado di abbassare il colesterolo nel sangue.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Come tutti i legumi, anche la fibra è ben presente, in grado di ridurre ulteriormente l’assorbimento del colesterolo plasmatico ed allo stesso tempo in grado di promuovere il senso di sazietà e la salute intestinale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        A livello di vitamine, spiccano quelle del gruppo B, soprattutto la tiamina, mentre tra i minerali potassio, calcio e ferro sono quelli più concentrati. Proprio la notevole presenza di quest’ultimo è di primaria importanza, infatti la soia, in quanto fonte vegetale, contiene il così detto ferro non eme, che per essere assorbito necessita di essere associato ad una fonte di acido ascorbico o vitamina C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Un consiglio pratico può essere quello di condire il piatto con del succo di limone, o di scorza di arancia o con del peperoncino fresco.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • La soia è una pianta erbacea annuale estiva, interamente coperta di peli bruni o grigi, che può essere alta da 70 a 130 cm, con un portamento eretto o cespuglioso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Le foglie sono trifogliate; i fiori sono riuniti in gruppi di 2-5 che vanno a formare delle infiorescenze, dette racemi, e di colore bianco o viola. La fecondazione è autogama ma non tutti danno luogo a frutti fertili: si ha, infatti, una elevata percentuale di aborti. I frutti sono baccelli villosi, tondeggianti più o meno appiattiti, penduli, contenenti 3-4 semi; il colore può variare ed essere giallo, bruno, verdognolo o nero, con ilo piccolo e poco marcato. I semi hanno un peso oscillante tra 50 e 450 mg (100-200 nelle cultivar da olio). L’olio e le proteine sono concentrati per la massima parte nei cotiledoni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La soia è una pianta originariamente brevidiurna, ovvero ha bisogno di notti piuttosto lunghe per fiorire; nelle differenti varietà che vengono coltivate presenta comportamenti diversi nei confronti della luce e, molte varietà precoci, sono fotoindifferenti. La coltivazione della soia richiede una buona irrigazione e non presenta particolari esigenze per la tipologia di terreno, anche se sono sconsigliabili quei terreni troppo umidi e troppo sciolti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La soia è una pianta miglioratrice della fertilità del suolo, è una tipica pianta da rinnovo a ciclo primaverile-estivo. Solitamente serve a interrompere la coltura ripetuta del mais e, con le sue varietà precocissime, la soia si presta anche ad essere fatta come coltura intercalare dopo colture che liberano presto il terreno (ad esempio i piselli per l’industria o l’orzo per l’insilamento), con semina entro metà giugno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La preparazione del terreno per la semina va fatta con una aratura piuttosto anticipata e la soia è una leguminosa che entra in simbiosi con un microrganismo azotofissatore specifico, Rhizobium japonicum, che nei terreni nuovi alla coltivazione della soia è assente. Per questo, quando si vuole coltivare la soia su un terreno che non l’ha mai ospitata, è indispensabile inoculare il seme con apposite colture microbiche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La semina viene fatta a righe distanti 40-45 cm a cui seguono, come cure colturali, la rullatura e l’irrigazione. Se il terreno è compatto una sarchiatura ha lo scopo di arieggiare il terreno per dar modo ai batteri aerobi di fissare l’azoto. Altri interventi occasionali possono essere la rottura della crosta, se le nascite stentano per questo motivo, e la concimazione azotata in copertura, se l’inoculazione del seme non ha avuto effetto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La raccolta viene effettuata utilizzando mietitrebbie da frumento e ha inizio quando la pianta è quasi completamente defogliata e presenta steli e semi di colore marrone; in Italia questo accade in settembre, nel caso di coltura principale, o in ottobre avanzato, nel caso di coltura intercalare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          L’umidità del seme alla raccolta deve essere intorno al 12-14%; se superiore è necessaria l’essiccazione. Inoltre per una buona conservazione, il seme di soia che è oleaginoso deve essere immagazzinato con un’umidità del 10-12%.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La soia in commercio è disponibile in differenti forme, in base al trattamento subito.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il latte di soia è una bevanda di origine vegetale che si ottiene dalla macerazione dei semi di soia nell’acqua, ha un sapore naturalmente dolce e può essere consumato da chi presenta intolleranza al latte vaccino.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il tofu è un formaggio vegetale che si ottiene dalla cagliatura del latte di soia, lasciando i semi in ammollo per poi macinarli; il liquido lattiginoso così ottenuto viene fatto cagliare, messo in stampi a sgocciolare, risciacquato e pressato in forme.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La farina di soia che si ottiene dalla macinazione dei semi e può essere usata in sostituzione delle altre farine. Non contenendo glutine può essere utilizzata anche dai celiaci.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I germogli di soia che si ottengono dalla pianta appena nata e sono consumati in aggiunta alle insalate o come guarnizione di altri piatti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          L’olio di soia che si ottiene schiacciando e spremendo a caldo i semi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Dalla fermentazione della soia si ottiene:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          il miso, una salsa vegetale densa e dal colore scuro ottenuta facendo fermentare una pasta di semi di soia, acqua, riso e sale con un fungo, Aspegillus orzya. Si usa per insaporire zuppe e minestre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il Tempeh, definito anche “carne di soia”, è un alimento ottenuto dalla fermentazione del fungo Rhizopus oligosporus con i semi di soia gialla per un giorno intero. Si ottiene un impasto che in commercio si trova pressato in panetti (come il tofu) e può essere grigliato, arrostito o fritto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il Natto, un formaggio vegetale simile al tofu. La differenza è che la fermentazione avviene usando un fungo, il Bacillus natto, e la pasta di semi di soia. Questo alimento è ancora poco utilizzato in Italia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • La soia non dovrebbe mai mancare in un’alimentazione sana, in particolare nei soggetti con problemi di ipercolesterolemia. Inoltre le proteine della soia aiutano l’organismo ad assimilare la vitamina D mentre gli isoflavoni ed i fitoestrogeni aiutano a migliorare le funzioni ormonali e la circolazione del sangue, aiutando conseguentemente a controllare le vampate di calore e gli sbalzi d’umore, proprio per questo risultano utili in menopausa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Esistono molti prodotti in commercio, dai fagioli ai germogli da consumare in insalate, ai baccelli maturi chiamati edamame, fino ai derivati della cucina orientale come salsa di soia, miso, tempeh, tofu e bevande a base di soia. Quest’ultime possono risultare una valida alternativa per i soggetti intolleranti al lattosio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Per i prodotti industriali vi consigliamo di fare attenzione, leggendo le etichette nutrizionali, alle concentrazioni di zucchero e sale, spesso addizionate alle preparazioni come yogurt, gelati e burger vegetali. La salsa di soia, per esempio, è molto ricca in sale e quindi vi sconsigliamo il suo utilizzo nella quotidianità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            In caso di allergia o di sospetto di allergia alla soia è meglio non consumare i germogli di questo legume. È bene, inoltre, non eccedere con il consumo di questo alimento, poiché anche gli isoflavoni ad alte dosi possono risultare nocivi andando a interferire, per esempio, con il funzionamento della tiroide.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Sardine

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Famiglia: Clupeidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Genere: Sardina

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Specie: Sardina pilchardus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La sardina, nota anche come sarda o sardella, rientra nella grande famiglia del “pesce azzurro” in cui rientra anche l’aguglia, l’alaccia, l’alice, il cicerello, la costardella, il pesce sciabola o spatola, lo sgombro, il sauro, l’alalunga, la lampuga, la palamita, il pesce spada e il tonno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La sardina è molto diffusa sia nel Mediterraneo che nell’Oceano Atlantico nord-orientale e si trova anche nel Mar Nero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            È un pesce dalla carne tenera che si presta a molte tipologie di lavorazioni e conservazioni; in commercio si può trovare fresca, sotto sale o sott’olio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le sardine appartengono alla categoria del pesce azzurro e quindi rappresentano una fonte di primaria importanza di acidi grassi omega-3, in particolare di acido linolenico, fondamentali per la salute cardiovascolare e lo sviluppo del sistema nervoso. Infatti, nonostante la fonte proteica sia al pari della carne, il profilo lipidico è molto diverso, essenzialmente privo di acidi grassi saturi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Oltre al ruolo positivo degli omega-3 sul cuore e sui vasi sanguigni, le vitamine ed i minerali contenuti nelle sardine risultano poi essere ottime fonti di sostanze antiossidanti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Sono infatti ricche di vitamina B12, B3 e B2, A e D e di diversi oligoelementi tra cui fosforo, sodio, calcio, ferro, magnesio e selenio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • La sardina è una specie pelagica gregaria che forma banchi di notevoli dimensioni, che rimangono in profondità durante il giorno e che risalgono in superficie nella notte per nutrirsi, che vive in acque marine e salmastre fino ai 100 m di profondità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La sardina ha un corpo cilindrico, slanciato, carenato, rivestito di scaglie caduche e compresso ai fianchi; il colore è verde-blu sul dorso, argenteo sul resto del corpo. Lunga solitamente intorno ai 20-25 centimetri, può raggiunge una lunghezza massima di 27,5 cm. Il sapore ed il colore delle sardine varia a seconda del mare in cui vengono pescate: in Mar Adriatico le sardine sono più grasse perché hanno a disposizione maggiori quantità di cibo ed hanno un colore più verdastro sul dorso, mentre quelle tirreniche sono più azzurre e più magre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Viene pescata tutto l’anno utilizzando principalmente reti a circuizione o reti a traino pelagico; durante la pesca è possibile che avvengano catture accidentali di forme postlarvali o neonate di sardina, i cosiddetti “bianchetti“, la cui cattura è illegale nell’Unione Europea, ma la cui pesca permane in molte aree per il suo elevato valore di mercato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La qualità del prodotto dipende sostanzialmente da due aspetti: il metodo di cattura e il congelamento. Con il metodo di cattura a strascico le sardine escono già rovinate a causa della pressione che si genera nel sacco, con la cattura a circuizione invece i pesci si stressano meno e rimangono integri, mantenendo una qualità migliore. Per quanto riguarda il congelamento, se viene fatto a bassissime temperature ed in breve tempo, si avrà un prodotto surgelato che si conserverà meglio e perderà meno acqua quando verrà scongelato; al contrario se il raffreddamento sarà lento e non immediatamente dopo la cattura, la qualità sarà decisamente scadente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le carni della sardina sono ottime, saporite e gustose, a patto che siano consumate freschissime, perché è un pesce facilmente deperibile. Di solito la si trova fresca già squamata ma viene commercializzata anche surgelata, inscatolata, o confezionata sott’olio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                I prodotti della pesca commercializzati in UE rispettano certi requisiti a seconda del grado di freschezza e della categoria di calibro cui appartengono; in particolare esistono tre categorie di freschezza (A, B o extra) e cinque categorie di calibro (1,2,3,4 e 4 Mediterraneo), quest’ultime calcolate in base al peso del pesce.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Per rientrare nella categoria A il pesce deve presentare: occhio convesso e leggermente infossato, pupilla oscura, cornea leggermente opalescente; branchie colore meno vivo, più pallido sui bordi, muco trasparente e senza odore di alghe marine; opercoli argentati, leggermente colorati di rosso o di marrone; consistenza della carne assai rigida, soda; muco cutaneo leggermente torbido e pelle con perdita di lucentezza e aspetto meno brillante, dai colori più smorti e con minore differenza tra superficie dorsale e ventrale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Nella categoria B il pesce presenta: occhio piatto con pupilla offuscata e soffusioni ematiche attorno all’occhio; branchie in via di fitta decolorazione con muco opaco e dall’odore grasso leggermente solforoso; opercoli con imbrunimento e estese soffusioni ematiche; consistenza della carne leggermente molle; muco cutaneo lattiginoso e pelle spenta, senza lucentezza, dai colori slavati e, se si incurva il pesce, si assiste alla formazione di pieghe.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Nella categoria extra si ha: occhio convesso, sporgente, pupilla blu-nera brillante e «palpebra» trasparente; branchie di colore uniforme da rosso scuro a porpora senza muco e con odore fresco di alghe marine, piccante, salso; opercoli argentati; consistenza della carne molto soda, rigida; muco cutaneo acquoso, trasparente e pelle con pigmentazione cangiante, colori vivi, brillanti, con tendenza all’iridescenza e con una netta differenza tra superficie dorsale e ventrale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Al momento dell’acquisto, la sardina si deve presentare ben rigida al tatto. Quando è fresca una sardina possiede un odore delicato e gradevole, non ammoniacale. Il corpo è rigido e sodo, con aspetto brillante e squame aderenti, il ventre non dev’essere gonfio. Le branchie hanno un colorito rosaceo, tendente al rosso; l’occhio, infine, dev’essere sporgente con pupilla nera, non arrossata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Vi consigliamo di consumare le sardine associandole ad un’insalatona ed accompagnate da una piccola porzione di cereali integrali, magari aggiungendo semi oleosi o frutta a guscio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il consumo di sardine è molto consigliato in menopausa, grazie al loro ottimo contenuto di vitamina D, calcio e fosforo fondamentali per la salute delle ossa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Mentre è bene evitare il loro consumo nel caso in cui si stia seguendo una terapia farmacologica a base di isoniazide (farmaco per la cura della tubercolosi) ed astenersi dal consumo di questo pesce in caso di allergia. È consigliabile evitare il consumo di sardine nel caso in cui si soffra di gotta o si abbia familiarità con questa patologia. Le sardine sotto sale – molto diffuse in Italia – vanno poi consumate con cautela dai soggetti che soffrono di ipertensione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Cavolfiore

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Famiglia: Cruciferae – Brassicaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Genere: Brassica

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Specie: Brassica oleracea L. var. botrytis L. Alef. var. botrytis L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il cavolfiore è una crucifera il cui nome deriva dal latino “caulis“, fusto, cavolo, e “floris“, fiore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  L’origine è piuttosto incerta ma la sua coltivazione è molto diffusa; viene infatti coltivata in India, Cina, Francia, Stati Uniti e Italia, dove si affermò inizialmente in Toscana. Attualmente è molto coltivata in Italia, diffusa soprattutto nelle regioni centro-meridionali e precisamente in Campania, Marche, Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Esistono diverse cultivar che differiscono tra loro per la necessità o meno di freddo per la formazione del corimbo; infatti alcune cultivar richiedono il freddo solamente per l formazione dell’infiorescenze, invece altre (le tardive) richiedono il freddo sia per la formazione della parte edule che per l’infiorescenza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le varietà presenti in commercio sono ottenute o da vecchie popolazioni locali o per libera impollinazione o ibridi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il cavolfiore viene utilizzato sia allo stato fresco che surgelato, disidratato e sottaceto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il cavolfiore è composto principalmente da acqua e fibre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le fibre sono importanti alleate della salute dell’intestino e sono utili per controllare l’assorbimento di colesterolo e zuccheri.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Fra le vitamine, la C è un antiossidante alleato delle difese immunitarie importante per la sintesi del collagene, le vitamine del gruppo B favoriscono un buon metabolismo e la vitamina K è coinvolta nei processi di coagulazione. Infine, fra i minerali, il potassio aiuta a proteggere la salute cardiovascolare mentre il calcio e il fosforo quella di ossa e denti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In particolare, come tutte le verdure appartenenti alla famiglia delle Brassicacee o Crucifere, il cavolfiore si caratterizza per la presenza di glucosinolati, ovvero importanti fitocomposti attualmente molto studiati per il loro potenziale ruolo sulla salute. Infatti, per poter beneficiare di queste molecole, si deve prestare attenzione alle modalità di cottura dell’alimento. L’enzima che permette la trasformazione di questi composti, nelle molecole bioattive, è racchiuso in specifiche strutture cellulari della pianta ed è sensibile alle alte temperature.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Inoltre una dieta ricca di cavolfiore può aiutare a prevenire i tumori grazie alle fibre e ad altri composti, come il sulforafano e alcuni steroli. Il di-indolo-metano sembra invece esercitare un’azione immunomodulatrice, antibatterica e antivirale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • Il cavolfiore è una pianta erbacea biennale che presenta una radice fittonante non molto profonda. Sul fusto, eretto e che può essere lungo da 15 a 50 cm, sono presenti alcune foglie. Le foglie si presentano costolute e le più esterne sono più grandi, di colore verde a volte tendente al grigio e pruinose, mentre quelle interne sono di colore giallognolo o verde chiaro e spesso ricoprono completamente la parte edule.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La parte edule viene chiamata in modi diversi (corimbo, pomo, testa, infiorescenza) ed è il risultato della ripetuta ramificazione della porzione terminale dell’asse principale della pianta. Il corimbo può assumere forme molto diverse.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      L’infiorescenza proviene dall’allungamento dei peduncoli carnosi del corimbo; tali peduncoli allungandosi si ramificano più volte. I fiori delle prime ramificazioni abortiscono e sono fertili solo quelli della ramificazione del quarto-ottavo ordine in poi. I fiori sono di colore giallo e tipici delle crucifere. I frutti sono silique, di forma e lunghezza diverse; possono contenere fino a oltre 25 semi, tondi, di diametro variabile da 1 a 2,5 mm., rossiccio-bruni o bluastri quasi lucenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Per la coltivazione le zone migliori sono quelle dal clima fresco e umido, richiede terreni di medio impasto con un elevato livello idrico e la temperatura è un fattore molto importante sia durante la fase vegetativa che quella riproduttiva. Infatti per le cultivar precoci la temperatura ottimale per la formazione dei corimbi è di circa 17°C; con temperature superiori a 20°C il passaggio alla fase riproduttiva è ritardato e la qualità dei corimbi diviene scadente, invece le basse temperature possono danneggiare la pianta in coincidenza dei vari stadi in cui si trova.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La coltivazione si effettua in diversi periodi dell’anno, a seconda della località e delle cultivar impiegate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      È una coltura da rinnovo (intercalare) e può seguire il grano o gli ortaggi come la fava, il pisello, la carota e la patata. Può anche essere intercalato tra grano e pomodoro, utilizzando cultivar a ciclo breve; è da evitare invece la monosuccessione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Ad oggi nella coltivazione vengono utilizzate piantine allevate in vivaio in appositi contenitori, successivamente trapiantate (da luglio a tutto settembre). La vernalizzazione delle piantine (15-20 giorni a 2°C) sembra favorire la concentrazione del periodo di raccolta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Quando si utilizzano varietà tardive, che sono più grandi di quelle precoci, le distanze d’impianto variano da 60 a 100 cm tra le file e 40-70 cm lungo le file.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La raccolta è scalare per tutte le cultivar classiche italiane poiché la maturazione non avviene contemporaneamente e sono quindi necessarie 3-6 raccolte, utilizzando macchine agevolatrici. La presenza sul mercato va da ottobre a maggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I corimbi si raccolgono quando sono compatti e le loro dimensioni e il loro peso variano notevolmente a seconda della cultivar (solitamente i corimbi defogliati non superano generalmente 1,5 kg). Il taglio dei corimbi può essere fatto con o senza foglie. Dopo il taglio deve essere evitata l’esposizione ai raggi del sole per evitare la comparsa di colori indesiderati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Per la commercializzazione il cavolfiore è preparato in quattro diverse maniere: affogliato, ovvero sono eliminate solo le foglie grandi più esterne, mentre le altre sono lasciate a protezione del corimbo e appena spuntate nella parte terminale; coronato, dove sono eliminate solo le foglie grandi più esterne, mentre le altre sono tagliate al massimo circa 3 cm al di sopra della testa; defogliato, sono eliminate tutte le foglie ad eccezione di quelle più interne, giovani, tenere, avvolgenti e coprenti il corimbo e questa è la presentazione più frequente per le centrali ortofrutticole; infine nudo, dove tutte le foglie sono eliminate ed il corimbo è avvolto da un film plastico microperforato e questa è la forma più diffusa per l’esportazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il cavolfiore è un prodotto facilmente deperibile a causa della più o meno intensa attività respiratoria che provoca un rapido appassimento del prodotto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I cavolfiori autunnali hanno necessità di essere pre-refrigerati (quelli tardivi in genere non ne hanno necessità) con acqua fredda e/o con il vuoto per portarli ad una temperatura di circa 5°C e poi conservarli in cella frigorifera ventilata con elevata umidità relativa (> 95%). I tempi di conservazione in cella frigorifera sono in funzione della temperatura (a 0°C per 21-28 giorni; a 3°C per 14 giorni; a 5°C per 7-10 iorni; a 10°C per 5 giorni). Il trasporto deve essere effettuato tramite furgoni frigoriferi per mantenere inalterate le caratteristiche qualitative.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Vi consigliamo di tagliare sempre il cavolfiore e di utilizzarlo crudo, cotto al vapore o sbollentato per meno di 10 minuti. Così facendo si favorisce il rilascio e l’attività dell’enzima. Potete sperimentare e provarlo a condire con diversi abbinamenti di spezie e erbe aromatiche, oppure, oltre al succo di limone, si può optare per una grattugiata di scorza d’arancia. Tutti questi condimenti sono utili per limitare il consumo di sale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Potete conservare i cavolfiori in frigorifero, altrimenti congelarli. In caso di quest’ultima opzione vi consigliamo di scegliere un cavolfiore novello, fresco al suo picco di maturazione con fiori compatti e bianchi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il cavolfiore è fonte di goitrogeni, potenzialmente pericolosi per chi soffre di problemi alla tiroide.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Ravanelli

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Cruciferae – Brassicaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Genere: Raphanus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Specie: Raphanus sativus L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il ravanello o rapanello è una pianta erbacea che si ritiene essere originaria della Cina caratterizzata da un sapore più o meno piccante.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Ad oggi è uno degli ortaggi più coltivati al mondo e, in Italia, è coltivato su una superficie di circa 1.000 ettari; il prodotto coltivato è destinato soprattutto al mercato interno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Esistono numerose varietà coltivate che vengono classificate in base alla forma e colore della radice o alla stagione di coltivazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le varietà più diffuse in Italia per i ravanelli tondi e rossi sono Cherry Belle (varietà medio-tardiva che si raccoglie in 22 giorni, dal sapore delicato) e Saxa (varietà precoce); per quelli oblunghi e bianchi Candela di Ghiaccio (varietà medio-tardiva che si raccoglie in 20-30 giorni); per i ravanelli oblunghi e rossi Candela di Fuoco, Ravanello Lungo o Torino o Tabasso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I ravanelli sono composti principalmente da acqua e presentano un buon contenuto di fibre. Tra i minerali quelli più presenti sono il potassio, fondamentale per la normale funzione del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso, e il magnesio, anche questo fondamentale per la funzionalità del tessuto muscolare del cuore, dei muscoli e del sistema nervoso, ma anche per lo sviluppo e solidità delle ossa, interviene infine anche nel metabolismo dei carboidrati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Per quanto riguarda le vitamine, i ravanelli sono ricchi in vitamina C, con azione antiossidante, e folati, fondamentali nella crescita e nella riproduzione delle cellule, in particolare dei globuli rossi. I folati sono inoltre preziosi per la formazione del sistema nervoso centrale nell’embrione e nel feto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Come per tutte le crucifere, il consumo di ravanelli sembrerebbe essere associato ad una protezione nei confronti di diverse forme tumorali. Questo è dovuto alla presenza di componenti bioattivi, i glucosinolati, che hanno la funzione nella pianta di proteggerla contro le malattie fungine e le infestazioni da parassiti. Nell’uomo non sono direttamente queste molecole ad operare gli effetti positivi, ma dei loro prodotti di derivazione chiamati isotiocianati. La conversione avviene ad opera di un enzima, la mirosinasi, che normalmente è compartimentato in strutture cellulari della pianta. Grazie alla masticazione, l’enzima mirosinasi può incontrare i glucosinolati e trasformarli in isotiocianati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Il ravanello presenta una parte aerea con foglie lobate con margine irregolarmente seghettato, fiori di quattro petali che possono essere di colore bianco, rosa o violetto; il frutto è una siliqua che racchiude semi rossastri, rotondi o leggermente allungati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Per la coltivazione il ravanello predilige terreni di medio impasto tendenzialmente calcarei, irrigui, e dotati di sostanza organica. Una pratica essenziale per la sua coltivazione è l’avvicendamento colturale: se in coltura principale è da considerarsi da rinnovo, se in piccole superfici intercalare mentre sono sconsigliate rotazioni con altre crucifere.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il ciclo colturale dura da un minimo di tre settimane, nel periodo estivo, ad un massimo di 2-3 mesi durante l’inverno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Dopo l’aratura, si effettua la rottura delle zolle, l’appianamento del terreno, cui segue un ulteriore amminutamento del terreno; prima della semina è opportuno effettuare una rullatura. La distanza tra le file è di 10-15 cm, e 3-4 cm sulla fila; la produzione ad ettaro è di circa 30 quintali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            I ravanelli si trovano in commercio da aprile a ottobre e vengono commercializzati confezionati in mazzetti, pronti per il consumo, provvisti di foglie, o, più raramente, in sacchetti, privi di foglie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Sgranocchiati prima del pasto in pinzimonio, o come spezza-fame pomeridiano, possono placare il senso di fame senza apportare calorie in eccesso. In ogni caso il metodo migliore di consumare i ravanelli è sicuramente crudi in insalata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Per conservarli vi consigliamo di porli nel cassetto riservato alle verdure, in questa maniera i ravanelli si conserveranno per 1-2 settimane.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              I ravanelli possono contenere goitrogeni, molecole di origine vegetale che possono compromettere il buon funzionamento della tiroide. In caso di problemi a questa ghiandola è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Rape

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Cruciferae – Brassicaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Brassica

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Brassica rapa L. subsp. rapa Thell.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La rapa è una crucifera originaria della Siberia occidentale che appartiene alla stessa famiglia del cavolo, del cavolfiore e dei cavoletti di Bruxelles. È nota anche con il nome di “rapa bianca” per il suo colore biancastro, sebbene diverse varietà abbiano esternamente sfumature violacee

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Con il termine “rapa” viene indicata la radice della pianta, mentre le foglie rappresentano le cosiddette “cime di rapa”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le varietà vengono distinte in base alla forma, che può essere tondeggiante, ovale, ellittica o conica, al colore della radice ed all’epoca di coltivazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La rapa ha un sapore dolciastro e delicato e può essere consumata sia cruda che cotta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le rape presentano una buona quantità d’acqua e poche calorie, mentre il contenuto di fibra è considerevole, infatti una porzione di rape è in grado di soddisfare un quinto dell’apporto giornaliero raccomandato di fibre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Per quanto riguarda i micronutrienti, le rape contengono buone quantità di potassio, ferro e manganese e sono ricche di vitamina C, vitamina con una potente azione antiossidante, che favorisce l’assorbimento intestinale del ferro e del cromo e che interviene anche nella difesa immunitaria.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Anche la vitamina A è presente in buone quantità, vitamina fondamentale per un buon funzionamento della vista, per la crescita delle ossa, per la funzione testicolare e ovarica e, inoltre, per un sano sviluppo embrionale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Vi consigliamo, come nella maggior parte dei casi, di consumare questo tipo di verdura cruda, per beneficiare delle vitamine e per evitarne la distruzione al calore o la perdita in acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • La rapa è una crucifera a ciclo biennale (annuale in coltura). Al primo anno forma una radice carnosa di 5-10 cm di diametro dalle varie forme e dimensioni (può essere infatti globosa, globosa-appiattita o allungata); la radice ha un colore bianco giallo, con sfumature rosso violette o verdi, la polpa è bianca e croccante, le foglie basali sono provviste di picciolo allungato con lembo intero, lobato o lirato. Al secondo anno emette uno stelo fiorale ramificato alto circa 80 cm con foglie lanceolate con la presenza di fiori gialli ermafroditi. La fecondazione è in genere incrociata, entomofile o anemofila. La durata della germinabilità è di 4-5 anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La rapa si adatta bene ai climi temperati umidi, resiste bene al freddo fino a -10°C e si adatta ai diversi tipi di terreno prediligendo quelli profondi, freschi e ben drenati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Viene generalmente impiantata da luglio a settembre dopo una coltura primaverile-estiva per ottenere la produzione invernale; viene seminata a spaglio o a file distanti 20 cm (manualmente o a macchina), interrando il seme a 1-2 cm. La densità colturale è di 20-30 piante a metro quadrato. Più rara è la semina in gennaio-febbraio per la produzione primaverile. Il ciclo di coltivazione della rapa, cioè il periodo d’attesa che va dalla semina al raccolto, va dai 50 agli 80 giorni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le cure colturali comprendono il diserbo che può essere effettuato con sarchiature se la semina è stata a file, o con diserbanti. Altre cure possono essere: diradamento, fertirrigazione azotata e irrigazioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La raccolta avviene nel periodo invernale da ottobre a marzo dopo 2-3 mesi dalla semina; può essere scalare o contemporanea quando le radici hanno raggiunto un diametro di 6-10 cm; vengono poi riunite in mazzi e lavate. Le radici private delle foglie possono essere conservate in frigo per 3-4 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La rapa è un ortaggio consumato soprattutto nel periodo invernale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Come detto in precedenza, la maniera migliore per consumarle sarebbe crude in insalata, soprattutto per beneficiare a pieno del quantitativo di vitamine presenti. In ogni caso il metodo di cottura tradizionale più conosciuto e veloce, è quello di lessarle come le patate in acqua fredda per circa 45 minuti dopo averle ovviamente lavate accuratamente in acqua fredda per eliminare ogni residuo di terreno presente sulla buccia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    A cottura ultimata si scolano e si passano sotto il getto dell’acqua fredda. Si sbucciano, si affettano si condiscono con olio, o limone oppure con fettine di cipolla.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Un altro tipo di cottura è quello al cartoccio. Per prima cosa si preriscalda il forno a 180-200 ° C. Si lavano le rape accuratamente sotto il getto della fontana. Si asciugano e poi dopo averle tagliate a spicchi si dispongono su una teglia foderata con della carta forno. Si condiscono con olio, poco sale, pezzetti di aglio, un pizzico di pepe e un trito di prezzemolo. Si chiude la carta forno o la carta stagnola e si infornano per 30 minuti. A cottura ultimata, si tolgono dal forno, si apre il cartoccio e si servono.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Questa radice come il tubero dello zenzero può essere conservata fresca in frigorifero per settimane. Si può anche congelare, dopo averla fatta bollire per qualche minuto o metterla sottovuoto con l’etichetta riportante la data di preparazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Tra le controindicazioni, è bene sottolineare che le rape possono risultare di difficile digestione a causa della cellulosa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Alghe

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le alghe sono piante non vascolari o tallofite, ovvero dotate di una struttura vegetativa semplice per cui prive di radici, fusto e foglie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’etimologia potrebbe risalire alla parola “aliga” diffusa nel latino parlato, utilizzata per indicare un tipo di pianta inferiore formata da una sola cellula o da più cellule eucarioti non differenziate in tessuti e in organi che vive in genere in acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La grande diffusione delle alghe è in gran parte dovuta alla varietà di pigmenti fotosintetici presenti nelle loro cellule e, proprio i diversi tipi di pigmenti fotosintetici presenti, stabiliscono il criterio di suddivisione in sottogruppi delle alghe. La classificazione suddivide le alghe in crisoficee o alghe dorate, organismi unicellulari di color giallo-dorato molto diffusi nell’ambiente marino, feoficee o alghe brune, organismi pluricellulari il cui colore bruno scuro è dovuto alla presenza del pigmento fucoxantina, rodoficee o alghe rosse, così chiamate per il loro colore dovuto alla ficoetitrina, e cloroficee o alghe verdi, dal colore verde intenso dovuto all’abbondanza di clorofilla e considerate le più evolute.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le alghe commestibili sono organismi marini che possono essere introdotti nell’alimentazione umana e tra esse rientrano le alghe kombu (Laminaria spp, è un’alga bruna utilizzata per minestre e zuppe), nori (Porpyra sp è un’alga rossa utilizzata nel sushi), wakame (Undaria pinnatifida è un’alga bruna, utilizzata nella zuppa di miso), spirulina (Artrosphira sp è una microalga o cianobatterio di pochi micron verdeazzurra dalla forma a spirale, ingrediente del gomasio), arame (come contorno), dulse (Palmaria palmata è un’alga rossa utilizzata in zuppe, salse e con legumi o cereali, dall’elevato contenuto salino è considerata un integratore naturale da assumere dopo l’attività sportiva per il riequilibrio idrosalino), hijiki (con pasta, riso, verdure o radici), e kanten (con il sashimi).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • alghe tabella

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le alghe sono ricche di vitamine, proteine, sali minerali, e sono una valida alternativa vegetale che sempre più compare sulle nostre tavole. Sono alimenti già naturalmente ricchi di iodio, indispensabile per lo sviluppo dell’organismo, poiché aiuta la produzione degli ormoni tiroidei.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Alle alghe commestibili generalmente sono attribuite proprietà antiossidanti, mentre andando più nello specifico le alghe nori solo particolarmente ricche di vitamina A, C e calcio, mentre le dulse sono più ricche in ferro, e le hijiki sia in ferro che in calcio. L’alga spirulina invece è nota principalmente per il suo elevato tenore proteico e per l’altissima concentrazione in betacarotene, che la rende uno dei migliori antiossidanti naturali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Evidenze scientifiche evidenziano che le alghe possono avere un ruolo importante nel modulare le malattie croniche, grazie ai loro composti bioattivi non presenti nelle fonti alimentari terrestri. Generalmente i presunti benefici includono proprietà antivirali, antitumorali e anticoagulanti, nonché la capacità di modulare la salute intestinale e i fattori di rischio per l’obesità e il diabete. Sebbene la maggior parte degli studi sia stata eseguita su modelli cellulari e animali, esistono prove dell’effetto benefico delle alghe e dei componenti delle alghe sui marcatori della salute umana e dello stato della malattia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In ogni caso sono necessari ulteriori studi volti a valutare se le quantità di iodio e arsenico ingerite tramite le alghe comportino degli eventuali effetti negativi sulla salute.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Le alghe sono diffuse negli ambienti di acqua dolce, nelle acque marine e alcune sono reperibili anche negli ambienti umidi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La Kombu è una delle alghe più comuni ed è largamente utilizzata nelle preparazioni alimentari; ha un odore caratteristico, pungente ed un gusto intenso, avvolgente in cui prevale il gusto “umami” o cosiddetto “quinto gusto” dovuto alla presenza dell’acido glutammico. Le sue foglie vengono raccolte a mano lungo la costa atlantica, disidratate a bassa temperatura (inferiore a 38°C), in modo da preservare tutta la qualità dei nutrienti, per poi essere tagliate a strisce conferendole la forma tipica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La Nori è un’alga commestibile di larga diffusione, utilizzata a crudo o con una breve scottatura per mantenere inalterate le sue proprietà nutrizionali, presenta un profumo tenue ed un gusto delicato. Le foglie vengono raccolte a mano lungo la costa atlantica e disidratate a bassa temperatura (inferiore a 38°C).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La Spirulina presenta un gusto caratteristico e piuttosto intenso, un elevato valore nutritivo e ha una notevole azione colorante essendo molto ricca di pigmenti. L’alga viene coltivata in vasche, successivamente raccolta tramite filtrazione dell’acqua di coltura ed infine disidratata con getti di aria tiepida (inferiore a 45C°). La disidratazione è il metodo di conservazione utilizzato da tutti i produttori in quanto permette di stabilizzare il prodotto potendolo conservare a lungo senza rischi di contaminazioni e preservandone allo stesso tempo la qualità dei nutrienti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Oggi si stima che la produzione mondiale abbia superato le 10.000 tonnellate che vengono quasi interamente coltivate in bacini all’aperto di cui almeno la metà del totale si trovano in Cina. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le microfarm, che producono Spirulina in vasche di piccole dimensioni coperte, riuscendo così a coltivare quest’alga anche in Europa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La Wakame è un’alga utilizzata da secoli in oriente che da qualche decennio si coltiva e si raccoglie anche nel nord Europa. Ha un odore tipico ed un sapore intenso e caratteristici. La foglia è composta da una nervatura centrale piuttosto consistente ed una fronda più sottile e morbida. Le foglie vengono raccolte a mano lungo la costa atlantica, disidratate a bassa temperatura (inferiore a 38°C) per poi essere tagliate in strisce di circa 20cm.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La Dulse è un’alga tra le più conosciute ed utilizzate da secoli nel Nord Europa e Nord America. La foglia è abbastanza consistente ma tenerissima e può essere lavorata e consumata anche a crudo mantenendo inalterate le sue proprietà nutrizionali. Ha un profumo intenso e caratteristico ed un sapore marcato, quasi piccante. Le foglie di quest’alga vengono raccolte a mano lungo la costa atlantica e disidratate a bassa temperatura (inferiore a 38°C).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La reperibilità delle alghe commestibili varia da caso a caso; alcune, come la spirulina, possono essere assunte sotto forma di prodotti fortificati, come pasta e biscotti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Di solito si vendono essiccate in fiocchi o preparate in fogli sottilissimi, raramente fresche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Dalle alghe brune si estrae un prodotto, l’algina, che trova largo impiego sia nell’industria cosmetica, per dentifrici e creme, sia in quella alimentare, per gelati e budini, con funzione di addensante.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • In commercio esistono diverse tipologie di alghe, in funzione del trattamento conservativo al quale sono state sottoposte. I tempi di conservazione possono variare da pochi giorni, nel caso delle alghe fresche, fino ad arrivare addirittura ai tre anni, per le alghe disidratate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Le alghe possono essere consumate sia crude che cotte, ed è consigliabile sottoporre ad una cottura prolungata solo quelle dalla consistenza più dura. Possiamo utilizzarle in tante ricette a base di pasta, riso, insalate, ortaggi cotti, legumi e pesce, non necessariamente solo al solito sushi. L’alga kombu, per esempio, è generalmente utilizzata per ridurre i gonfiori associati al consumo di legumi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Oltre al classico utilizzo nelle minestre, o per preparare brodi, è sempre più diffuso il loro utilizzo per preparare infusi e tè.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Alcune alghe commestibili potrebbero interferire con l’attività di alcuni farmaci. La spirulina, ad esempio, potrebbe interferire con gli immunosoppressori. Per questo in caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Brown E.S. et al. (2014) “Seaweed and human health”, Nutrition reviews, 2014 Mar;72(3):205-16.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Cherry P. et al. (2019) “Risks and benefits of consuming edible seaweeds”, Nutrition reviews, 2019 May 1;77(5):307-329.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.bioalghe.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Verza

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            FamigliaCruciferae – Brassicaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Genere: Brassica

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Specie: Brassica oleracea L. var. sabauda L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La verza o cavolo verza è una pianta erbacea il cui nome deriva dalla parola latina virdia che significa “verde”, ricordando il colore delle foglie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            È una pianta che, non avendo bisogno di particolari esigenze, viene coltivata in tutta la penisola italiana ed è particolarmente diffusa nelle zone settentrionali del Paese, ovvero in vaste aree di regioni come il Piemonte, la Lombardia, il Trentino Alto Adige e, infine, il Veneto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Esistono diverse varietà di verza che si distinguono per dimensioni del cespo, colore delle foglie e per il ciclo colturale (nelle varietà tardive arriva anche a 5 o 6 mesi, le precoci in 90 giorni sono a raccolta). Le varietà sono estive, autunnali e invernali; nelle estive troviamo il Primaticcio di S.Giovanni, il Verzotto corto precoce; nelle autunnali il Verzotto d’Asti, di Milano e Vittoria; nelle invernali il Comune d’inverno, il Pontoise, Trionfo d’inverno, Re d’inverno, Vertus, ecc.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il cavolo verza è composto per il 90% di acqua, ha un buon contenuto di fibra e presenta modeste quantità di proteine, lipidi e carboidrati. Per quanto riguarda le vitamine, tra le più presenti spiccano la vitamina C, con azione antiossidante, ed i folati, fondamentali nella crescita e nella riproduzione delle cellule.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Inoltre, il consumo di cavoli verza, può contribuire a proteggere la salute cardiovascolare, grazie al loro buon contenuto in potassio e vitamina K.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Al fine di non deteriorare tali vitamine risulta però necessario fare attenzione al tempo ed al tipo di cottura, per questo vi consigliamo la cottura al vapore, cotture rapide in padella o altrimenti potete sbollentarli in poca acqua per non più di 10 minuti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              In ogni caso la maniera più semplice e sicura rimane quella di consumare la verza cruda in insalata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              I benefici del cavolo verza non si fermano al suo contenuto prezioso in vitamine, ma coinvolgono anche il suo contenuto in particolari molecole, i glucosinolati. Quest’ultimi vengono trasformati in molecole bioattive, gli isotiocianati, tramite le mirosinasi, enzimi che per agire hanno bisogno di essere liberati dai vacuoli, cioè delle strutture presenti nelle cellule vegetali. Per questo è necessario masticare bene questi alimenti in maniera tale da rompere le strutture e favorire il rilascio delle mirosinasi. Inoltre il calore può degradare l’enzima, altra buona ragione per prediligere il consumo a crudo della verza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • La verza è una pianta erbacea che può raggiungere 1,5 metri di altezza, formando abbondanti ramificazioni con rametti fioriferi i cui fiori sono gialli. Le foglie sono bollose, grinzose, quasi increspate, riunite in una palla, di colore verde o tendente alle tonalità del grigio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il cavolo verza è una pianta resistente al freddo che può essere quindi coltivata nelle regioni del nord Italia; la sua temperatura ideale è intorno ai 15/20 gradi. La verza non ama il caldo e teme soprattutto la siccità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’ideale per la coltivazione della verza è una semina a primavera inoltrata, tra maggio e giugno, in modo che la pianta germini durante l’estate, si sviluppi in autunno e maturi durante l’inverno. Il periodo per la semina è comunque ampio, si può mettere a dimora questo cavolo da marzo a luglio. Il seme si pone a circa due centimetri di profondità sotto il livello del suolo. I semi di verza germinano abbastanza facilmente e rapidamente, in genere entro 15 giorni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La tecnica colturale più appropriata è il trapianto, che può essere eseguito con piantine a radice nuda allevate in semenzaio o con piantine con pane di terra allevate in contenitori alveolati; la densità d’impianto è di circa mezzo metro tra una pianta e l’altra, stessa distanza va tenuta tra le file. La coltivazione in aiuole rialzate come per molti ortaggi è ottima anche nel caso della verza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Per il contenimento delle erbe infestanti si può ricorrere a sarchiatura, pacciamatura, irrigazione localizzata, oltre a una corretta rotazione colturale. La coltivazione della verza è favorita se segue la coltivazione di un legume, mentre non deve seguire un’altra pianta della stessa famiglia (crucifere) o peggio ancora ripetersi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La vicinanza del pomodoro è positiva per allontanare la presenza di alcuni parassiti dei cavoli, mentre la camomilla pare migliori il gusto del cavolo verza. Altri buoni vicini per la verza sono i legumi, le patate e il sedano.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La sua raccolta avviene da ottobre ad aprile nel periodo precedente alla fioritura, pertanto è considerato un ortaggio da consumare nei mesi freddi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In commercio si trovano due varietà di verza: una ben matura, particolarmente adatta al consumo durante l’inverno, un’altra che risulta essere meno diffusa per la raccolta in primavera.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Dopo aver acquistato la verza, questa può essere conservata intera in frigo nell’apposito cassetto delle verdure, per una-due settimane.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Per preparare la verza è necessario prima di tutto pulirla adeguatamente togliendo la base dura del torsolo e le prime foglie esterne sciupate. Le foglie devono essere sfogliate completamente, lavate sotto il getto dell’acqua corrente e sgrondate in una centrifuga per insalata in modo da non sciuparle.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le foglie centrali più tenere possono essere utilizzate per le insalate, mentre le foglie più esterne possono essere utilizzate per minestroni ed involtini.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il consumo di cavoli e verza potrebbe interferire con l’assunzione di anticoagulanti. In caso di dubbi è bene consultarsi con il proprio medico. Inoltre, i cavoli e la verza sono fonti di goitrogeni pericolosi per chi soffre di disturbi alla tiroide.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Peperoncino

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Famiglia: Solanaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Genere: Capsicum

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Specie: Capsicum annuum L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il peperoncino è una pianta erbacea annuale originaria dell’America del Sud che in Italia viene coltivata in tutte le regioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La classificazione delle varie tipologie di peperoncino è complessa e difficile e tutte le varietà sono divise in due gruppi: specie domesticate (coltivate dall’uomo) e specie selvatiche (non coltivate, crescono spontanee in natura).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le specie più diffuse del gruppo “domesticate” sono cinque: Capsicuum annuum, Capsicum baccatum, Capsicum chinense, Capsicum frutescens, e Capsicum pubescens.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La specie più diffusa in Europa è il Capsicum annuum.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Il peperoncino è ricco di vitamine e sali minerali, ed è fondamentale soprattutto per il suo contenuto in vitamina C, che è in grado di favorire l’assorbimento del ferro non eme presente negli alimenti principalmente vegetali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La molecola responsabile del sapore piccante è la capsaicina, molecola che in base ad alcune evidenze scientifiche gioca un ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari limitando l’azione degli enzimi coinvolti nella digestione dei grassi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    È utile sapere che la capsaicina è una molecola liposolubile, ovvero è in grado di sciogliersi nei grassi, per questo al fine di spegnere la percezione di calore è meglio mangiare un pezzo di pane condito con olio extravergine di oliva invece che bere un bicchier d’acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • La pianta del peperoncino ha le prime radici, quelle che nascono con la germinazione del seme, che sono fittonanti, cioè penetrano verticalmente nel terreno, ed hanno un breve periodo di crescita. Infatti la pianta emette successivamente radici avventizie laterali che si espandono in superficie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I fusti sono privi di peli, eretti e ramificati, che possono arrivare ad un’altezza di 100 cm; nel primo periodo di vita è erbaceo, successivamente tende a diventare legnoso. Le foglie sono disposte in posizione alterna sui rami, allungate, di forma cordata ovata o lanceolata, munite di un breve picciolo, di color verde lucente. I fiori ascellari hanno una corolla pentalobata (ovvero è costituita da 5 o 6 petali saldati tra loro nella parte basale), sono di colore bianco-giallastro e sono ermafroditi. Possono essere solitari o riuniti a due o tre al massimo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I frutti sono bacche, inizialmente di colore verde per poi diventare rosse a maturità, di forma diversa secondo la varietà. All’interno della bacca si trovano i semisostenuti dalla placenta, una massa di tessuti aderente al peduncolo. La placenta è la parte più ricca di capsaicina, la sostanza che dà al peperoncino il caratteristico sapore piccante. Placenta e semicostituiscono la parte di peperoncino detta comunemente “torsolo” che viene di solito scartata assieme al peduncolo quando si consumano i frutti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il peperoncino è una delle piante più esigenti e sono quattro i fattori principali che influiscono sulla produttività della pianta: la temperatura e la luce, il terreno, l’irrigazione, la concimazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La temperatura ottimale per la germinazione è compresa fra i 20 e i 30°C. Le variazioni delle temperature determinano anche la forma dei frutti; infatti con l’abbassamento tendono ad assumere forme allungate e ad accentuare la punta dell’apice, invece con temperature più alte i frutti tendono ad essere più tozzi. La scarsa luminosità riduce la fioritura, aumenta la cascola dei fiori e quindi fa diminuire la produttività.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I terreni più adatti alla coltivazione sono quelli di medio impasto tendenti allo sciolto con buona dotazione di sostanza organica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La pianta del peperoncino richiede una giusta irrigazione; per quanto riguarda invece la concimazione la migliore è quella con letame.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La tecnica di coltivazione della pianta di peperoncino prevede diversi passaggi, in cui i primi stadi di crescita sono lenti e condizionati dalla temperatura. La coltivazione professionale viene fatta in quattro fasi successive: 1) La semina nei semenzai; 2) La picchettatura; 3) L’indurimento; 4) La messa a dimora in campo, in serra, o, in vaso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le piante di peperoncino producono a ciclo continuo; i frutti vengono raccolti quando sono maturi e vengono fatti essiccare in luogo ombroso e aerato. Possono essere conservati anche surgelati, sott’olio o sott’aceto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Potete tagliare il peperoncino a rondelle ed aggiungerlo a crudo a pasti a base di legumi e verdure, al fine di assorbire meglio le quantità di ferro non eme.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Vi consigliamo inoltre di inserirlo all’interno dell’alimentazione quotidiana per dare sapidità alle ricette senza utilizzare il sale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il peperoncino può interferire con l’assunzione di anticoagulanti e antiaggreganti, teofillina e ACE inibitori. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico. Il consumo di peperoncino è sconsigliato a chi soffre di reflusso gastroesofageo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Ludy MJ, Moore GE e Mattes RD (2012) “The effects of capsaicin and capsiate on energy balance: critical review and meta-analyses of studies in human.”, Chemical senses, 2012 Feb;37(2):103-21.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Lv J et al. (2015) “Consumption of spicy foods and total and cause specific mortality: population based cohort study”, British Medical Journal, 2015 Aug 4;351:h3942.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Teucher B, Olivares M. e Cori H. (2004) “Enhancers of iron absorption: ascorbic acid and other organic acids. “, International Journal for Vitamin and Nutrition Research, 2004 Nov;74(6):403-19.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • www.peperoncino.org

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Salmone

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Famiglia: Salmonidae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Genere: Salmo

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Specie: Salmo salar

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il salmone atlantico (Salmo salar) è un pesce d’acqua dolce e marina appartenente alla famiglia dei Salmonidae. È diffuso nei mari freddi del Nord (Norvegia, Svezia, Canada); lo si trova nell’Oceano Atlantico orientale, tra il golfo di Guascogna a sud ed il Circolo Polare Artico a nord, nell’Oceano Atlantico occidentale, nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il salmone atlantico è la specie più diffusa sul mercato ed una delle più allevate. L’allevamento del salmone dell’Atlantico risale al XIX secolo in Irlanda, per poi diffondersi dal 1960 in Norvegia. Successivamente, il rapido aumento della produzione ha portato alla saturazione del mercato alla fine degli anni ’90.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Attualmente i principali paesi produttori sono il Regno Unito (Irlanda), Norvegia (736.168 tonnellate nel 2007), Cile e Canada.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il salmone dell’Atlantico (Salmo salar) differisce dal salmone del Pacifico (Oncorhynchus spp.), che si trova in Alaska (nord-est del Pacifico) e in Russia (Pacifico nord-occidentale), di cui ne esistono cinque specie: salmone rosa, salmone keta, salmone argentato, salmone reale e salmone rosso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          In commercio si trova fresco, tagliato o affumicato, in tranci.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il salmone rappresenta un’ottima fonte di proteine ed è ricco in acidi grassi omega-3, acidi grassi essenziali che dobbiamo necessariamente assumere con l’alimentazione e fondamentali per la salute del nostro organismo, in particolare per il sistema cardiovascolare. Sono inoltre molto importanti per la corretta struttura cellulare e per il corretto sviluppo del sistema nervoso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            A livello di vitamine, quella più presente è la vitamina D, vitamina liposolubile che viene assorbita grazie ai grassi buoni contenuti nel salmone. La vitamina D ha un importante ruolo nella mineralizzazione dello scheletro. Regola le concentrazioni di calcio e fosforo nel sangue controllandone l’assorbimento ed è implicata nella regolazione del sistema immunitario e nella differenziazione cellulare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Vi consigliamo di scegliere il salmone fresco e non nell’alternativa affumicato, in quanto quest’ultimo è ricco in sale e composti, anche se in piccole quantità, tossici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Il salmone, come lo storione e le lamprede, è una specie anodroma, ovvero che vive per i primi due o tre anni di vita in acqua dolce, successivamente migra in mare, per poi far ritorno ai corsi d’acqua dolci per riprodursi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Presenta una testa conica e un corpo allungato, fusiforme, con peduncolo caudale sottile; la sua alimentazione si basa sul consumo di enormi quantità di pesce (fino a 3 kg di pesce per un kg del proprio peso).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il salmone che troviamo sul mercato viene pescato (la stagione della pesca va da febbraio ad ottobre) oppure proviene dagli allevamenti, principalmente presenti in Norvegia, Cile e Scozia. Nell’allevamento vengono utilizzate gabbie aperte posizionate in mare o in acqua dolce contenti un’altissima concentrazione di salmoni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La quasi totalità della riproduzione del salmone dell’Atlantico è condotta in cattività, estraendo le uova dalle femmine pronte a deporre e mescolandole allo sperma del maschio per essere fecondate. Successivamente vengono poste in una vasca d’incubazione; 4-6 settimane dopo la fecondazione dall’uovo uscirà l’avannotto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              L’allevamento degli avannotti si svolge in due tappe, che corrispondono agli stadi di sviluppo in acqua dolce del salmone. La prima tappa corrisponde allo stadio larvale, avviene in gabbiette e ha una durata che varia dalle 4 alle 6 settimane, ovvero fino a quando la larva non si è liberata del suo sacco vitellino e diventa un salmone giovane capace di nutrirsi. Nella seconda tappa il salmone giovane (smolt) viene trasferito in una vasca d’acqua dolce (o in una gabbia galleggiante in un lago), dove resta da uno a due anni, che rappresenta il lasso di tempo necessario per diventare un salmone avente le caratteristiche biologiche per poter vivere in acqua di mare e per raggiungere la sua dimensione commerciale (circa 2 kg).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il salmone viene commercializzato principalmente fresco, tagliato o affumicato, in tranci ma una parte crescente della produzione viene utilizzata anche per piatti preparati, surgelati o conservati. Attualmente, il salmone fa parte integrante di centinaia di preparazioni commercializzate nella grande distribuzione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • È sempre bene consumare il salmone dopo averlo cucinato: il calore infatti annienta eventuali sostanze tossiche, come per esempio Anisakis, un parassita molto diffuso. È importante sapere che una normativa europea (Regolamento CE 853/2004, sulla «Vendita e somministrazione di preparazioni gastronomiche contenenti prodotti della pesca destinati ad essere consumati crudi o praticamente crudi») obbliga chi vende o somministra pesce fresco a congelarlo a 20 gradi per almeno 24 ore. Pertanto, prima di consumarlo crudo, è bene informarsi se sia stato effettuato il congelamento preventivo. A casa invece, è bene congelare il salmone per almeno 96 ore a -18°C in un congelatore a tre o più stelle, prima di consumarlo crudo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Una buona usanza, per le preparazioni a base di salmone, potrebbe essere quella di utilizzare come condimento gli agrumi, come arance e pompelmo, che sono perfetti per aromatizzare la ricetta senza dovere eccedere con il sale e consentono, inoltre, di risparmiare sui grassi in cottura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Per completare il piatto dal punto di vista nutrizionale potete accostare al salmone una porzione di riso basmati integrale e delle verdure di stagione, fondamentali per aggiungere un buon apporto di fibra alla ricetta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Origano

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Famiglia: Lamiaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Genere: Origanum

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Specie: Origanum vulgare

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’origano è una pianta aromatica originaria dell’Europa, dell’Africa settentrionale e dell’Asia occidentale e che oggi viene coltivata in tutti i continenti; in Italia è presente in quasi tutte le regioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il nome “origano” deriva del greco oros-ganos e significa “gioia della montagna”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La pianta dell’origano viene spesso confusa con quella della maggiorana (Origanum majorana) in quanto l’aspetto è molto simile, anche se presentano aroma e sapore diverso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In commercio si trova fresco o secco macinato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Ricco di vitamine e Sali minerali, l’origano, soprattutto quello fresco, è parte integrante della tradizione italiana. Anche la sua variante secca mantiene tutti i micronutrienti e composti e può essere un’alternativa valida all’utilizzo del sale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  A livello di micronutrienti, una molecola degna particolarmente di nota è la quercetina, che sembrerebbe proteggere cuore e di cui l’origano ne è una fonte essenziale. Oltre a ciò, recenti studi di nutrigenomica hanno studiato il rapporto tra il consumo di origano e DNA, mostrando un ruolo attivo di questa erba aromatica nell’attenuare l’espressione dei geni che determinano l’invecchiamento cellulare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Altre molecole che hanno suscitato recente interesse, e che sono contenute nell’origano, sono i terpeni, il cui ruolo sarebbe quello di silenziare i geni che inducono lo sviluppo della cellula verso un fenotipo canceroso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • L’origano è una pianta erbacea perenne, cespugliosa, che può raggiungere gli 80 cm di altezza, che cresce spontanea in luoghi aridi e assolati dal piano fino ai 1.300 metri s.l.m.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La radice è rizomatosa e le foglie sono di colore verde scuro, opposte, ovato-lanceolate, speziate. In relazione alla varietà o alle condizioni pedoclimatiche (suolo e clima) di sviluppo, le foglie possono differire tra loro in grandezza, forma, spessore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    I fiori, bisessuati o femminili, rosei o violacei, sono riuniti in glomeruli che formano delle infiorescenze corimbose, ovvero nella quale i fiori, pur avendo differenti punti di inserzione, terminano tutti alla stessa altezza. La fioritura avviene da luglio a ottobre, mesi ideali anche per raccogliere i rami da essiccare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il frutto è un tetrachenio, ovvero è composto da 4 acheni raggruppati, di forma ovoidale, liscio e di colore bruno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    L’origano può essere propagato per semina (da effettuare in primavera), per talea o per divisione delle piante accestite (in primavera o dopo la fioritura).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La moltiplicazione per semi avviene seminando in vaso o in semenzaio l’origano mantenendo il terriccio costantemente umido fino al momento della germinazione; il vaso deve essere posizionato all’ombra ad una temperatura tra i 10-13°C e coperto con un foglio di plastica trasparente o lastra di vetro per garantire il corretto grado di umidità del terreno. Dopo un paio di settimane, quando i semi hanno germogliato, il vaso può essere posizionato in un luogo più luminoso, evitando però la luce diretta del sole.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La moltiplicazione per talea si effettua a giugno utilizzando talee lunghe 8-10 cm che vengono piantate in un miscuglio di torba e sabbia mantenendole ad una temperatura di 10°C fino al momento della radicazione; non appena hanno radicato possono essere trapiantate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La moltiplicazione per divisione della pianta si effettua in marzo o in ottobre e prevede che giovani piantine vengano tenute in un luogo fresco fino a quando non hanno attecchito per poi trapiantarle nel luogo scelto in tarda primavera o all’inizio dell’estate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le foglie e le estremità fiorite vengono raccolte all’inizio della fioritura. I rametti con i fiori vengono essiccati appena raccolti e posizionati in un luogo ombroso e ventilato; una volta essiccati le foglie e i fiori vengono sbriciolati e conservati in vasetti. A seguito dell’essiccazione l’aroma dell’origano risulta più forte e concentrato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Una volta che viene essiccato l’origano è reperibile in commercio tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • Come tutte le erbe aromatiche, l’utilizzo dell’origano in cucina è un’ottima alternativa al sale per dare sapore a piatti cotti o crudi, come ad esempio insalate, legumi, pesce. Le evidenze scientifiche infatti sottolineano una correlazione tra il consumo eccessivo di sale e lo sviluppo di malattie croniche, come le malattie cardiovascolari e il tumore allo stomaco.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Vi consigliamo di essiccare l’origano fresco dopo settembre, per esempio preparando dei vasetti con le foglioline precedentemente lasciate ad essiccare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Una volta raccolto o acquistato, si eliminano eventuali erbacce o impurità. Vi consigliamo di raggrupparlo in mazzetti e porlo all’interno di sacchetti di carta con dei piccoli fori per facilitarne l’aerazione. Questo procedimento ne preserva il colore e l’origano non viene intaccato dalla polvere. È importante riporre i sacchetti in un luogo ventilato e asciutto e possibilmente al buio. Dopo circa 15-20 giorni l’origano sarà completamente asciutto; a questo punto si dovrà sbriciolare eliminando i rami e in seguito setacciarlo con uno scolapasta. Si può velocizzare il lavoro di quest’ultimo passaggio mettendo l’origano in un mixer e frullare per pochi secondi. Dopodiché si conserva all’interno di barattoli di vetro e si ripone in dispensa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Infine, vi consigliamo di provarlo su una bruschetta di pomodoro, la maniera più classica e gustosa per assaporarne interamente il gusto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • Anderson CA et al. (2015) “Effects of a behavioral intervention that emphasizes spices and herbs on adherence to recommended sodium intake: results of the SPICE randomized clinical trial”, The American Journal of Clinical Nutrition;102(3):671-9.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Sgombro

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Scombridae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Genere: Scomber

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Specie: Scomber scombrus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Lo sgombro, conosciuto anche come maccarello, scombro, agerto o lacerto a seconda delle zone d’Italia, è un pesce azzurro appartenente alla famiglia degli Scombridi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Presenta un corpo fusiforme ed appuntito che raggiunge i 25-50 cm di lunghezza, una bocca ampia e piccoli denti aguzzi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Lo sgombro è un pesce pelagico e gregario (forma banchi di diverse centinaia di individui) ed è diffuso nel Mar Mediterraneo nei bacini occidentale e centrale, nell’Oceano Atlantico settentrionale, nel Mare del Nord e nel Mar Nero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Nel periodo della riproduzione tende ad abbandonare le acque profonde per avvicinarsi alle coste e risalire quasi in superficie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        In commercio si trova fresco, surgelato, affumicato, inscatolato o sott’olio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Lo sgombro appartiene alla famiglia del pesce azzurro ed è noto per il suo contenuto in acidi grassi polinsaturi omega-3, in maggiore quantità si trovano quelli a lunga catena, EPA e DHA. Quest’ultimi sono grassi buoni ed essenziali, fondamentali per la salute vascolare. Gli omega-3 sono inoltre necessari anche per una corretta struttura cellulare e per il corretto sviluppo del sistema nervoso, inoltre quelli contenuti nelle fonti animali sono già biologicamente attivi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          A livello di proteine, lo sgombro presenta un quantitativo proteico ad alto valore biologico, presentando tutti gli aminoacidi essenziali nelle giuste proporzioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Tra le vitamine spiccano quelle del gruppo B e le liposolubili A e D, buono è anche il contenuto dello sgombro di calcio, così come in tutto il pesce azzurro, utile per prevenire l’osteoporosi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Lo sgombro è un pesce molto diffuso e presenta un corpo fusiforme che può raggiungere una lunghezza massima di 50 centimetri, interamente coperto da piccole scaglie, occhi muniti di una palpebra adiposa anteriore e di una posteriore e denti piccoli. Ha due pinne dorsali, piuttosto piccole e molto distanziate fra loro; dietro la seconda pinna dorsale e la pinna anale sono presenti alcune pinnule. La pinna caudale è nettamente incisa in due lobi molto sottili. Il corpo aerodinamico e la testa appuntita gli conferiscono rapidità nel nuoto (fino a 10 km / h).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La colorazione è verde-bluastra brillante dorsalmente, bianco-argentea giallastra sui fianchi per sfumare poi in un bianco argenteo sul ventre; il dorso è inoltre percorso da una serie di strisce scure verticali con andamento piuttosto irregolare. La sua carne si presenta bianca, morbida e grassa, da un sapore deciso e molto apprezzato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Lo sgombro ha un periodo demersale, ovvero vive al largo vicino al fondale, senza essere bentonico (specie che passa tutto o gran parte del tempo sul fondale) da ottobre a febbraio e un periodo pelagico, ovvero nell’acqua aperta stando poco sul fondale, da febbraio a ottobre. Durante il periodo pelagico, i pesci si concentrano in zone ricche di cibo avvicinandosi alla costa; tale periodo corrisponde alla stagione riproduttiva, che va da aprile a luglio. La sua distribuzione batimetrica è ampia in quanto si trova tra 0 e 250 m.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Allo stato larvale lo sgombro si nutre principalmente di zooplancton (i copepodi rappresentano il 70% della sua dieta); invece l’adulto nella stagione riproduttiva di crostacei pelagici. Può ingerire anche piccoli pesci, anche pelagici come sardine, spratti, acciughe, aringhe, uova e larve di pesci, gamberi, vermi e molluschi gasteropodi e meduse (tra le quali Aglantha digitale).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La stagione riproduttiva dipende dalla temperatura dell’acqua e quindi dalla zona frequentata dagli individui e coincide con i mesi primaverili ed estivi. La deposizione delle uova avviene a una temperatura di 12-13°C e ad una profondità di 80-120 metri; tali uova sono gialle di forma sferica (1,2-1,4 mm di diametro), fluttuanti e si schiudono dopo 6-7 giorni. Le larve, alla lunghezza di 6 mm, assorbono il sacco vitellino e possiedono mandibola già munita di denti. Dopo un anno lo sgombro misura circa 25 cm e pesa circa 100 g. Il suo tasso di crescita poi diminuisce poiché raggiunge la maturità sessuale intorno ai 3 anni, quando misura circa 30 cm.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La stagione di pesca va dalla primavera all’autunno e la tecnica maggiormente utilizzata consiste nell’utilizzo di un’imbarcazione per raggiungere il mare aperto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Lo sgombro è costantemente presente sui nostri mercati e rappresenta una specie di rilevante importanza per l’industria della pesca ed in parte per quella conserviera.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Gli omega-3 dello sgombro rimangono anche sott’olio a differenza di quello che accade per il tonno. Il consiglio è comunque di non utilizzarlo più di una vota a settimana nella versione in scatola al naturale o in olio extravergine di oliva perché conservato con aggiunta del sale. Mentre vi ricordiamo che quando si consuma il pesce, non si dovrebbe aggiungere sale viste le quote già presenti di sodio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Quello che invece danneggia gli omega-3 è la cottura in misura tanto maggiore quanto più è prolungata o ad alte temperature. Per questo, il modo migliore di preservarli quando si consumano attraverso il pesce, è preferire cotture rapide e delicate, oppure consumare il pesce crudo dopo abbattimento termico mediante congelamento di 96 ore nel freezer a -18°C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il nome dello sgombro può essere associato alla così chiamata “sindrome sgombroide”, ovvvero un’intossicazione alimentare da istamina. In Italia tuttavia i casi sono molto rari, ma generalmente può essere dovuta ad una non corretta conservazione nella fase di stoccaggio del pescato o anche allo scarso rispetto delle norme igieniche nelle fasi di trasformazione e conservazione

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Ottimo per molte ricette mediterranee, appartenenti soprattutto alla cucina regionale del Sud Italia. Si presta per la creazione di primi piatti o secondi piatti gustosi, oppure per creare delle fresche insalate estive, soprattutto con i suoi filetti sottolio. Pulirlo è molto semplice, è un pesce che non ha squame quindi è necessario solo privarlo delle viscere e delle pinne. Prestate attenzione agli occhi, se lo acquistate fresco, che devono mostrarsi lucidi e non opachi

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Bietole

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Chenopodiaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Beta

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Beta vulgaris L. var. cycla (L.)

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le biete o bietole (Beta vulgaris) sono un ortaggio da foglia, la cui pianta è originaria del bacino del Mediterraneo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Ne esistono diverse cultivar, che vengono distinte in base alla colorazione e bollosità delle foglie, grandezza e colore delle coste, adattamento alla coltura da taglio; nelle varietà da taglio il picciolo fogliare è meno sviluppato e di colore verde.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le varietà più diffuse sono la bieta a foglie larghe (o bieta erbetta), dalle dimensioni contenute e con foglie piuttosto sottili, e la bieta a coste, che presenta foglie grandi e larghe dal colore verde intenso con una nervatura centrale importante, da cui deriva il nome. La varietà più nota tra le biete a costa è quella a coste bianche, anche se esistono varietà con coste rosse o argentee.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Della bieta a coste vengono utilizzati il lembo fogliare e i piccioli molto sviluppati (le coste) e viene coltivata in tutte le regioni italiane, specialmente nel Lazio, Liguria, Toscana e Puglia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Le biete presentano un elevato contenuto in acqua, superiore al 90% e sono ricche in fibra. Sono molto importanti, ai fini di una corretta nutrizione, per la loro concentrazione in folati, vitamine che hanno un ruolo fondamentale nella crescita e nella riproduzione delle cellule, in particolare dei globuli rossi e per la formazione del sistema nervoso centrale nell’embrione e nel feto. Sono anche coinvolte nella sintesi del DNA e nel metabolismo degli aminoacidi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Studi recenti dimostrano un loro ruolo nella prevenzione del tumore al seno e del pancreas.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                A livello di micronutrienti sono anche molto ricche in ferro e vitamina C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • La bietola da coste è una pianta erbacea biennale (annuale in coltura).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le foglie basali sono riunite a rosetta ed hanno un lembo spatolato o lanceolato, liscio o bolloso, sorretto da un picciolo carnoso ed appiattito (costa) di color bianco argento, verde, rosato o rosso. I fiori sono piccoli, verdastri e sessili riuniti in glomeruli di 3-5 spighe fogliacee, a loro volta riunite in pannocchie; l’impollinazione è anemofile e la fecondazione spesso incrociata, agevolata anche dalla proterandria. La fioritura avviene in primavera-estate e la raccolta del seme in luglio-agosto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il frutto è un glomerulo legnoso grinzoso indeiscente, da marrone chiaro a scuro, contenente 3-5 semi; la durata della germinabilità è 4-5 anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Ha basse esigenze termiche, tollera temperature di -2, -3°C, e si adatta a tutti i tipi di terreno; presenta però elevate esigenze idriche. Durante la coltivazione a ciclo lungo (autunno-inverno) è necessario intervenire ripetutamente con azoto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Può essere coltivata in primavera come sarchiata da rinnovo o nel periodo autunno-vernino come intercalare; è sconsigliato coltivarla in successione a spinacio, barbabietola e mais.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  L’impianto può essere mediante semina o trapianto; con la semina meccanica si effettua una distribuzione a file ottenendo una densità di 15-25 piante a metro quadrato; nel caso di bietola da taglio la densità risulta molto più elevata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La bietola da coste viene raccolta mediante sfogliatura successiva o taglio dell’intera pianta. La bietola da taglio invece mediante sfalciatura, quando le foglie hanno raggiunto un’altezza di 15-20 cm; il numero di tagli varia con il periodo di coltura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Della bietola da coste il primo anno si consumano le foglie, il secondo anno è possibile utilizzare anche le sue radici per l’estrazione dello zucchero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La bietola da coste si può trovare sul mercato durante tutto l’anno, ma viene consumata soprattutto nel corso della stagione invernale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Un limite della bieta è che va consumata freschissima, per cui o si ha la certezza di averla colta in giornata o è bene preferire quella surgelata, perché il processo di surgelazione permette di preservare le proprietà nutrizionali del prodotto. Dimenticarsela solo per qualche giorno in frigo fa sì che la vitamina C, l’acido folico e il ferro divengano scarsamente assorbibili.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    I folati, di cui abbiamo parlato poco fa, sono sensibili al calore e si disperdono in acqua, sarà quindi opportuno cuocere le biete rapidamente e in poca acqua. Prediligere per questo la cottura al vapore o leggermente appassita in padella con pochissima acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Questa verdura a foglia si presta anche ottima per preparazioni ripiene al forno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Chen P et al. (2014) “Higher dietary folate intake reduces the breast cancer risk: a systematic review and meta-analysis”, The British Journal of Cancer;110(9):2327-38.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Wang R et al. (2014) “Folate intake, serum folate levels, and prostate cancer risk: a meta-analysis of prospective studies”, BMC Public Health;14:1326.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.agraria.org
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                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Funghi

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Classe: Basidiomycetes e Ascomycetes

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I funghi o miceti sono un gruppo eterogeneo di organismi appartenenti alle classi Basidiomycetes e Ascomycetes. Dal termine latino fungus e da quello greco mykés derivano rispettivamente i nomi fungo (o micete) e micologia (la scienza che si occupa dello studio dei funghi).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Esistono numerose varietà, presenti anche in Italia, che possono essere sia spontanee che da coltivazione; tra le più note ricordiamo: il cardoncello, lo champignon, il chiodino, il gallinaccio e il porcino.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il cardoncello (Pleurotus eryngii (De Cand.: Fr.) Quélet) appartiene alla classe dei Basidiomiceti e presenta un cappello carnoso, convesso, con colore variabile dal biancastro al marrone nocciola. Le lamelle sono biancastre, larghe, decorrenti sul gambo, il gambo liscio, più sottile alla base di colore giallo biancastro; la carne è biancastra, priva di odore e sapore particolari. Viene coltivato specialmente nel sud-Italia in tunnel anche riscaldati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Lo champignon (Agaricus hortensis), conosciuto anche come Prataiolo da coltivazione, appartiene alla classe dei Basidiomiceti e presenta un cappello convesso, carnoso, con cuticola dal bianco a bruno chiaro più scura al contatto. Le lamelle sono fitte, prima bianche poi rossastre-brune, il gambo corto e sodo, bianco e liscio con anello bianco e membranoso; la carne è soda e bianca, al taglio rosea, con buon odore e sapore. Viene coltivato da molto tempo ma si trova anche libero nei luoghi ricchi di sterco (di cavallo), nei prati e ai margini dei boschi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il chiodino (Armillariella mellea (Vahl: Fr.) Singer) appartiene alla classe dei Basidiomiceti e presenta un cappello abbastanza carnoso, prima emisferico o conico-ottuso, poi convesso e più o meno aperto, quasi sempre leggermente umbonato; il colore è variabilissimo ed è influenzato dalla pianta ospite: dal giallo-miele al marrone-cupo, al grigio-verdastro o bruno-rossastro. Le lamelle non sono molto fitte, ineguali, prolungate per un dente sul gambo, biancastre, giallastre o brunastre, alla fine macchiate di rosso scuro. Il gambo è dapprima cilindrico o ingrossato alla base, tenace, fibroso, farcito, successivamente cavo, pallido in alto, brunastro al centro, bruno-olivastro in basso, leggermente fioccoso. Presenta un anello molto evidente e persistente, grosso, superiormente striato e inferiormente fioccoso, dal colore tipicamente bianco. La carne è bianca o pallida, soda, tenace nel gambo; l’odore fungino è appena percettibile, il sapore è amarognolo. È una specie molto comune e conosciuta e cresce in famiglie in autunno sui tronchi degli alberi di diverse latifoglie e conifere. Il suo micelio è molto nocivo alle piante di cui è considerato un parassita. In cucina conviene utilizzare solo il cappello perché da adulto il gambo è troppo fibroso, inoltre quando viene cotto il fungo assume una colorazione scura e, durante il processo di cottura, secerne un liquido viscoso che può risultare leggermente tossico: pertanto si consiglia una pre-bollitura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il gallinaccio (Cantharellus cibarius Fr.) appartiene alla classe dei Basidiomiceti e presenta un cappello carnoso, grosso, sodo, aperto, più o meno depresso al centro, liscio, opaco con colore variante dal giallo arancio, raramente bianco. Le lamelle sono pliciformi, molto decorrenti; il gambo è pieno, sodo, nudo, generalmente attenuato dall’alto in basso, anche cilindrico o irregolare, e presenta lo stesso colore del cappello. La carne si presenta bianca o leggermente giallastra sotto la superficie e rimane soda a lungo senza alterarsi; ha un odore caratteristico e un sapore dolciastro. È una specie molto diffusa, facilmente riconoscibile, che si trova dalla primavera all’autunno. Ne esistono diverse varietà con colorazioni diverse, dal chiaro quasi bianco all’arancio vivo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il porcino (Boletus edulis Bull.: Fr.), noto anche come Brisa – Rigorsella, appartiene alla classe dei Basidiomiceti e presenta un cappello carnoso e sodo, depresso e rialzato leggermente a coppa, un colore bruno chiaro che a volte può essere anche bruno scuro, più chiaro al margine, e una superficie umida, viscosa, non vellutata, rugolosa. Il gambo è grosso, pieno e sodo, che diviene progressivamente cilindrico pallido poi brunastro chiaro, con la superficie ornata da vene più chiare. La carne si presenta bianca, immutabile, con leggera colorazione nocciola, soda; l’odore è quello tipico fungino. Il porcino si trova nei boschi di latifoglie e abeti a fine estate-autunno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In commercio i funghi si trovano sia freschi che secchi, da consumare previo ammollo, e sott’olio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        I funghi, seppur non appartengano al regno vegetale, sono molto simili alle verdure in quanto contengono un elevato contenuto di acqua e fibre ed una discreta quantità di proteine, carboidrati e lipidi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Nei funghi secchi, invece, troviamo una concentrazione di macro e micro nutrienti, in particolare di carboidrati, proteine, ferro e niacina, ovvero una vitamina del gruppo B coinvolta nel metabolismo dei grassi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Tra le vitamine quella sicuramente più degna di nota è la vitamina D, ben presente in determinate specie come nei chiodini, ma sicuramente i funghi sono anche una buona fonte di folati, fondamentali in gravidanza per un corretto sviluppo neurologico del feto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Tra le molecole invece troviamo alcuni polisaccaridi che, in base a recenti studi su cellule e modelli animali, sembrerebbero avere proprietà antitumorali ed anti-ipertensive e sarebbero in grado di migliorare il quadro lipidico e il funzionamento del sistema immunitario, ma sono necessari ulteriori studi per confermare il tutto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Infine vi ricordiamo che grazie al contenuto in acido glutammico dei funghi, un aminoacido il cui sale sodico viene utilizzato come additivo per aromatizzare le preparazioni, è possibile aumentare la sapidità delle ricette senza aggiungere sale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Per beneficiare di queste sostanze occorre trattare l’alimento nel corretto modo. L’enzima che opera la trasformazione dei glucosinolati nelle molecole bioattive si chiama mirosinasi ed è racchiuso in specifiche strutture cellulari della pianta. Tagliare il broccolo e masticarlo bene favoriscono il rilascio dell’enzima, a patto che non si distrugga con una cottura prolungata o si lasci disperdere in abbondante acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • I funghi sono organismi dotati di nucleo, privi di clorofilla, dotate di strutture somatiche normalmente filamentose, dette ife, che sono circondate da pareti cellulari contenenti cellulosa o chitina o entrambe. Si originano da spore e si riproducono generalmente sia in maniera sessuata che asessuata. Quando le condizioni ambientali e nutrizionali sono favorevoli, dal micelio si forma il corpo fruttifero, il fungo, dal quale verranno prodotte le spore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I funghi possono essere sia spontanei che da coltivazione. In particolare, per la coltivazione della varietà cardoncello, vengono interrati dei pani in serre aperte solitamente tra settembre e aprile, anche se tale periodo può oscillare in relazione all’andamento stagionale ed alle zone di coltivazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          L’area coltivata per la produzione di funghi deve essere opportunamente protetta dal sole utilizzando una rete ombreggiante al 70-90% sorretta da normali archi tunnel. Per proteggere dal vento, specie in primavera, e dalle piogge, in autunno, si possono disporre sopra e attorno alla serra delle stuoie o dei fogli di polietilene. Nell’area protetta dal tunnel sono ricavati più letti di coltivazione, larghi un metro e distanziati tra lori da un corridoio di passaggio, al cui interno vengono sistemate le confezioni di substrato incubato (ovvero una miscela di paglia e sottoprodotti dell’agricoltura che viene trinciata, sterilizzata e successivamente inoculata con spore) e ricoperto con uno strato di terriccio disposto in modo uniforme. All’interno del tunnel deve essere montato un piccolo impianto di irrigazione aerea per tenere l’area costantemente inumidita.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Dopo pochi giorni dall’interramento del substrato iniziano ad apparire i primi carpofori, che raggiungeranno la maturazione dopo circa 25 giorni dalla posa a dimora del substrato stesso; dopo circa una settimana dal primo raccolto si ha la seconda fuoriuscita di funghi, che va raccolta a maturazione: la coltivazione a condizioni climatiche favorevoli si esaurisce in circa 60-70 giorni e permette di eseguire 2-3 raccolti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Le condizioni ideali per una buona riuscita della coltivazione sono temperatura non superiore ai 20°C, umidità dell’aria elevata e calma di vento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Quando la coltivazione si esaurisce il substrato va rimosso dalle aiuole di coltivazione e si può procedere ad un secondo interramento, dopo un’accurata pulizia delle aree stesse.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Dal punto di vista della commercializzazione risulta molto importante la programmazione delle semine in modo tale da garantire la continuità produttiva in quanto il mercato richiede elevate quantità distribuite durante tutto il periodo di produzione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I funghi sono reperibili sul mercato tutto l’anno, anche grazie alle numerose varietà disponibili.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • I funghi freschi non andrebbero conservati per più di una settimana. Vi consigliamo di conservare i funghi interi e non lavati, in un sacchetto di carta, riponendolo nella parte bassa del frigorifero, ma non nel cassetto per le verdure perché è una zona molto umida e rischierebbero di bagnarsi o di assorbire troppa acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Nel caso voleste invece conservare i vostri funghi freschi per un periodo più lungo, il consiglio è di congelarli. Sarebbe opportuno lavarli prima con un panno umido rimuovendo le impurità e cucinarli nel modo desiderato, solo al quel punto potrete congelarli. È sconsigliabile congelare i funghi da crudi con tecniche casalinghe. Perderebbero le loro proprietà e il loro sapore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Un’ottima alternativa è essiccare i funghi freschi con un pratico essiccatore domestico. Se ne trovano molti in commercio, di varie misure e di vari prezzi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Un’altra alternativa è preparare i funghi sott’olio pulendo bene i funghi con un panno umido o passandoli sotto l’acqua corrente, eliminando ogni residuo di terra e tagliando i gambi. Cuocete i funghi in una soluzione di acqua, aceto e sale, scolateli, conditeli e sistemateli in vasetti sterilizzati, completamente ricoperti di olio extra vergine di oliva.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Infine vi ricordiamo che per favorire l’assorbimento del ferro non eme presente nei funghi, sarebbe opportuno condirli o consumarli insieme ad una fonte di vitamina C. Un metodo potrebbe essere quello di aggiungere un po’ di succo di limone o del peperoncino fresco alla ricetta o di consumare a fine pasto un frutto ricco in vitamina C come arance, fragole o kiwi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • He Y. et al. (2018) “Grifola frondosa polysaccharide: a review of antitumor and other biological activity studies in China”, Discovery Medicine;25(138):159-176.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Huang X., Nie S. (2015) “The structure of mushroom polysaccharides and their beneficial role in health”, Food & Function, 6(10):3205-17.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Pompelmo

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famiglia: Rutaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Genere: Citrus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Specie: Citrus paradisi

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il pompelmo è il frutto del Citrus paradisi, un ibrido naturale tra Citrus maxima (il pomelo) e Citrus sinensis (l’arancio dolce).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Frutto originario delle Barbados (uno dei pochi agrumi non proveniente dall’Asia), in Florida cominciò ad essere coltivato a metà ‘800, per poi diffondersi in Argentina, Sudafrica e Israele. In Italia fece la sua comparsa intorno alla fine degli anni ’60-primi anni ’70. Ad oggi viene coltivato in Puglia e Calabria. Dagli anni ’90 sono presenti anche i pompelmi con la polpa rosa, una selezione varietale più dolce e succosa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La classificazione commerciale è fatta in base all’epoca di maturazione (precoci, di mezza stagione e tardivi); colore della polpa (a polpa chiara e pigmentata); presenza di semi (con semi, più idonee per l’industria, o apireni, più adatte al consumo fresco).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Tra le cultivar apirene ricordiamo la Marsh, a polpa chiara, la Redblush, la Star Ruby e la Pink Marsh, tutte a polpa pigmentata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Tutte le varietà di pompelmo, che si possono riconoscere dalla colorazione della polpa, sono composte principalmente da acqua, zuccheri semplici e fibra. Per quanto riguarda i minerali, quello più presente risulta il potassio, mentre tra le vitamine, come per tutti gli agrumi, spicca il suo contenuto in vitamina C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La vitamina C ha importanti funzioni fisiologiche, come prima cosa ha attività antiossidante ed è molto utile per rafforzare il sistema immunitario, ma è fondamentale anche per la sintesi del collagene.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Anche la vitamina A è ben rappresentata, soprattutto in quelle varietà di pompelmo pigmentate che contengono carotenoidi, ovvero i precursori della vitamina A.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il pompelmo rosa inoltre è buona fonte di un potente carotenoide senza azione provitaminica, il licopene, che sembrerebbe avere un ruolo positivo per la salute cardiovascolare e per la prevenzione di alcuni tipi di tumori. Le maggiori evidenze scientifiche si registrano per il tumore della prostata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Il pompelmo è un agrume sempreverde e la pianta è molto vigorosa; l’albero può raggiungere anche 12 metri di altezza e presenta una forma tondeggiante con fogliame denso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le foglie sono ovate e di colore verde scuro, con picciolo alato e una spina flessibile all’ascella.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I fiori sono grandi, riuniti in genere in infiorescenze bianche raggruppate che danno poi origine a frutti, anch’essi riuniti in grappoli. Il nome inglese, “grapefruit”, deriva proprio dalla caratteristica dei frutti che sono riuniti in grappoli.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il frutto è un esperidio, un frutto carnoso simile a una bacca, globosa e molto grande (diametro di 10 o 15 centimetri) con buccia liscia gialla o rosata (epicarpo o esocarpo). Il frutto all’interno (endocarpo) è suddiviso in logge o spicchi (11-14) separati dalla buccia attraverso l’albedo (mesocarpo), il tessuto spugnoso bianco. La polpa è succosa, amarognola-acidula, normalmente gialla, o rosa-rosso in alcune varietà. I semi, dove presenti, sono bianchi e poliembrionici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Essendo piante di origine tropicale, hanno particolari esigenze nei confronti del clima; per ottenere, infatti, una produzione commerciale valida occorre che questo sia caldo, sufficientemente umido, con inverni miti e senza ampie escursioni termiche, anche se una moderata presenza di queste ultime consente nelle zone mediterranee la comparsa di pigmenti antocianici e carotenoidi, responsabili della colorazione tipica del frutto. In genere svolgono la loro attività vegetativa a temperature comprese tra i 13 e i 30°C. Relativamente al freddo, vengono danneggiati da temperature inferiori a 0°C con intensità variabile in relazione alla specie e alla varietà.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il terreno ottimale è quello sciolto o di medio impasto, profondo, fertile, ben drenato e ben dotato di sostanza organica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il momento migliore per mettere a dimora le giovani piante di agrumi è la primavera, da fine marzo a maggio. La forma di allevamento che maggiormente si riscontra negli agrumeti è il globo. Negli agrumi la fruttificazione avviene sui rami dell’anno precedente e l’accrescimento dei rami si verifica normalmente in tre periodi: primavera, inizio estate e autunno. La potatura va eseguita limitandosi solo ad alleggerire la chioma eliminando i rami secchi, rotti o debilitati dopo che hanno già fiorito o quelli curvi verso il basso; tale azione risulta invece necessaria quando si verificano attacchi parassitari da cocciniglie e quando l’altezza della pianta non permette più un’agevole raccolta da terra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La raccolta va effettuata quando i frutti hanno raggiunto un grado di maturazione sufficiente: al contrario di altre specie, infatti, la maggior parte degli agrumi non può completare la maturazione dopo che i frutti sono stati staccati dall’albero. La raccolta viene attuata sia da terra che con scale e i frutti, raccolti con l’ausilio di apposite forbici, per non privarli della rosetta, vengono posti in cesti di plastica o nei cesti a sacco e successivamente in cassette di plastica del contenuto medio di 20-22 kg. Le cassette, poi, vengono portate ai bordi degli appezzamenti ed accatastate sui pallets o caricate direttamente sui mezzi di trasporto e da qui trasferite ai magazzini di lavorazione e/o conservazione. Una volta che il prodotto è arrivato al magazzino, questo subisce una lavorazione consistente in: lavaggio, trattamento anticrittogamico, ceratura, selezione, calibratura e confezione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La stagione del pompelmo inizia a novembre e termina a maggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Oltre che per il consumo fresco, i frutti possono essere utilizzati nell’industria per ottenere sono: essenze o oli essenziali, succhi, scorze in salamoia e candite, confetture.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • I pompelmi si conservano bene a temperatura ambiente o in frigorifero per più tempo, nello scomparto della frutta e verdura, dove possono resistere oltre due settimane. Il succo di pompelmo può anche essere congelato e utilizzato dopo qualche mese.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    In cucina si abbina bene anche a ricette di pesce, ma in genere l’uso più comune è sotto forma di succo, ideale in alternanza alla spremuta d’arancia per iniziare la giornata con una buona dose di Vitamina C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Nel caso si volesse consumare il pompelmo o il succo di pompelmo in concomitanza con alcuni farmaci, come per esempio le statine, sarebbe opportuno consultarsi con il proprio medico, in quanto potrebbero interferire con la sua azione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Broccoli

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Famiglia: Brassicaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Genere: Brassica

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Specie: Brassica oleracea L. botrytis cymosa

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il broccolo o cavolo broccolo è un ortaggio appartenente alla famiglia delle Brassicaceae, di cui fanno parte anche i cavoli, il cavolfiore, la verza, il broccoletto o cima di rapa, il cavoletto di Bruxelles, il cavolo cappuccio ecc.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il broccolo è una pianta antica di origine mediterranea e ad oggi in Italia vengono coltivati soprattutto in Puglia, Campania, Lazio e Marche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il broccolo comprende molte varietà locali alcune delle quali precoci, come Ramoso verde calabrese, Bianco precoce, Broccolo di Verona, Primaticcio di Albano, e altre tardive, come il Pugliese, Tardivo di Albano, Nero di Napoli.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I broccoli sono composti per il 90% da acqua e presentano un contenuto modesto di proteine, zuccheri e quasi nullo di grassi. Tutto ciò garantisce il loro basso contenuto calorico e un elevato potere saziante, grazie al loro buonissimo contenuto in fibra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Con una porzione di broccoli si soddisfano le quantità giornaliere raccomandate di vitamina C e vitamina K, e si raggiunge quasi la metà del fabbisogno di folati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Tra i minerali più rappresentati spiccano il potassio e il fosforo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Quello che più ci interessa della composizione dei broccoli, alla luce di recenti studi, è il loro contenuto di particolari molecole, ovvero i glucosinolati. Tali studi dimostrerebbero un loro potenziale ruolo nella prevenzione di diverse forme tumorali. Il broccolo infatti è particolarmente ricco di indolo e sulforafano. Il primo sarebbe in grado di ridurre il rischio di tumori ormono-dipendenti, come quello del seno; il secondo, grazie ad un’azione battericida, sembrerebbe agire contro Helicobacter Pylori, microrganismo responsabile di gastrite e ulcere a livello dello stomaco, che può portare fino al tumore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Per beneficiare di queste sostanze occorre trattare l’alimento nel corretto modo. L’enzima che opera la trasformazione dei glucosinolati nelle molecole bioattive si chiama mirosinasi ed è racchiuso in specifiche strutture cellulari della pianta. Tagliare il broccolo e masticarlo bene favoriscono il rilascio dell’enzima, a patto che non si distrugga con una cottura prolungata o si lasci disperdere in abbondante acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • I broccoli hanno un’infiorescenza che può essere compatta, globosa o a pigna, biancastra o verdastra o violacea o rassastra, e a volte è aperta o formata da fasci di germogli di varia lunghezza. I germogli hanno spesso tonalità violacee e sono circondati da foglie ondulate verde scuro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La parte considerata commestibile è quella dell’infiorescenza, non ancora giunta a maturazione; nel broccolo che ha raggiunto la completa maturazione si vedono sbocciare tanti piccoli fiori gialli raggruppati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le foglie sono ampie, ondulate, diritte e numerose e anche le foglie più piccole sono eduli.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La coltivazione del broccolo risulta ottimale in zone dal clima fresco e umido e richiede un terreno di medio impasto con un elevato livello idrico dello strato interessato dalle radici. La coltivazione si effettua in diversi periodi dell’anno a seconda della località e delle cultivar impiegate: esistono infatti le cultivar che non richiedono il freddo per la formazione della parte edule, mentre altre (le tardive, che si comportano da piante tipicamente biennali) richiedono il freddo sia per la formazione della parte edule che per l’infiorescenza. Inoltre le varietà tardive sono più grandi di quelle precoci, per cui le distanze presenti tra le diverse file di piantine risulteranno differenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Si tratta di una coltura di rinnovo, ovvero la coltivazione del broccolo nello stesso terreno deve essere intercalata ad altre culture in modo da evitarne la monosuccessione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Oltre alla semina diretta oggi, visto anche l’utilizzo di ibridi, vengono utilizzate piantine allevate in vivaio in appositi contenitori, successivamente trapiantate (da luglio a tutto settembre). La vernalizzazione delle piantine (15-20 giorni a 2°C) sembra favorire la concentrazione del periodo di raccolta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La raccolta è scalare per tutte le cultivar classiche italiane e la presenza sul mercato va da ottobre a maggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le parti eduli, dette anche corimbi, si raccolgono quando sono compatte e comunque prima che i singoli fioretti o cimette che la compongono inizino a discostarsi e, poiché la maturazione non avviene contemporaneamente, sono necessarie 3-6 raccolte. Le dimensioni e il peso delle parti eduli variano notevolmente a seconda della cultivar; in quelle normalmente impiegate oggi i corimbi defogliati non superano generalmente 1,5 kg. Il taglio dei corimbi può essere fatto con o senza foglie. Dopo il taglio deve essere evitata l’esposizione ai raggi del sole per evitare la comparsa di colori indesiderati. In genere la raccolta viene fatta oggi con l’ausilio di macchine agevolatrici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Anche se la varietà tardiva non ha bisogno di essere pre-refrigerata, tale operazione può essere fatta con acqua fredda e/o con il vuoto per portare i broccoli ad una temperatura di circa 5°C e poi conservarli in cella frigorifera ventilata con elevata umidità relativa (> 95%). I tempi di conservazione in cella frigorifera sono in funzione della temperatura (a 0°C per 21-28 giorni; a 3°C per 14 giorni; a 5°C per 7-10 giorni; a 10°C per 5 giorni). Il trasporto deve essere effettuato tramite furgoni frigoriferi per mantenere inalterate le caratteristiche qualitative.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • La mirosinasi, enzima di cui abbiamo parlato sopra, che opera la trasformazione dei glucosinolati nelle molecole bioattive, è idrosolubile e sensibile al calore, il consiglio è quindi di cuocere i broccoli al vapore o sbollentarli in poca acqua per non più di 10 minuti. Sarebbe preferibile consumare sempre l’ortaggio fresco, perché anche il processo industriale di congelamento, che prevede una fase di bollitura pre-congelamento, detta sbianchitura, provoca la diminuzione dei glucosinolati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I broccoli freschi devono essere sodi al tatto, con le infiorescenze compatte e di colore vivo. 
È bene controllare tra le cimette che non ci siano macchie scure, sinonimo che il broccolo è vecchio o marcio. Una volta accertati che i broccoli siano freschi occupatevi della pulizia. Tagliate le cimette dei broccoli, i gambi più grandi meglio se vengono incisi con un coltello per favorire la cottura. Buttate via le foglie più grandi esterne, mentre quelle più piccole lavatele sotto l’acqua corrente insieme ai ciuffi di broccoli.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Vi ricordiamo che i broccoli rientrano tra i cibi che possono essere mangiati anche crudi, magari affettati sottilmente e conditi con limone, sale e olio extravergine d’oliva.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Faraga Mohamed A., AbdelMotaalb Amira A. (2010) “Sulforaphane composition, cytotoxic and antioxidant activity of crucifer vegetables”, Journal of Advanced Research, Volume 1, Issue 1, January 2010, Pages 65-70.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Yuan Gao-feng, Sun Bo, Yuan Jing, Wang Qiao-mei (2009) “Effects of different cooking methods on health-promoting compounds of broccoli”, Journal of Zheijang University SCIENCE B;10(8):580-8.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.bda-ieo.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Kiwi

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Famiglia: Actinidiaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Genere: Actinidia

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Specie: Actinidia chinensis

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il kiwi è il frutto autunnale della Actinidia, pianta originaria della Cina introdotta in Nuova Zelanda all’inizio del XX secolo. Viene diffusa in Europa a partire da metà del XX secolo e in Italia solamente negli anni ’70.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il genere Actinidia è suddiviso in due sezioni: Stellatae, che comprende l’Actinidia chinensis Pl. (= A. deliciosa A. Chev.); e Leiocarpae, comprendente l’Actinidia arguta (Sieb. e Zucc.) Pl. ex Miq. L’ Actinidia chinensis è una specie più da mercato, mentre Actinidia arguta è ornamentale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Attualmente l’Italia è la maggiore produttrice, seguono poi Nuova Zelanda, Cile, USA, Giappone e Francia. Le regioni italiane dove è maggiormente diffusa questa coltura sono Lazio, Piemonte, Veneto e, in misura minore, Campania e Calabria.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Le cultivar impiegate sono: Hayward, Abbot, Allison, Bruno, Katuscia, Top star, Tumuri, Matua, Autari, M3.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            In commercio si trova anche il kiwi latina IGP (Indicazione Geografica Protetta) la cui coltivazione e produzione è riservata esclusivamente a 24 comuni nelle due province di Latina e Roma.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • I kiwi sono composti principalmente da acqua, carboidrati semplici e fibra. Proprio quest’ultima risulta avere caratteristiche prebiotiche, specialmente rivolte verso una selezione nell’intestino di batteri lattici, microrganismi positivi per la salute.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Per soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamina C, che corrisponde a 85 mg per le donne e 105 mg per gli uomini, sono sufficienti due kiwi. La vitamina C, come abbiamo già evidenziato altre volte, ha attività antiossidante ed è fondamentale per la salute del nostro organismo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Oltre alla vitamina C, i kiwi presentano anche buone quantità di vitamina E, sempre con attività antiossidante e K, coinvolta invece nei processi di coagulazione del sangue. Vi consigliamo, al fine di assorbire queste due vitamine liposolubili, di associarle ad una fonte di grassi come per esempio uno yogurt intero o della frutta secca.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Tra i minerali spiccano potassio e magnesio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Infine, le varietà di kiwi verde possono vantare il contenuto di clorofilla e folati. La prima è un pigmento vitale per le piante che ha mostrato dei possibili effetti anti-invecchiamento, mentre la seconda è una vitamina idrosolubile fondamentale per la sintesi di proteine e DNA.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • l kiwi è il frutto della pianta Actinidia chinensis, una pianta rampicante con foglie cuoriformi che può raggiungere anche i 10 metri di altezza, caratterizzata da rami molto lunghi e sottili. È specie dioica (ovvero una specie che ha sia individui maschili che femminili) e normalmente per la sua coltivazione si posiziona una pianta “maschile” ogni 6-8 “femmine”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                I fiori possono essere singoli o raggruppati in 2-3, presenti a partire da maggio, da cui si svilupperà il frutto; nelle piante femminili i fiori sono disposti in modo distanziato per dare spazio alla maturazione dei frutti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il frutto è una bacca ricoperta da peluria, la polpa è di un verde caratteristico, punteggiata di minuscoli semi, violacei o neri, disposti intorno a un cuore biancastro chiamato columella. La polpa è di un intenso color verde smeraldo chiaro. I semi, piccoli e neri, sono disposti a raggera attorno al fulcro centrale del frutto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’impollinazione è entomofila anche se i fiori non sono molto attrattivi per le api e perciò si aumenta il numero delle arnie; in misura minore anche anemofila.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’Actinidia ama luoghi temperati, teme i danni da freddo, in presenza di forti venti spesso subisce sbrancamenti e il terreno deve essere asciutto, evitando i ristagni idrici. Per la propagazione al Centro-Nord si utilizza la talea in modo da poter ricostruire la piata dai ricacci quando avvengono danni da freddo, mentre al Centro-Sud si usano piante innestate in vivaio o a dimora.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio si effettua la potatura che provvede sia ad eliminare i frutti multipli che quelli deformi e con difetti di buccia in modo da lasciare per un totale di 800-1000 frutti per pianta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La raccolta del frutto, senza il peduncolo, avviene tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre e gli indici impiegati sono il tenore zuccherino, pari a 7,5°Brix, oppure il contenuto di solidi solubili, al 12,5%. Tendenzialmente è precoce per il pericolo delle grandinate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                È il frutto a più elevato contenuto di vitamina C, è impiegato nel consumo fresco e nell’industria dolciaria.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La produzione italiana complessiva è pari a 310.000 t delle quali il 31% proviene dal Lazio. Le produzioni medie si aggirano sui 30-50 kg/pianta, pari a 200-250 q/ha.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In Italia la stagione dei kiwi inizia a novembre e termina a maggio; tra giugno e ottobre in commercio possono trovarsi frutti di provenienza neozelandese.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Il kiwi, o, più correttamente, Actinidia chinensis, è una pianta di facile coltivazione, ma ha la caratteristica di essere un frutto climaterico. Infatti, come mele, pere, banane, pesche e altri frutti, continua la sua maturazione anche se staccato dalla pianta. I kiwi vengono infatti spesso raccolti anche se la loro maturazione non è completamente avvenuta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Prima di pensare a come poter conservare i kiwi, dunque, occorre spesso completare la loro maturazione. Per farlo, può bastare metterli in una busta con altra frutta (preferibilmente mele e banane) così da sfruttarne l’emissione di etilene, responsabile della rapida maturazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Se invece desideri rallentarne la maturazione, sarà necessario procedere inversamente: tieni i kiwi lontani dall’altra frutta e possibilmente assicurati che ciascun frutto sia distante dall’altro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Per conservare e mantenere i kiwi nel breve periodo, il frigorifero è un ottimo metodo, preferibilmente inserendoli all’interno di un sacchetto per gli alimenti specifico. A questo punto, puoi mettere la busta in frigo a una temperatura massima di 5°C. In questo modo, i kiwi si manterranno fino a una settimana.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Se invece sai che non potrai gustarti i kiwi acquistati entro una settimana, la soluzione perfetta è congelarli. È consigliato lavarli, sbucciarli e tagliarli a rondelle e metterli nel freezer in una busta apposita. In questo modo, potrai conservarli per un periodo abbastanza lungo, ma non ti consigliamo di eccedere i 10 mesi, perché oltre questa soglia si perderanno tutte le proprietà organolettiche del frutto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il consumo di kiwi può interferire con l’assunzione di farmaci contro la pressione alta, anticoagulanti e antiaggreganti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  All’interno del kiwi si trovano inoltre anche ossalati, sostanze naturali che in concentrazioni troppo elevate possono contribuire alla formazione di calcoli; per questo motivo il suo consumo può essere controindicato in presenza di problemi a reni o cistifellea, soprattutto se non adeguatamente trattati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Infine, il kiwi contiene molecole associate alla cosiddetta “sindrome lattice-frutta”. In caso di allergia al lattice è quindi bene fare attenzione al consumo di kiwi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • Lee Y.K., Low K.Y., Siah K., Drummond LM, Gwee K-A. (2012) “Kiwifruit (Actinidia deliciosa) changes intestinal microbial profile”, Microbial Ecology in Health and Disease;23.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • www.humanitas.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Zenzero

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Famiglia: Zingiberaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Genere: Zingiber

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Specie: Zingiber officinale

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Lo zenzero è la radice della pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae, a cui appartengono anche curcuma e cardamomo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La pianta è originaria dell’Asia e, ad oggi, viene coltivata in quasi tutti i paesi tropicali e subtropicali; Cina e India ne sono i maggiori produttori. In particolare l’India da sola copre quasi il 50% della produzione mondiale di zenzero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Esistono diverse forme di ginger in commercio: se è scorticata viene prodotta in Giamaica e viene chiamata White Ginger (ginger bianco), se invece è presente la buccia viene prodotta principalmente dalla Cina e dalla Sierra Leone e viene chiamata Black Ginger (ginger nero).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La composizione dello zenzero è principalmente a base di acqua ed amidi ed altri micronutrienti non particolarmente concentrati. La radice, detta rizoma, contiene i principi attivi della pianta, ovvero l’olio essenziale, che è composto principalmente da zingiberene, i gingeroli e gli shogaoli, i responsabili del sapore e dell’aroma che lo contraddistinguono.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Nonostante negli ultimi anni il suo consumo sia cresciuto esponenzialmente, visto i numerosi effetti benefici attribuitili, in realtà le evidenze scientifiche sull’uomo rimangono ancora poche.  Alcuni studi su modelli cellulari ed animali ne evidenziano l’effetto antinfiammatorio, antitumorale ed antiossidante, ma sono necessarie ulteriori ricerche per confermare il tutto. L’utilizzo dello zenzero, spesso viene anche associato ad effetti diretti sul dimagrimento e sulla glicemia, ma anche in questo caso sono necessari degli studi più approfonditi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Quello che invece le evidenze scientifiche hanno dimostrato sull’uomo è suo effetto anti-nausea, è quindi spesso consigliato anche durante le terapie oncologiche. Recenti studi infatti ne evidenziano anche un potenziale effetto nella riduzione di nausea, dismotilità e sintomi simili al reflusso in diversi tipi di cancro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Lo zenzero è una pianta erbacea perenne, con portamento eretto, che può raggiungere il metro e mezzo di altezza. Presenta una radice, detta rizoma, aromatica, e steli eretti con due file di foglie lanceolate. L’infiorescenza è a forma di spiga con fiori bianchi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il rizoma è adoperato fresco, essiccato o sott’aceto. I germogli, le foglie e le infiorescenze vengono consumati crudi o cotti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Lo zenzero è reperibile in commercio tutto l’anno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • La radice dello zenzero si può comprare fresca al supermercato e conservarla, per circa due settimane, a temperatura ambiente. Nel caso si volesse invece conservarla per un periodo più lungo, è necessario riporla in frigorifero o congelarla grattugiata, frullata o tagliata a pezzetti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il suo utilizzo in cucina, così come l’utilizzo di qualsiasi erba aromatica o spezia, può essere un valido aiuto per insaporire ricette e bevande, senza utilizzare sale e zucchero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Si abbina con carne e pesce, crostacei e per preparare dolci secchi; si usa per aromatizzare bevande (ginger), salse (curry). Per chi invece gradisse sgranocchiare lo zenzero, meglio sceglierlo disidrato al naturale piuttosto che candito, come invece si trova in molte forme commerciali, in modo da non eccedere con il consumo giornaliero di zuccheri.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Lo zenzero può potenziare l’azione degli anticoagulanti e interferire con l’effetto della ciclosporina, degli antidiabetici e degli antipertensivi. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Anh N.H. et al. (2020) “Ginger on Human Health: A Comprehensive Systematic Review of 109 Randomized Controlled Trials”, Nutrients;12(1):157.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Bhargava R., Chasen M., Elten M., MacDonald N. (2020) “The effect of ginger (Zingiber officinale Roscoe) in patients with advanced cancer”, Support Care Cancer;28(7):3279-3286.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Bodagh M.N., Maleki I., Hekmatdoost A. (2018) “Ginger in gastrointestinal disorders: A systematic review of clinical trials”, Food Science & Nutrition;7(1):96-108.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Mao Q.Q. et al. (2019) “Bioactive Compounds and Bioactivities of Ginger ( Zingiber officinale Roscoe)”, Foods;8(6):185.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • www.inran.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Spinaci

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Famiglia: Chenopodiaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Genere: Spinacia

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Specie: Spinacia oleracea L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Lo spinacio è un ortaggio a foglia verde conosciuto fin dall’antichità, portato in Europa con gli Arabi intorno al 1000 e, dopo il 1500, si è diffuso anche in America.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            In Italia la coltivazione dello spinacio è diffusa in tutte le regioni, in particolare modo nel Lazio, Toscana, Campania, Veneto e Piemonte; nelle regioni del Nord Italia per la produzione invernale è presente anche la coltivazione in serra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            La maggior parte della produzione è destinata all’industria per l’ottenimento di surgelati e disidratati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            In base alla forma del frutto si distinguono due sottospecie:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Spinacia olracea inermis Moench (glabra Mill), con frutti lisci subrotondi; è il tipo più diffuso in coltura, con numerose cultivar che si differenziano tra loro per forma e dimensioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Spinacia oleracea spinosa Moench, con frutti angolosi o spinescenti; se ne conoscono poche varietà (Hollandia, Amsterdam e Cavallius) e, seppur dotate di buona rusticità e resistenza al freddo, sono poco diffuse in Europa, e utilizzate quasi esclusivamente per l’industria conserviera.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Le cultivar sono sostanzialmente due:

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Cultivar autunno-invernali: adatte alla coltivazione in condizioni di giorno corto, hanno elevata vigoria e buona resistenza al freddo ma vanno rapidamente a seme in condizioni di giorno lungo; si seminano a fine estate-autunno (agosto-ottobre) per produzioni autunno-invernali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Cultivar primaverili-estive: si adattano alla coltivazione di giorno lungo in quanto lente a montare a seme; si seminano in primavera (marzo-aprile) per produzioni primaverili-estive.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            In commercio si trova anche lo “spinacio della Nuova Zelanda” (Tetragonia tetragonioides), appartenente alla famiglia delle Aizoaceae, un ortaggio minore da foglia che si utilizza nel periodo estivo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Famosi fin dai tempi di Braccio Di Ferro per il loro contenuto in ferro, gli spinaci in realtà sono ricchi di altri moltissimi micronutrienti. Sono composti per il 90% di acqua e presentano un ottimo contenuto di fibra, fondamentale per stimolare il senso di sazietà.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              A livello di vitamine spiccano la vitamina C, con azione antiossidante e utile ad innalzare le difese immunitarie, e la vitamina K, fondamentale invece per il processo di coagulazione del sangue.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Tra i minerali invece troviamo alte concentrazioni di potassio e magnesio, mentre il ferro, seppure presente, risulta comunque meno biodisponibile rispetto ai prodotti di origine animale ed inferiore ad altre fonti vegetali come legumi e frutta secca. In ogni caso, per aumentare la biodisponibilità di questo minerale, basterà aggiungere una fonte di vitamina C al pasto, come per esempio un kiwi, un mandarancio o semplicemente un po’ di succo di limone.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Gli spinaci sono inoltre molto ricchi di folati, molecole presenti in moltissime verdure a foglia verde, necessarie per la crescita e per la riproduzione cellulare, soprattutto dei globuli rossi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Lo spinacio è una pianta erbacea a ciclo annuale che può raggiungere anche i 70 cm di altezza. Presenta foglie basali carnose, provviste di un picciolo lungo 5-10 cm e di un lembo astato liscio o bolloso lungo 10-20 cm; esse sono riunite a rosetta in numero di 20-30 prima dell’emissione dello scapo fiorale ramificato; i fiori sono piccoli, verdastri, riuniti in glomeruli ascellari quelli femminili e in spighe quelli maschili.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Lo spinacio è specie a basse esigenze termiche e buona tolleranza al freddo nella fase di rosetta. È una pianta longidiurna, ovvero che fiorisce solo se la lunghezza del periodo luminoso oltrepassa le 14 ore (periodo maggio-agosto); richiede un terreno fresco, permeabile e ben drenato, con pH superiore a 6,5. Ha una buona tolleranza alle elevate salinità. Per una rapida crescita richiede condizioni di umidità elevate e costanti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Lo spinacio è coltivato principalmente in autunno-inverno con semina ad agosto-settembre ma nelle zone del Centro-Nord Italia si realizzano anche colture primaverili con i prodotti destinati all’industria.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La semina può essere fatta a spaglio oppure a macchina, in file distanti 20-30 cm, con interramento a 1-2 cm di profondità; la densità colturale varia a seconda che si tratti di colture destinate al mercato oppure all’industria; l’elevata densità favorisce il portamento eretto delle piante, richiesto per la raccolta meccanica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Successivamente alla semina viene condotto il diradamento, la sarchiatura o diserbo, l’irrigazione e la concimazione in copertura. Nel periodo autunno-invernale con le temperature relativamente basse non sono molti i parassiti in grado di attaccare la pianta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La raccolta comincia 40-60 giorni dalla semina nelle colture primaverili e può essere effettuata tramite sfogliatura o raccolta dell’intera pianta; oggi la raccolta meccanica è molto diffusa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Gli spinaci raccolti, privi delle foglie ingiallite e rovinate, vengono disposti in casse di 10-15 kg e immersi in acqua per togliere la terra residua e migliorare la turgescenza delle foglie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • In generale, al momento dell’acquisto, gli spinaci devono essere di un verde vivace e omogeneo, senza parti ingiallite o ammaccate e con gambi intatti e sodi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La pulizia degli spinaci freschi richiede molti cambi d’acqua. Molto spesso per risparmiare tempo si ricorre all’acquisto di spinaci già lavati o congelati. Si consiglia di lavare gli spinaci solo poco prima della cottura, eliminando i gambi più duri e muovendo le foglie con le mani e cambiando l’acqua. Sarà necessario ripetere l’operazione fino a quando l’acqua non si presenterà completamente priva di terra. Se si acquistano spinaci freschi già lavati conviene comunque fare un passaggio in un catino pieno di acqua.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  È da prediligere il consumo di spinaci freschi e crudi che ne preserva il contenuto in vitamina C e folati, composti altamente sensibili al calore e solubili in acqua. Nel caso in cui si preferisca consumarli cotti, in ogni caso, sarebbe opportuno sbollentare l’alimento in poca acqua e per tempi rapidi, oppure saltarlo velocemente in padella.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Come evidenziato precedentemente, la biodisponibilità del ferro negli alimenti vegetali è molto bassa, per questo vi consigliamo in ogni caso di associare al loro consumo, sia in caso che vengano consumati crudi che cotti, un po’ di peperoncino fresco o del succo di limone.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il prodotto fresco può essere mantenuto per 10-15 giorni in frigo a 0°C e 90-95 % di umidità relativa, nel caso in cui invece si volesse congelarlo la concentrazione di folati diminuirebbe drasticamente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Cavolo nero

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Famiglia: Cruciferae – Brassicaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Genere: Brassica

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Specie: Brassica oleracea L. var acephala sabellica

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La maggior parte dei cavoli è originaria del Mediterraneo e viene coltivata da tempi molto antichi; ad oggi si ha una grande coltivazione e un forte consumo in Italia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Una varietà di cavolo è il cavolo nero, detto anche “Cavolo nero di Toscana” o “Cavolo a penna”, che viene coltivato soprattutto in Toscana. È una verdura invernale e, nella cucina toscana, è un ingrediente fondamentale della “ribollita”, una minestra di fagioli con pane raffermo e verdure varie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il cavolo nero è ricco di acqua e contiene poche calorie, grazie invece al suo elevato contenuto di fibra ha un ottimo potere saziante. I suoi micronutrienti principali sono la vitamina C, i precursori della vitamina A e la vitamina K.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il contenuto di quest’ultima, si denota anche dal colore scuro delle foglie del cavolo ed è fondamentale nella regolazione di fattori importanti della coagulazione del sangue. Una sola porzione di cavolo nero copre l’intero fabbisogno giornaliero di vitamina K.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La vitamina C, invece, ha una potente azione antiossidante, favorisce l’assorbimento intestinale del ferro e del cromo, interviene nella difesa immunitaria, favorisce la cicatrizzazione delle ferite e protegge i capillari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Parlando invece dei precursori della vitamina A, i carotenoidi, quello sicuramente più rappresentato è il beta carotene. La vitamina A è essenziale per la visione, la crescita e il normale sviluppo dei tessuti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Sicuramente una molecola degna di nota presente nel cavolo nero è la quercetina che ha azione protettiva nei confronti del sistema cardiovascolare, possono inoltre essere presenti anche le antocianine, soprattutto per quelle varietà a foglia scura tendenti al viola, molecole che sembrerebbero promuovere la longevità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • La pianta del cavolo nero è una perenne rustica e vigorosa che presenta fusto eretto e che può crescere fino a 1 metro altezza, formando abbondanti ramificazioni con rametti fioriferi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il cavolo nero, rispetto ad altre specie di cavoli, non produce la testa (tipica del broccolo nero e del cavolo verza) e l’infiorescenza (come il cavolfiore) ma produce molte foglie, che rappresentano la parte commestibile.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le foglie sono lunghe (fino a 30-40 cm), di color verde scuro quasi nerastro, lanceolate e divise, con la superficie rugosa e bollosa, di cui vengono utilizzate le superiori e i giovani germogli che si formano sul fusto e sui rami. Le foglie persistono a lungo sulla pianta fino all’inverno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il cavolo nero è una pianta che resiste bene al gelo invernale e può dunque essere coltivato anche nelle zone a clima rigido, dov’è difficile coltivare altri ortaggi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Per coltivare il cavolo nero si può partire dal seme oppure effettuare trapianti di piantine già formate. La messa a dimora nel terreno lavorato si effettua nei mesi di agosto, settembre e ottobre, lasciando tra una pianta e l’altra almeno 80 cm di distanza, mentre tra le file un metro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      È importante eliminare le erbe infestanti procedendo con periodiche sarchiature manuali o con una pacciamatura naturale, in paglia o juta. In questo secondo caso, oltre alla protezione dalle infestanti, si mantiene più umido il terreno, limitando le esigenze idriche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La raccolta del cavolo nero, a seconda del periodo di trapianto, ha inizio in autunno, si protrae per tutto l’inverno e prosegue fino in primavera. In estate è meglio lasciar riposare la pianta. La raccolta migliore si ha nei mesi invernali, dopo le prime gelate, quando le foglie spesse e bollose diventano più tenere e migliorano di sapore. Di questa pianta si raccolgono le singole foglie, partendo dalla parte bassa (foglie basali) del fusto centrale risalendo fino all’apice.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Il cavolo nero è quindi disponibile da Novembre ad Aprile.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Il cavolo nero è adatto per zuppe, minestre invernali, classica la sua presenza nella tipica ricetta toscana ‘ribollita’, oppure bollito insieme ad altre verdure a foglia o con patate ma anche insieme ad altre tipologie di cavolfiore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La vitamina K non è idrosolubile e resiste alla cottura, per cui metodi come la bollitura non ne riducono la quantità, come succede invece con la vitamina C che invece si degrada con il calore. Anche i carotenoidi, in base a recenti studi, sembrerebbero essere molto resistenti alle alte temperature, anzi la cottura sembrerebbe aumentare la loro biodisponibilità per esser assorbiti a livello intestinale, soprattutto se associati a grassi come l’olio extravergine di oliva.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Una cottura eccessivamente prolungata, oltre a distruggere gran parte delle vitamine, rende i cavoli indigesti e di odore sgradevole per la maggiore liberazione di composti solforati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La maniera più semplice di consumare il cavolo nero è quello di lessarlo e condirlo con olio extravergine di oliva e limone. Tuttavia, vi consigliamo di consumarlo anche crudo, togliendo la costa centrale, al fine di non perdere il suo contenuto in vitamina C e glucosinolati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Per scegliere un buon cavolo le foglie devono essere turgide, di un bel verde intenso, prive di parti marce. Meglio se le foglie sono piccole così da richiedere una cottura più breve. Il cavolo nero vecchio ha le foglie ingiallite.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il cavolo si può conservare in frigorifero, ma per non più di una settimana. Meno tempo passa dal suo acquisto alla sua consumazione e meglio è.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Egert S et al. (2009) “Quercetin reduces systolic blood pressure and plasma oxidised low-density lipoprotein concentrations in overweight subjects with a high-cardiovascular disease risk phenotype: A double-blinded, placebo-controlled cross-over study.”, British Journal of Nutrition.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Sikora E., Bodziarczyk I (2012) “Composition and antioxidant activity of kale (Brassica oleracea L. var. acephala) raw and cooked”, Acta Scientiarum Polonorum Technologia Alimentaria.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • www.coltivazionebiologica.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • www.usda.gov

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Radicchio rosso

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Famiglia: Compositae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Genere: Cichorium

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Specie: Cichorium intybus L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il radicchio rosso o cicoria rossa è un ortaggio a foglie verdi, variegate o rosse, della famiglia delle Compositae appartenente al genere Cichorium, a prevalente consumo invernale e contraddistinto dal sapore amarognolo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il radicchio può essere precoce e tardivo e la definizione deriva dal periodo in cui avviene la raccolta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          In Italia esistono diverse varietà di radicchio, aventi una colorazione e una forma tipica a seconda della varietà. Quelle più note sono: Rosso di Treviso, Rosso di Verona, Sanguigno di Milano, Variegato di Castelfranco, Variegato di Chioggia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il radicchio rosso di Treviso IGP ha ottenuto il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta (IGP) con il Regolamento CE n.1263/96 e, unitamente al Radicchio Variegato di Castelfranco Veneto, è classificato tra le cicorie da forzare e da imbiancare. La zona di produzione si estende a 17 comuni in provincia di Treviso, 2 in provincia di Padova e 5 in provincia di Venezia. Possiede un cespo di forma allungata e può essere precoce o tardivo. Il primo presenta cespo voluminoso e ben chiuso, foglie di colore rosso intenso con una nervatura principale molto accentuata di colore bianco, sapore leggermente amarognolo e consistenza mediamente croccante. Il secondo mostra foglie serrate di colore rosso vinoso intenso, sapore gradevolmente amarognolo ed una consistenza croccante.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il Radicchio di Verona IGP ha ottenuto il riconoscimento IGP con il Regolamento CE 98 del 02.02.09 (GUCE L 33 del 03.02.09) e la zona di produzione comprende alcuni territori ubicati nella regione Veneto nelle province di Verona, Vicenza e Padova. Presenta una forma ad ovale allungato, foglie compatte di colore rosso scuro intenso abbellite da una nervatura principale bianca, molto sviluppata; può essere precoce o tardivo. La zona di produzione si estende nella fascia del basso Veneto, costituita da terreni alluvionali, sabbiosi, ricchi di sostanza organica, e viene etichettato come “l’oro rosso della Bassa“, distinguendosi dagli altri prodotti per la particolare croccantezza delle foglie, il colore rosso intenso ed il sapore leggermente amarognolo. Le sue caratteristiche organolettiche ne consentono un utilizzo ad ampio raggio, dall’antipasto al dolce, da crudo come da cotto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il Radicchio Variegato di Castelfranco IGP come il radicchio rosso di Treviso IGP ha ottenuto il riconoscimento IGP con il Regolamento CE n.1263/96; è una variante di radicchio rosso definita la “rosa che si mangia” ed è stata ottenuta dall’incrocio tra il Radicchio Rosso di Treviso e l’indivia scarola a fine Ottocento. La forma ricorda quella dell’insalata a cespo ma le caratteristiche sono tipiche della cicoria. La zona di produzione comprende alcuni comuni nelle province di Treviso, Padova e Venezia. Presenta colore delle foglie bianco-crema con variegature distribuite in modo equilibrato su tutta la pianta fogliare di tinte diverse dal viola chiara al rosso vivo. Il sapore delle foglie è dal dolce al gradevole amarognolo molto delicato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il Radicchio di Chioggia IGP ha ottenuto il riconoscimento IGP con Regolamento CE n 1025 nel 2008 (GUCE L. 277 del 18/10/2008), può essere precoce o tardivo e, per la tipologia tardivo, la zona di produzione comprende alcuni comuni nell’ambito delle provincie di Venezia, Padova e Rovigo. Si consuma soprattutto crudo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il radicchio rosso dal punto di vista nutrizionale è ricco di acqua e povero di calorie e quello che spicca è il suo contenuto in fibra, in particolare in inulina. L’inulina è fondamentale soprattutto per il nostro microbiota intestinale, in quanto è in grado di selezionare i batteri positivi a discapito di quelli negativi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Per quanto riguarda i micronutrienti, quella sicuramente più presente è la vitamina K, fondamentale per la coagulazione del sangue, ma contiene anche una buona percentuale di calcio e potassio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il radicchio rosso è inoltre ricco di antocianine, che ne caratterizzano anche il colore, composti fenolici in grado di proteggere il cuore e che, in base a recenti studi di laboratorio, sembrerebbero avere effetti sulla longevità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il sapore amaro tipico del radicchio rosso è dovuto ad una molecola, l’acido cicorico, un derivato della caffeina. L’acido cicorico, presente anche nella cicoria, sembrerebbe avere effetti antimicrobici ed antinfiammatori. Inoltre, in base ad una sperimentazione americana, la radice di radicchio comporta un potenziale miglioramento nel trattamento dei sintomi da artrite, riducendo la sensazione di dolore e la rigidità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Il radicchio viene seminato solitamente in giugno-luglio, a strisce o a righe e richiede terreni fertili, freschi e profondi, moderatamente compatti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le cure colturali richieste dal radicchio comprendono: diradamento (se la semina è stata fatta sul posto), sarchiatura (ossia la periodica pulizia dalle erbe infestanti), scerbature ripetute, irrigazioni e concimazioni azotate ripetute.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Operazione importante è anche quella dell’imbianchimento, tecnica che sottrae alle piante la luce e che serve a migliorare sia la qualità del cespo, che diventa più tenero e di sapore delicato in quanto avviene un rallentamento della produzione di clorofilla, sia il suo aspetto estetico, facendo sviluppare le foglie del cespo utilizzando le sostanze di riserva accumulate nelle radici. L’imbianchimento si esegue attraverso la legatura delle foglie esterne, usando un elastico o un laccio leggero, 15-20 giorni prima della prevista raccolta. L’imbianchimento può avvenire anche post raccolta in cumuli o su sabbia; in questo caso il radicchio viene collocato all’aperto ricoperto con un telo di nylon opaco o con la paglia e lasciato quasi al buio per una ventina di giorni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La raccolta del radicchio può avvenire in autunno-inverno quando il cespo si presenta ben chiuso. Per raccoglierlo si scalza la pianta dal terreno avvalendosi di un forcone o una vanga.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Dopo la raccolta vengono tolte le foglie intorno al cespo e viene pulita la radice principale accorciandola a circa 4 cm.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il prodotto viene così immesso sul mercato o destinato alla frigo-conservazione per un periodo di tempo abbastanza breve. Le piante non destinate al consumo subiscono la pratica della forzatura, che consiste nel disporre le piantine, complete di radice, in ambiente caldo-umido in modo da favorire l’emissione di nuove foglie (all’incirca dopo 10-15 giorni).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il radicchio rosso precoce è disponibile nei nostri mercati da settembre (la raccolta si effettua a fine estate). La raccolta del radicchio tardivo, invece, inizia verso la metà di novembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Solitamente si consuma cotto o in insalata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Al fine di mantenere inalterata la concentrazione dei suoi nutrienti, vi consigliamo di consumarlo crudo, durante la stagione invernale ed entro tre giorni dall’acquisto, conservandolo in frigorifero. In caso di cottura, vi consigliamo di non superare gli 8 minuti e di cuocerlo a bassa temperatura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • D’evoli L. et al. (2013) “Red chicory (Cichorium intybus L. cultivar) as a potential source of antioxidant anthocyanins for intestinal health”, Oxidative Medicine and Cellular Longevity, 2013:704310.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Olsen J.N., Branch V.K., Jonnala G., Seskar M., Cooper M. (2010) “Phase 1, placebo-controlled, dose escalation trial of chicory root extract in patients with osteoarthritis of the hip or knee”, BMC Musculoskeletal Disorders, 2010;11:156.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • www.coltivazionebiologica.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • www.radicchioditreviso.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Clementine

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Famiglia: Rutaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Genere: Citrus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Specie: Citrus clementina

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La clementina è un agrume appartenente al gruppo degli ibridi ottenuti dall’incrocio tra mandarini e arance amare e, per questo motivo, è anche comunemente conosciuta con il nome di mandarancio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le varietà più note di clementine sono la Monreal, Di Nules, Oroval e Tardivo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le clementine primo sole nascono dall’incrocio tra Miyagawa (mandarino di origine cinese) ed il mandarino; presentano una polpa di colore arancione priva di semi e un sapore dolce. Vengono consumate fresche, o destinate alla produzione di succhi, marmellate e gelati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La clementina nova è un incrocio tra il tangelo orlando e la clementina comune. Si presentano con una forma oblata e schiacciata ai poli, un colore arancio intenso, di calibro medio grosso, priva di semi e molto profumata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le “Clementine di Calabria IGP” ottengono l’indicazione geografica protetta (IGP) nel 1997 e nel 2002 i produttori istituiscono il relativo Consorzio di tutela, riconosciuto con Decreto Ministeriale n° 64379 del 9 giugno 2006, pubblicato sulla GU N. 147 del 27/06/2006.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il disciplinare per le zone di produzione è molto rigido e comprende: la Piana di Sibari e Corigliano, nel cosentino, la Piana di Lamezia nel catanzarese, la Piana di Gioia Tauro-Rosarno e la Locride nel reggino, e in particolare i comuni di Cassano Jonio, Castrovillari, Corigliano Calabro, Crosia, Francavilla Marittima, San Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese, Terranova da Sibari, Trebisacce, Vaccarizzo Albanese, Rossano, Saracena, Cariati, Calopezzati, S. Demetrio Corona, San Giorgio Albanese.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le “Clementine di Calabria” nel momento dell’immissione al commercio devono avere le seguenti caratteristiche: colore arancio scuro, forma sferoidale leggermente schiacciata ai poli con calibro del diametro minimo di 16-18 mm, polpa succosa, di colore arancione uniforme, deliquescente, aromatica, semi assenti o in numero esiguo e tenore zuccherino (Brix) minimo 10.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Le “Clementine del Golfo di Taranto IGP” vengono prodotte nei comuni di Palagiano, Massafra, Ginosa, Castellaneta, Palagianello, Taranto e Statte. Presentano una forma sferoidale, leggermente schiacciata ai poli ed una buccia liscia o leggermente rugosa, di colore arancio con un massimo del 30% di colorazione verde e con calibro minimo di 6 mm. L’aroma è intenso e persistente. Sono apirene, con una tolleranza pari ad un massimo del 5% di frutti contenenti non più tre semi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le clementine o mandaranci il più delle volte vengono confusi con i mandarini ed anche a livello nutrizionale risultano molto simili. Sono composti principalmente da acqua, carboidrati semplici, fibra, vitamine e minerali. Tra le vitamine, così come nei mandarini, i folati, la vitamina A e la vitamina C o acido ascorbico, sono i più presenti, mentre per quanto riguarda i minerali, le clementine presentano una buona concentrazione di potassio e calcio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Consumare gli agrumi nel periodo invernale aiuta ad innalzare le difese immunitarie e ad evitare le tipiche influenze di stagione. Inoltre la vitamina C è fondamentale anche per la sintesi di collagene, proteina presente nella pelle. Vi ricondiamo, inoltre, che la vitamina C è tra i principali antiossidanti presenti in natura, quindi sarà buona abitudine riservarle sempre uno spazio all’interno della giornata alimentare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • L’albero della clementina è molto simile a quello del mandarino, anche se presenta foglie più grandi, fiori singoli o riuniti in piccole infiorescenze molto profumati, e frutti con colore della polpa più aranciato, dalla forma rotonda, polpa dolce, ricca di succo. A differenza del mandarino, gli spicchi della clementina sono quasi completamente privi di semi (varietà apirene) e i pochi semi presenti sono piccoli e appuntiti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le clementine maturano in autunno e i frutti sono disponibili fino a febbraio; presentano una maturazione più precoce rispetto ai mandarini e sono più resistenti al freddo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La raccolta avviene una volta l’anno e devono essere colte allo stadio di maturazione desiderato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La raccolta viene effettuata con l’ausilio di apposite forbici, per non privarle della rosetta, vengono poi poste in cassette di plastica del contenuto medio di 20-22 kg e trasferite ai magazzini di lavorazione e/o conservazione. Una volta che il prodotto è arrivato al magazzino, questo subisce una lavorazione che consiste in: lavaggio, trattamento anticrittogamico, ceratura, selezione, calibratura e confezione. Un’operazione tipica per le clementine è la deverdizzazione, che scaturisce dal fatto che i frutti, pur commercialmente maturi, non hanno perso completamente il colore verde della buccia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le clementine vengono consumate fresche o utilizzate per la preparazione di sciroppi, succhi, marmellate e in molte ricette di pasticceria.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La commercializzazione della “Clementine di Calabria” deve essere effettuata utilizzando confezioni di capacità minima pari a 0,5 kg e multipli e tutti i contenitori devono essere sigillati in modo tale da impedire che il contenuto possa essere estratto senza la rottura del sigillo. Sui contenitori devono essere presenti le diciture “Clementine di Calabria” seguita da “Indicazione Geografica Protetta” o “I.G.P.”. Nel medesimo campo visivo deve comparire nome, ragione sociale ed indirizzo del confezionatore nonché il peso lordo all’origine. Deve inoltre figurare la dizione “prodotto in Italia” per le partite destinate alla esportazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le “Clementine del Golfo di Taranto” devono essere immesse al consumo in confezioni sigillate del peso massimo di 3 Kg. o in confezioni non sigillate, superiori a 3 Kg. fino al massimo di Kg.25, sulle quali dovrà essere riportata la scritta “Clementine del Golfo di Taranto” in caratteri almeno doppi rispetto a tutte le altre indicazioni seguita da “Indicazione Geografica Protetta”. Devono sempre comparire i dati identificativi dell’imballatore (nome, ragione sociale ed indirizzo) e dell’origine del prodotto. Il marchio INE deve essere riportato sulle produzioni destinate ai Paesi terzi. È vietato utilizzare aggettivi che esaltino le caratteristiche commerciali ed esprimano ulteriori valutazioni commerciali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Al momento dell’acquisto, ovvero nella stagione invernale, vi consigliamo di scegliere frutti dalla buccia liscia e dal colore arancio scuro che racchiudono una polpa succosa ed aromatica.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le clementine possono essere conservate a temperatura ambiente per circa 2 settimane se posizionate in un luogo fresco ed asciutto al riparo da troppa luce solare diretta, mentre in frigorifero possono arrivare anche fino a 3 settimane.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Come tutti gli agrumi, non dovrebbero essere conservate nella plastica, in quanto così facendo il frutto, sudando, si potrebbe rovinare molto più velocemente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Melograno

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Famiglia: Punicaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Genere: Punica

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Specie: Punica granatum

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il melograno (o melagrana) è una specie originaria dell’Asia Occidentale che attualmente viene coltivata a scopo commerciale in vaste regioni dell’India, in Iran, nel Caucaso, in America e nell’area mediterranea.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il termine melograno deriva dal latino malum (mela) e granatum (con semi), quindi mela con semi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Il melograno può essere classificato in base all’acidità dei suoi frutti come acido, agro-dolce o dolce; alcune cultivar producono semi duri, tanto da rendere i frutti non eduli, e solo alcune varietà possiedono semi soffici e quindi interessanti a livello commerciale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        In Italia esistono diverse cultivar: Dente di Cavallo, Neirana, Profeta Partanna, Selinunte, Ragana e Racalmuto, tutte agro-dolci o dolci, adatte per il consumo fresco.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Oggi la varietà più conosciuta è la Wonderful. Di origine americana, è stata selezionata in Israele e da alcuni anni si sta diffondendo anche in Sicilia, in particolare nella zona di Marsala e Mazara del Vallo (TP). Possiede ottime caratteristiche organolettiche: di colore rosso rubino intenso con chicchi poco lignificati dal sapore delicatamente agrodolce e facili da sgranare. Presenta una buccia di spessore elevato che permette una migliore conservazione del prodotto, consentendo un’uscita sul mercato più costante e modulabile nel tempo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il melagrana o melograno è composto da una parte edibile ed una non edibile. La parte edibile è composta da una quota significativa di zuccheri semplici ed acqua, ma a differenza di quanto ritenuto da molti, contiene anche una buona percentuale di fibra, presente soprattutto nel seme, in grado di rallentare l’assorbimento del glucosio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Nel caso in cui invece si consumi il succo di melagrana, dove la fibra è del tutto assente, il picco glicemico sarà conseguentemente più alto, per questo sarebbe meglio evitare l’aggiunta ulteriore di zuccheri.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il melograno, inoltre, presenta un buon contenuto di potassio, tra le vitamine sono presenti i folati, vitamina K e vitamina C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Già osservando la colorazione del frutto è possibile riconoscere il colore rosso delle antocianine dei chicchi, composti fenolici in grado di proteggere il cuore, agendo nei confronti di diversi fattori di rischio cardiovascolari, tra cui il profilo lipidico e l’elasticità dei vasi sanguigni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Oltre alle antocianine, il melograno presenta anche una buona concentrazione di ellagitannini, molecole che possono trasformarsi nell’intestino in acido ellagico, sostanza che presenta capacità antinfiammatorie ed antiossidanti. Il nostro microbiota è in grado di trasformare l’acido ellagico in urolitine, molecole che secondo recenti studi di laboratorio avrebbero azioni antitumorali ed antimicrobiche.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Il melograno è una pianta arbustiva con una forte tendenza a produrre polloni radicali soprattutto nei primi anni di vita e che può raggiungere i 3-6 metri di altezza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Presenta il tronco ricoperti da una corteccia rosso-grigia; foglie lunghe 6-8 cm., decidue, opposte e riunite in verticilli, con lamina lucida, a margine intero e di forma oblunga.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            I fiori sono tubulosi, lunghi 3-5 cm., presenti da maggio a luglio, con calice di colore rosso e di consistenza coriacea persistente dal quale, fuso con l’ovario, si origina il frutto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il frutto è una bacca carnosa robusta, denominata “balausta”, con buccia spessa, con varie cavità polispermali separate da membrane. La polpa è suddivisa in 7-15 loculi, contenenti i semi detti anche arilli di colore rosso, succulenti e dal sapore acidulo, avvolti da una polpa gialla. Il frutto maturo è di colore giallo-verde, con aree rossastre che occasionalmente occupano l’intera superficie del frutto. La maturazione dei frutti avviene in autunno, in particolare dalla prima decade di ottobre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Oltre che per il consumo fresco, gli arilli del melograno vengono utilizzati per la preparazione di succhi, sciroppi e granatina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            • Le melagrane sono frutti autunnali e in quanto tali dovrebbero essere consumati solamente in questa stagione. Per quanto riguarda la loro scelta, dovrebbero essere preferiti i frutti più pesanti, ovvero contenenti più succo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Per rimuovere i semi sarà necessario tagliare la melagrana in 4 parti, visto che la buccia rimane molto dura e i suoi semi sono ulteriormente incastonati e protetti. Per facilitare il tutto vi consigliamo di sgranare la melagrana in una zuppiera d’acqua visto che i semi risultano più pesanti della membrana che li circonda e cadranno sul fondo della zuppiera, mentre la membrana rimarrà in superficie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Per conservare i frutti integri più a lungo vi consigliamo di tenerli in frigorifero, mentre se volete conservare solo i semi, una volta estratti dalla melagrana, sarà opportuno, anche in questo caso, refrigerarli, ponendoli o in un contenitore ermetico o in un sacchetto di plastica per alimenti dotato di chiusura zip, ma dovrete comunque consumarli entro 5 giorni. In caso non voleste mangiarli entro pochi giorni potete anche congelarli, ma assicuratevi che siano comunque ben asciutti prima di riporli in un sacchetto per alimenti.  In questo caso si manterranno fino a 12 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Espin J.C. et al (2013) “Biological Significance of Urolithins, the Gut Microbial Ellagic Acid-Derived Metabolites: The Evidence So Far”, Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine; 2013: 270418.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • Ismail T. et al (2016) “Ellagitannins in Cancer Chemoprevention and Therapy”, Toxins (Basel);8(5):151.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • www.humanitas.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • www.melarossa.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Mandarini

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Famiglia: Rutaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Genere: Citrus

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Specie: Citrus nobilis

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il mandarino è un agrume ed è il frutto invernale della pianta Citrus nobilis – Citrus deliciosa. Di origini cinesi, è stato portato in Europa all’inizio dell’Ottocento. Sembra sia un ibrido tra Citrus reticulata (mandarancio) e Citrus sinensis (arancio dolce), infatti si presenta molto simile all’arancia ma più piccolo e dolce.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In Italia è molto diffusa la varietà “Avana”, da cui sono state ottenute numerose selezioni come l’Avana apirena e il Tardivo di Ciaculli.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In commercio si possono trovare anche frutti ibridi, ottenuti dall’incrocio tra il mandarino e altri alberi da frutto; alcuni esempi sono la clementina (Citrus clementina), agrume ricavato dall’incrocio tra il mandarino e l’arancio amaro, e il mapo, ottenuto dall’ibridazione del mandarino con il pompelmo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I mandarini, come tutta la frutta fresca, sono ricchi in acqua, carboidrati semplici, fibra, vitamine e minerali. Tra quest’ultimi il più presente è sicuramente il potassio, mente per quanto riguarda le vitamine, sicuramente la vitamina C, o acido ascorbico, è la più rappresentata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La vitamina C è in grado di rafforzare il sistema immunitario nelle stagioni fredde ed è fondamentale per la sintesi del collagene, proteina principale del tessuto connettivo, ovvero di pelle, vasi sanguigni, muscoli e ossa. Inoltre la vitamina C è uno dei più importanti antiossidanti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I mandarini presentano anche un buon contenuto di vitamina A, sotto forma del suo principale precursore, il beta-carotene.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Il mandarino è una pianta robusta con chioma espansa che può raggiungere fino a 4,5 m di altezza. Le foglie, da ovato-oblunghe a ovato-lanceolate, hanno picciolo con alette sottili. I fiori sono piccoli, bianchi, profumati e singoli. I frutti sono di taglia media, globosi e depressi ai poli chiamati anche “esperidi”, con buccia sottile non aderente alla polpa; quest’ultima è color arancio, aromatica e succosa e ricca di semi, anche se sono state selezionate varietà apirene, ovvero prive di semi. Sotto la buccia si trova l’albedo, la parte bianca spugnosa e amara.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    La raccolta viene effettuata da dicembre a marzo, nel momento in cui i frutti hanno raggiunto un grado di maturazione sufficiente; infatti, una volta che gli agrumi vengono staccati dall’albero, non completano la maturazione. I frutti vengono raccolti mediante l’ausilio di apposite forbici.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Una volta arrivato al magazzino, il prodotto viene lavato, sottoposto al trattamento anticrittogamico, cerato, selezionato, calibrato e confezionato. I frutti vengono quindi conservati in atmosfera normale o controllata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    I mandarini sono presenti sul mercato da novembre a febbraio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Oltre che per il consumo fresco, i mandarini possono essere utilizzati nell’industria per ottenere prodotti quali essenze o oli essenziali, succhi, confetture e liquori.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    • I mandarini si conservano a temperatura ambiente per circa 2 settimane se posizionati in un luogo fresco o asciutto e non ammassati gli uni sugli altri. In frigorifero invece, nello scomparto della frutta, si conservano per un periodo di tempo più lungo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Al momento dell’acquisto è bene optare per i frutti che appaiono maturi, sodi, con la buccia elastica ben aderente al frutto e dal colore brillante e uniforme.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I mandarini per essere consumati devono prima essere sbucciati. Assumendo il frutto così, al naturale, non viene disperso il contenuto di vitamina C presente, che è termolabile.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      I mandarini trovano molte applicazioni in cucina: gli spicchi possono essere inseriti in insalate o in macedonie; si possono utilizzare per preparare spremute e centrifughe e anche le marmellate.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Nella preparazione di marmellate viene utilizzata anche la buccia (flavedo), ripulita però dalla parte bianca ed amara chiamata albedo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Patate

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Famiglia: Solanaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Genere: Solanum

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Specie: Solanum tuberosum L.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La patata è il tubero di una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Solanaceae (Dicotiledoni) originaria delle regioni andine dell’America centro-meridionale e portata in Europa dagli spagnoli nel XVI secolo.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La coltivazione della Patata è diffusa in tutto il mondo con una maggiore concentrazione in Europa, in particolare Polonia, Germania, Repubblica Ceca, Spagna e Francia, dove si raggiungono in alcuni paesi rese unitarie che sono tra le più elevate e dove rappresenta, per molte popolazioni, l’alimento base che sostituisce il pane.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Alcune cultivar di patata a maggior diffusione in Italia con le relative caratteristiche sono Bintje (ciclo semiprecoce; buona per tutti i tipi di cottura), Désirée (ciclo semitardivo; pasta soda, resistente alla cottura), Jaerla (ciclo medio-precoce; pasta gialla), Kennebec (ciclo medio-tardivo; pasta bianchissima, di buon sapore, piuttosto farinosa), Majestic (ciclo semi-tardivo; a buccia gialla e pasta bianca; ha buone caratteristiche culinarie; varietà di antica coltivazione in Italia), Monalisa (ciclo medio-precoce; forma leggermente allungata, a buccia gialla e pasta gialla), Primura (ciclo precoce; a buccia gialla e pasta gialla) e Spunta (ciclo medio-precoce; tuberi lunghi, a buccia gialla e pasta gialla).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le patate possono essere a pasta bianca, molte ricche di amido con polpa farinosa che tende a sfaldarsi durante la cottura e per questo adatte alla preparazione di purè, gnocchi, crocchette e sformati; a pasta gialla, compatte, sode e poco farinose, il colore e la consistenza sono dovuti alla presenza di caroteni e possono essere cotte in umido, al forno, fritte o lesse. Le patate rosse hanno la buccia rossa mentre la polpa è chiara, soda e compatta e rimane consistente anche dopo una lunga cottura e per questo sono adatte ad essere lessate, cotte al forno o in umido e fritte; le patate novelle o primaticce, sono raccolte prima di arrivare a completa maturazione, hanno piccole dimensioni, sapore delicato, buccia sottile e si possono cuocere con la buccia, in forno, cotte a vapore e saltate in padella. Le patate violette hanno polpa interna viola e farinosa e sono dal sapore dolciastro; le patate turchesa o la patata del Gran Sasso hanno buccia viola, forma irregolare e la pasta candida, ideale cotta al vapore, fritta o cucinata arrosto.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le patate americane o dolci invece sono una specie diversa dalle patate comuni e hanno la polpa particolarmente dolce e delicata.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le patate, a differenza di quanto ritenuto da molti, non sono una verdura, ma un tubero amidaceo, il chè le rende molto più simili alla classe dei cereali e derivati, per il loro elevato contenuto in amido pari al 18%.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Altro aspetto da non sottovalutare è il loro indice glicemico, più alto di quello del pane e della pasta bianca che è possibile ridurre consumando la patata con la buccia contente fibra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        A livello calorico una porzione di patate bollite fornisce all’incirca 170 kcal, arrosto 300 kcal e fritte 370 kcal.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        A livello di micronutrienti spiccano il potassio e, in caso la patata venga coltivata in zone dove il terreno è ricco di selenio, è possibile che anche il contenuto di questo minerale sia piuttosto elevato.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Degna di nota è la concentrazione di vitamina A, antociani e carotenoidi della patata viola. Studi di laboratorio attribuiscono a questi fitocomposti importanti ruoli nel mantenimento dello stato di salute.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • La Patata è una pianta a ciclo annuale provvista di radici fascicolate piuttosto superficiali, dotate di numerose diramazioni capillari. Dalla parte ipogea del fusto si dipartono gli stoloni i quali, ingrossando all’apice, danno luogo ad un tubero, la parte commestibile della pianta.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La capacità di originare un diverso numero e lunghezza di stoloni varia in funzione della varietà e delle condizioni di ambiente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I tuberi possono differire per dimensione, forma, numero, colore, caratteristiche del tessuto tuberoso esterno, colore della polpa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Le foglie sono composte da 5, 7, 9 foglioline di varia dimensione e colore (verde da chiaro a intenso), più o meno bollose e a lamina più o meno aperta. Le parti verdi – compresi i tuberi quando permangono a lungo esposti alla luce – contengono solanina e caconina, alcaloidi velenosi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Alcune varietà di patata, indipendentemente dall’ambiente, non fioriscono; altre invece giungono ad emettere i bocci fiorali, che però cadono prima della fioritura; altre infine fioriscono regolarmente e portano a maturazione i frutti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il ciclo delle piante che hanno avuto origine per via agamica dura normalmente 100-150 giorni; le piante invece che derivano da seme hanno un ciclo più lungo di 180-200 giorni. Dopo un periodo di riposo (50-60 giorni dalla maturazione), in condizioni adatte (temperatura superiore a 6-8°C), ha luogo la germinazione dei tuberi. Le fasi vegetative della pianta agli effetti della coltivazione sono: emergenza, accrescimento vegetativo, fioritura, accrescimento dei tuberi, maturazione dei tuberi. La raccolta può avvenire in epoca anticipata per i tuberi di pronto consumo e per quelli destinati alla propagazione. Per quelli di uso comune la escavazione si può ritardare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Con la patata si realizzano in Italia tre tipi di coltura: quella precoce o primaticcia (concentrata in particolare al Sud), quella comune (in particolare al Nord) e quella bisestile o di secondo raccolto, che occupa una limitata superficie. L’Italia è allo stesso tempo esportatrice (prodotto precoce) e importatrice (prodotto comune e tuberi da semina).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La patata precoce si semina da dicembre a febbraio e si raccoglie da aprile a giugno; quella comune si attua da marzo ad agosto in pianura e da maggio a settembre in montagna. La coltura di secondo raccolto si esegue dopo una coltura principale a raccolta primaverile od estiva a ha un ciclo che va da agosto o settembre a novembre o dicembre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Nella grande coltura la raccolta è meccanizzata, utilizzando semplici macchine escavatrici, le quali lasciano in file sul campo i tuberi, che vengono successivamente prelevati, oppure macchine escavatrici raccoglitrici. Le patate raccolte vengono immesse immediatamente sul mercato per consumo fresco solo nel caso delle produzioni fuori stagione (primaticce, bisestili) o precoce. Il grosso della produzione di stagione viene immesso sul mercato, sia del consumo fresco sia dell’industria, gradatamente per un periodo di tempo che può estendersi fino a 8-10 mesi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La buona conservazione dipende dalle condizioni del locale di immagazzinamento. La temperatura di conservazione ottimale è di 5-6°C. Temperature inferiori hanno l’effetto di produrre un’accumulazione eccessiva di zuccheri solubili (fruttosio, glucosio), responsabili dell’“addolcimento” dei tuberi. Le patate destinate al consumo possono subire un trattamento con prodotti antigermogliazione (a base di CICP) quando la conservazione si debba prolungare oltre 2-3 mesi con temperature di 6°C o più.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          I magazzini di conservazione devono essere ben ventilati in modo da permettere l’essiccazione dei tuberi appena introdotti, favorire la cicatrizzazione delle ferite ricevute alla raccolta, impedire la condensazione d’acqua sulla loro superficie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          L’eccessiva intensità luminosa può inverdire gli stati corticali. Tale inverdimento è un inconveniente grave per i tuberi da mensa (sapore amaro, presenza di solanina e caconina), ma può risultare utile per tuberi da semina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Le patate, come detto precedentemente, presentano un indice glicemico piuttosto elevato che però potrebbe essere controllato tramite la cottura. Quest’ultima rende l’amido digeribile, mentre il raffreddamento favorisce il rallentamento dell’assorbimento di glucosio, per questo la maniera ideale per utilizzarle sarebbe quella di raffreddarle. Nel caso in cui invece si decida di consumare la patata con la buccia, sarà opportuno lavarla bene per eliminare i residui del terreno. La buccia deve presentarsi priva di increspature, liscia, senza germogli e di colore uniforme.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Si consiglia di cucinare le patate subito dopo averle pulite per evitare che si ossidino all’aria diventando marroni; se non si riesce a cuocerle subito sarebbe opportuno immergerle in acqua fredda con limone e aceto per evitare l’ossidazione. Il metodo di cottura da preferire è quello al vapore, poiché con la bollitura si ha la perdita di sostanze benefiche come vitamine e minerali.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Le patate devono essere conservate in un luogo fresco e asciutto, al riparo dalla luce.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Nayak B., Berrios J., Tang J. (2014) “Impact of food processing on the glycemic index (GI) of potato products”, Food Research International, Volume 56, Pages 35-46.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • Tian J., Chen J., Ye X., Chen S. (2016) “Health benefits of the potato affected by domestic cooking: A review”, Food Chemistry;202:165-75.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.agraria.org
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              • www.ilgiornaledelcibo.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Taleggio DOP

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il Taleggio è un formaggio con una stagionatura minima di 35 giorni, a pasta molle e presenta una crosta lavata, sottile, di consistenza morbida e di colore rosato naturale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Le sue origini sono antichissime, anteriori al X secolo.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Inizialmente il termine più utilizzato era quello di “cacio lombardo”, a cui poi si affiancò quello di “stracchino”. Con il termine “stracchino” infatti, in Lombardia, si intendeva ogni formaggio a pasta molle, del peso di circa due kg.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              “Taleggio” non è altro che l’abbreviazione novecentesca di “stracchino” prodotto nelle valli Bergamasche, in particolare in Val Taleggio e nella vicina Valsassina.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Ogni forma di Taleggio pesa da 1,7 a 2,2 kg e su una faccia piana della forma di Taleggio è riportato il marchio a quattro cerchi, che deve risultare ben visibile anche qualora il Taleggio sia venduto porzionato in quarti di forma o in altre pezzature. Questo marchio è la garanzia che la forma è stata prodotta in piena conformità con gli standard previsti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il Taleggio infatti, è uno dei formaggi italiani le cui caratteristiche peculiari sono tutelate dall’Unione Europea (Regolamento CE 1107/96). A riprova della sua tradizionalità è stato riconosciuto formaggio a Denominazione di Origine (D.O.) con D.P.R. 15.9.1988 e formaggio a Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) con Regolamento CE 1107/96.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Il Taleggio, deve essere prodotto, stagionato e porzionato in Lombardia, nelle province di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Milano, Pavia, Monza della Brianza; in Piemonte nella provincia di Novara e Verbano Cusio Ossola e in Veneto, nella provincia di Treviso.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Nel 2019 la produzione di Taleggio si è attestata sulle 8.805 tonnellate.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Costituitosi nel 1979, il Consorzio Tutela Taleggio esprime la massima rappresentatività della filiera. Tra le attività più importanti che il Consorzio pone in atto a favore del formaggio Taleggio sono da citare la tutela, la valorizzazione, la promozione e la vigilanza; quest’ultima si esprime su tutta la produzione disponibile sul mercato, sia in Italia che all’estero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                La composizione dei grassi presenti è equilibrata. Il rapporto tra la quantità di calcio e quella di fosforo contenuta nel Taleggio è pari a 1,32; ciò consente un eccellente assorbimento di calcio a livello intestinale e la fissazione dei sali nelle ossa. Tale rapporto, infatti, deve essere compreso fra 0,5 e 2.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il formaggio è inoltre caratterizzato da buona digeribilità che aumenta con l’aumentare della stagionatura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Si tratta infine di un alimento naturale: nessun additivo può essere impiegato sia durante la sua produzione che durante la sua stagionatura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Il Taleggio è un alimento energetico, ricco di proteine, sali minerali e vitamine A e B2.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                • La produzione di Taleggio, che inizialmente era di tipo stagionale, avviene oggi nell’intero arco dell’anno, e non solo in montagna dove questo formaggio è nato, ma anche in numerose strutture artigianali o in caseifici di pianura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  In quanto formaggio D.O.P. può essere prodotto solo in alcune zone specificate, impiegando il latte che deve provenire esclusivamente da stalle ubicate nelle medesime zone ed inserite in apposito sistema di controllo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La lavorazione prevede che il latte, crudo o pastorizzato, venga inoculato con fermenti lattici e addizionato con caglio di vitello o vitellone anche in parte non proporzionali; non è ammesso l’uso di caglio ottenuto da microrganismi geneticamente modificati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Si effettuano più tagli della cagliata. Il primo taglio è seguito da una sosta, ovvero il tempo che intercorre tra l’inizio della coagulazione e la rottura della cagliata, in modo che il coagulo, iniziando la fase di spurgo, acquisti maggiore consistenza; con i successivi tagli si ottengono glomeruli caseosi della grandezza di una nocciola.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Dopo la rottura la cagliata viene distribuita negli stampi e durante la fase di formatura avviene la marchiatura di origine su una faccia piana.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Segue la stufatura, che può durare da un minimo di 8 ore ad un massimo di 16, in cui la temperatura è mantenuta tra 22 e 25°C circa e l’umidità è circa il 90%; durante questa fase avviene l’acidificazione della pasta e la cagliata si struttura a formaggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Infine si esegue la salatura, che può avvenire a secco, cospargendo la superficie con del sale grosso, o in salamoia, immergendo la forma di formaggio in una soluzione satura di sale per 8-12 ore a 10°C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La sua maturazione, in ambienti freddi (2-6°C) e molto umidi, avviene tramite la microflora superficiale, grazie anche alle spugnature con acqua e sale, unico trattamento ammesso.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I batteri Gram+ che sono stati isolati sulla superficie sono: Staphylococcus, Micrococcus, Macrococcus, Enterococcus, Lactobacillus, Carnobacterium, Leuconostoc, Brevibacterium, Corynebacterium, Brochothrix, Bacillus.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Durante il periodo di stagionatura, che si protrae non meno di 35 giorni, la forma deve essere frequentemente rivoltata e trattata sulla crosta con una soluzione di acqua e sale al fine di mantenerla umida e morbida ed asportare le ife ottenendo quella colorazione caratteristica che contraddistingue questo formaggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  La pasta del Taleggio si presenta uniforme, compatta e più morbida sotto la crosta a fine stagionatura perché è un formaggio a maturazione centripeta, ovvero dalla crosta verso l’interno.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Su una faccia piana della forma di Taleggio è riportato il marchio a quattro cerchi, che deve risultare ben visibile anche qualora il Taleggio sia venduto porzionato in quarti di forma o in altre pezzature. Questo marchio è la garanzia che la forma è stata prodotta in piena conformità con gli standard previsti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il marchio riporta 3 T ed un numero, che permette di risalire al caseificio di produzione. Il Consorzio assegna infatti a ciascun caseificio o stagionatore un numero che lo identifica univocamente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Tipicamente con 100 litri di latte si ottengono circa 12 kg di Taleggio. Quando si parla di resa percentuale, per il Taleggio circa 12,5%, si intende questo dato. Per cui servono circa 8 litri di latte per fare 1 kg di questo formaggio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  • Il Taleggio è un formaggio naturale e vivo, la sua maturazione prosegue infatti fino a quando viene consumato. Il colore della pasta varia da bianco a paglierino, con qualche piccolissima occhiatura.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il sapore è dolce e caratteristico, l’odore leggermente aromatico. Deve perciò essere conservato con cura per mantenerne gradevoli il gusto, l’aroma e la consistenza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    È opportuno avvolgerlo in un telo umido per mantenerne la morbidezza della crosta. Una buona norma potrebbe essere conservarlo nell’incarto nel quale è normalmente venduto. In ogni caso, deve essere utilizzato un incarto che permetta il passaggio dell’aria. Non avvolgerlo quindi in pellicole di plastica, che impediscono il passaggio dell’aria causando fermentazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Il Taleggio si conserva ottimamente e per settimane nel frigorifero, fra 2°C e 6°C.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    È un tipico formaggio da tavola che si può gustare come secondo piatto oppure a fine pasto, in questo caso è ottimo anche accompagnato a frutta, come mele e pere, e deve essere servito a temperatura ambiente, per esaltarne appieno sapore ed aroma.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Inoltre può anche essere un prezioso ingrediente nella preparazione di primi piatti (paste, risotti, zuppe), di secondi piatti (frittate), di insalate e anche di alcuni tipi di pizza e di crêpes.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Consorzio tutela taleggio, Cartella stampa rev 2020
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • Fontana C., Cappa F., Rebecchi A., Cocconcelli P.S. “Surface microbiota analysis of Taleggio, Gorgonzola, Casera, Scimudin and Formaggio di Fossa Italian cheeses” Int J Food Microbiol. 2010 Apr 15;138(3):205-11. Epub 2010 Jan 28.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.bda-ieo.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.formaggio.it
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      • www.taleggio.it

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Zucchine

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Famiglia: Cucurbitaceae

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Genere: Cucurbita

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Specie: Cucurbita pepo

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      La zucchina, il cui nome scientifico è cucurbita pepo, è la bacca di una pianta cespugliosa di origini americane, appartenente alla famiglia delle Cucurbitaceae a cui appartengono anche le zucche, i meloni, i cocomeri e i cetrioli.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le zucche si dividono in quattro specie di cucurbita: maxima, di grandi dimensioni e con la polpa gialla; moscata, di forma simile ad una pera allungata con la polpa gialla; melanosperma o ficifolia, che durante la cottura assume forma di spaghetti sottilissimi; pepo, a cui appartengono la “zucca da inverno” e la “zucca da zucchini”. Le zucchine sono i frutti raccolti immaturi appartenenti a quest’ultima specie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In commercio le zucchine si trovano in molte varietà e hanno colore, forma e sapore differenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Le due tipologie più comuni sono quelle chiare, di forma cilindrica tendente alla forma sferica o allungata, e quelle scure, di forma allungata, con buccia verde scuro.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In Italia la produzione di zucchine ha permesso di sviluppare numerose varietà tipiche di alcuni territori regionali, divenendo così Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      In particolare: in Campania lo Zucchino San Pasquale; in Friuli Venezia Giulia lo Zucchino giallo di Sacile; nel Lazio la zucchina con il fiore; in Liguria lo zucchino alberello di Sarzana oppure lo Zucchino genovese o lo Zucchino trombetta; in Piemonte gli Zucchini di Borgo d’Ale; in Sicilia la zucchina di Misilmeri detta: “friscaredda”; in Toscana la zucchina lunga fiorentina, la zucchina mora pisana, la zucchina sarzanese, la zucchina tonda fiorentina, zucchine da far ripiene, zucchino tondo, zucchina tonda fiorentina, zucchina tonda chiara toscana, zucchetta nana quarantina, zucchina nana cespitosa.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      •  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        La zucchina contiene pochissime calorie, pari a 14 kcal per 100 grammi di prodotto; presenta un elevato contenuto di acqua ed è povera di sale. Tuttavia, come si può notare dalla tabella, non ha un’elevata quantità né di fibre né di proteine. Tra i minerali, quello più rappresentato è il potassio, fondamentale per un corretto equilibrio con il sodio al fine di garantire una buona salute cardiovascolare.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Le vitamine maggiormente presenti nella zucchina sono la vitamina C, che ha un apporto quasi pari al fabbisogno giornaliero, la vitamina B9 e il β-carotene. Quest’ultimo è un carotenoide, ovvero un pigmento vegetale di colore rosso, arancione e giallo, precursore della vitamina A. Il β-carotene è importante per il nostro organismo perché, essendo un ottimo antiossidante, modula e previene processi degenerativi e riduce lo stress ossidativo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Altri carotenoidi presenti nelle zucchine sono la luteina e la zeaxantina; queste due molecole sono pigmenti vegetali che nell’organismo umano contribuiscono a mantenere la buona salute degli occhi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        • La zucchina è la bacca di una pianta erbacea con portamento cespuglioso, caratterizzata da foglie a forma di cuore e fusto appoggiato a terra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La fioritura avviene in estate con fiori unisessuali, sia maschili sia femminili, generalmente gialli, commestibili, che successivamente lasceranno spazio alla zucchina. Questa avrà forma cilindrica o tondeggiante, di dimensioni tra i 15 e i 25 centimetri, con buccia verde più o meno scura e con striature bianco-giallastre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La polpa, bianca con semini, è acquosa e ha sapore delicato. Questa caratteristica permette di utilizzare la zucchina in molti piatti culinari.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Se il frutto giungesse a maturazione, diventerebbe zucca.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La coltivazione della zucchina deve essere fatta in un terreno fertile e fresco, facendo attenzione a piantare i semi in buchette profonde almeno 20 centimetri e distanziate un metro l’una dall’altra. Solitamente si piantano 2-3 semi per ogni buchetta e sopra si pone letame in fermentazione; infine si compre il buco con della terra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          La raccolta della zucchina deve avvenire quando il frutto è ancora piccolo e acerbo in modo da prevenirne il gusto amaro qualora crescesse troppo; in generale viene fatta dopo 70-80 giorni dalla semina. La modalità di raccolta avviene staccando la zucchina dalla pianta e torcendone il picciolo. La raccolta delle zucchine avviene nel momento in cui il fiore sta per schiudersi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          • Le zucchine possono essere consumate sia cotte sia crude; nel momento in cui vengono cotte si consiglia una cottura veloce e preferibilmente a vapore per non disperdere i principi nutritivi.